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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » avvocato » Emanuela Orlandi, il fratello Pietro contro Papa Francesco: “Ha alzato un muro di gomma”

Emanuela Orlandi, il fratello Pietro contro Papa Francesco: “Ha alzato un muro di gomma”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Dicembre 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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Pietro Orlandi: “Per la Chiesa la scomparsa di Emanuela è un argomento chiuso; dentro di me il livello di rabbia sale ogni giorno di più, ultimamente la rabbia sta superando il dolore”

La sua richiesta di verità non si fermerà, come non si è mai fermata da 35 anni a questa parte. “Purtroppo, il muro di gomma con Papa Francesco si è alzato più di prima – ha detto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, intervenendo a La Storia Oscura su Radio Cusano Campus -. Per la Chiesa la scomparsa di Emanuela è un argomento chiuso, che deve restare chiuso. Perché la verità è un peso così grande per la Chiesa e l’immagine della Chiesa che preferiscono subire tutti questi dubbi da parte dell’opinione pubblica e dei media, piuttosto che fare qualcosa per dirci come andarono le cose. E per tutto questo, dentro di me il livello di rabbia sale ogni giorno di più, ultimamente la rabbia sta superando il dolore”.“

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Nelle sue parole si percepiscono dolore e anche comprensibile rabbia: “Il problema – dice Pietro Orlandi – è che non ci danno risposte e questa è la cosa più assurda, cioè è difficile anche riuscire a fissare un appuntamento tra il nostro avvocato e il Procuratore di giustizia vaticano. Non dico che si fanno negare, ma quasi. Un muro di gomma, una situazione veramente assurda. Papa Francesco, almeno a Natale, dica una parola su Emanuela. Ma non la dirà mai. Mi disse solo ‘Emanuela è in cielo’, quindi sa che è morta? Purtroppo dopo quella volta non sono più riuscito a parlarci nonostante le mie tante richieste per incontrarlo, per spiegargli tante cose, per capire il perché di quella sua frase”.

“Se mia sorella è morta, credo che dopo 35 anni sia ora di fare qualcosa per ritrovarla, per ritrovare almeno il suo corpo e dare relativamente pace a me e alla mia famiglia. E poi cercare di capire come è morta, chi l’ha rapita e uccisa, perché due cose sono certe: Emanuela non è scappata di casa e non si è suicidata. In occasione di questo Natale, il 35° senza Emanuela, rilancio il mio appello al Papa e al Vaticano, anche se lo faccio in continuazione e da sempre: pubblicamente e in maniera riservata” conclude Pietro Orlandi.

Emanuela Orlandi, un mistero lungo 35 anni

Nel 2015, a 32 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, giovane cittadina vaticana, avvenuta il 22 giugno del 1983, la procura di Roma chiese l’archiviazione delle indagini. Il procedimento dei magistrati capitolini riguardò anche Mirella Gregori, la ragazzina 15enne di cui si erano perse le tracce in circostanze molto simili il 7 maggio 1983, ovvero 45 giorni prima della Orlandi.

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In tutti questi anni la famiglia di Emanuela, soprattutto il fratello Pietro, ha rivolto numerosi appelli alle autorità ecclesiastiche per arrivare alla verità sulla fine della ragazza. Le avvocatesse Anna Maria Bernardini De Pace e Laura Sgrò hanno presentato numerose istanze dopo aver ricevuto alcune segnalazioni, sempre senza riscontri, che indicavano “la tomba di Emanuela all’interno delle Mura”. La famiglia non si è mai arresa: “E’ un sacrosanto diritto avere verità e giustizia, non ci rinunceremo mai”, aveva detto, in occasione dell’ultimo anniversario della scomparsa, il fratello Pietro.

Il giorno della scomparsa

Emanuela Orlandi oggi avrebbe cinquant’anni: erano le 19 del 22 giugno 1983 quando la ragazzina, dopo essere uscita da una scuola di musica, svanì letteralmente nel nulla. La ragazza è la figlia quindicenne di un messo della prefettura della Casa pontificia ed è cittadina del Vaticano. A maggio era già scomparsa un’altra ragazza romana, Mirella Gregori, coetanea di Emanuela e figlia dei titolari di un bar di via Volturno: i due casi vengono quasi subito collegati. Come di “una stessa cosa” ne parlò Ali Agca, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II, ma non sono mai emersi elementi concreti: le ragazze non si conoscevano né sono mai stati trovati elementi che facessero anche solo ipotizzare un collegamento tra di loro.

Una prima infruttuosa inchiesta terminò nel luglio 1997. Poi grande attenzione mediatica attirò il coinvolgimento nel caso della banda della Magliana, che spesso era stata tirata in ballo. Era il 2008: Sabrina Minardi, ex compagna di Enrico De Pedis, uno dei capi della banda, sostenne che Emanuela sarebbe stata uccisa dopo essere stata prigioniera nei sotterranei di un palazzo vicino all’Ospedale San Camillo: nessun riscontro fu trovato nemmeno dopo le analisi sulle ossa rinvenute nella cripta di Sant’Apollinare, a Roma, nella quale era stato seppellito De Pedis.

http://www.today.it/cronaca/pietro-orlandi-papa-francesco.html
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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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