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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | News | I preti e il sesso, l’unico vero peccato è accettare la doppia morale della Chiesa

I preti e il sesso, l’unico vero peccato è accettare la doppia morale della Chiesa

Redazione WebNews by Redazione WebNews
23 Febbraio 2018
in News
Reading Time: 3 mins read
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La repressione – Il celibato serve solo a trasmettere un’idea di superiorità del religioso che però resta un uomo

Molti dei preti gay coinvolti nella vicenda raccontata dal Fatto, con il dossier dell’escort Francesco Mangiacapra che ha censito oltre 50 religiosie le loro abitudini sessuali, meritano delle attenuanti. Hanno semplicemente fatto quello che fanno probabilmente tante altre persone, appartenenti a diversi gruppi sociali e professionali. Nei tanti festini a luci rosse in giro per l’Italia, nella miriade di giri di prostituzione etero o gay della Penisola sono coinvolte tante persone insospettabili, tanti adulti consenzienti, i quali non fanno niente di male, sempre che non coinvolgano minori e non commettano reati. Sotto questo profilo, i preti sono uomini identici agli altri e non hanno ricevuto in dono da Dio o dai seminari una sessualità depotenziata. Hanno bisogni sessuali identici a quelli del resto della popolazione.

Le attenuanti crescono per quei preti, e non sono pochi, che ci hanno provato ad avere una vita casta, a lottare eroicamente contro l’umanissima forza del loro desiderio. Ci hanno provato in seminario, dinanzi alle proposte inequivocabili del vicino di stanza o del teologo insegnante. Poi ci hanno provato ancora in parrocchia, quando sono aumentate le possibilità di avere una vita affettiva e sessuale libera.

Si sono mortificati, fustigati, repressi, magari consegnati all’alcol, alla pornografia, alle fantasie solitarie. E poi hanno ceduto, hanno compreso che l’astinenza sessuale che l’istituzione pretende da loro in cambio della aureola di santità che mette sulle loro teste è una truffa meschina, che non c’entra con il Vangelo e con il volere di Dio, ma serve solo a un’istituzione totalitaria per tenere sotto scacco prima di tutto loro stessi, spesso ricattatiin cambio di coperture, e poi un popolo di fedeli convinto che i preti siano mezzi santi, che Dio li abbia scelti come suoi mediatori. Fare sesso vuol dire allora per costoro ribadire che sono esseri umani, soggetti liberi e non pedine nelle mani di un’istituzione ipocrita che gioca sulle loro debolezze per ricattarli e tenerli in pugno. E anche il fatto che talvolta il sesso lo facciano a pagamento va comunque imputato all’istituzione che ha ordito la repressione sessuale e che ha sviluppato nel clero “un’incapacità addestrata” a costruire relazioni affettive paritarie, un’inabilità a innamorarsi e a legarsi in profondità a qualcuno, amandolo e rispettandolo. Il ricorso alla prostituzione è figlio dell’aridità sentimentale che deriva dalla mentalità celibataria, quella che spinge a vedere il prossimo come un oggetto da “usare”, le persone come entità alle quali non bisogna legarsi, per il timore di perdere la propria narcisistica e solitaria superiorità.

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Tutte queste attenuanti, che ci conducono ad essere indulgenti con i singoli e severi con l’istituzione a cui va addebitata la responsabilità degli enormi danni che provengono dalla repressione sessuale, non possono comunque cancellare la responsabilità morale dei preti coinvolti. Essi, soprattutto se giovani o addirittura seminaristi, hanno tempo e modo di farsi un’altra vita, di lasciare il seminario o la tonaca appena indossata e rinascere come persone libere, accettando di aver commesso lo sbaglio tragico di affidarsi a un’istituzione che non aveva a cuore la loro e l’altrui libertà o benessere, ma solo l’eterna perpetuazione di sé stessa. Quello che dovrebbe risultare inaccettabile per tutti quelli implicati nello scandalo è il godere, al riparo della vista della loro “seconda vita”, di tutti i vantaggi che la professione clericale garantisce in termini di autorità sui fedeli, di sacralizzazione della propria persona, di vantaggi economici e di agi materiali.

La colpa più grave del clero coinvolto in questa storia è di non seguire l’esempio di Krysztof Charamsa, il prete alto funzionario presso la Congregazione per la Dottrina della Fede che nel 2015 annunciò a tutto il mondo che preferiva rendere nota la sua omosessualità e vivere alla luce del sole la sua storia d’amore piuttosto che continuare un’esistenza falsa e menzognera, in un ambiente come quello vaticano omofobo in pubblico, ma molto omosessuale dietro le tonache.

https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/lunico-vero-peccato-e-accettare-la-doppia-morale-della-chiesa/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.