Il card. Pell condannato per abusi e atti osceni. Per ora solo “voci”, ma il papa lo estromette dal C9

39624 MELBOURNE-ADISTA. Era da tempo che il cerchio si era stretto intorno al card. George Pell, già arcivescovo di Melbourne (1996-2001) e poi di Sydney (2001-2014), prefetto della Segreteria per l’Economia del Vaticano nonché uno dei cardinali che facevano parte del C9, l’organismo più vicino al papa. Accusato di copertura di abusi, ma successivamente anche di pedofilia, il cardinale sarebbe stato ora dichiarato colpevole da una Corte di Melbourne: secondo quanto riporta, tra gli altri, Vatican Insider, stando a informazioni trapelate in Australia, martedì 11 dicembre, dopo alcuni giorni di deliberazioni, una giuria composta da 12 persone, all’unanimità, lo avrebbe condannato sulla base di 5 capi d’accusa: quattro per atti osceni in luogo pubblico, uno per una violenza nei confronti di un minore, nel 1996 (v. Adista Notizie nn. 20, 22, 25, 36/17; 10, 17, 38/16). Non c’è modo di saperne di più: il processo, iniziato il 7 novembre scorso, si è svolto infatti lontano dai media su esplicita richiesta della Corte in virtù di un suppression order, una prescrizione del giudice che vieta qualsiasi copertura mediatica in Australia, emessa allo scopo di non influenzare la Corte che dovrà dibattere le accuse su Pell in un secondo processo, che verrà celebrato il prossimo marzo; le scarne notizie trapelate sono girate su siti internet e sui social network. Il procedimento giudiziario appena concluso faceva seguito a un primo, svoltosi a settembre ma risoltosi con un nulla di fatto, per mancanza di consenso all’interno della giuria.

Pell, in Australia dal 2017 per ordine della polizia del Paese, era stato rinviato a giudizio il 1° maggio (v. Adista Notizie n. 17/18); è stato in quell’occasione che la Corte ha deciso che i processi sarebbero stati due, dal momento che i fatti addebitati risalivano a due momenti molto diversi, agli anni ‘70 e agli anni ‘90.

Questo primo processo, dunque, è quello che si riferisce agli eventi più recenti, ossia all’abuso sessuale di due ragazzini del coro della Cattedrale di St. Patrick, a Melbourne. Nel corso delle 4 settimane sono comparsi a testimoniare, davanti alla giuria, figure chiave che erano presenti all’epoca nel contesto in cui l’abuso si è svolto: l’ex maestro delle cerimonie della Cattedrale, l’ex organista e compagni delle vittime. La sentenza verrà ufficializzata il prossimo 4 febbraio, e fino a quella data il cardinale sarà tenuto in custodia, anche se sarà probabile un appello da parte della sua difesa.

La decisione del papa

Molto sotto le righe è stata la reazione in Vaticano. Il 12 dicembre, il portavoce della Sala Stampa vaticana Greg Burke ha informato sul briefing del C9 appena concluso, affermando semplicemente che «tenendo anche conto dell’avanzata età di alcuni membri, il Santo Padre Francesco, alla fine di ottobre, ha scritto ai cardinali George Pell, Francisco Javier Errázuriz e Laurent Monsengwo Pasinya, ringraziandoli per il lavoro da loro svolto in questi cinque anni. Considerata la fase del lavoro del Consiglio, non è prevista la nomina di nuovi membri al momento». Interrogato dai giornalisti sull’affare Pell, Burke ha detto che la Santa Sede «ha il massimo rispetto per l’autorità giudiziaria australiana», che è consapevole che vi è «un provvedimento in atto» che «impone il silenzio» e che si intende rispettare».

Certo è che, nei mesi passati, contro Pell si è accesa una intensa campagna mediatica, culminata con il libro della giornalista della Cnn Louise Milligan – fatto ritirare immediatamente dagli avvocati difensori di Pell – che raccontava la parabola dell’assistito, la sua straordinaria carriera, che lo ha portato a essere, dall’Australia, uno degli uomini più potenti della Chiesa.

Ordinato sacerdote a Ballarat nel 1966, fu mandato a studiare a Oxford: ne tornò come un guerriero conservatore protetto da Bob Santamaria, giornalista cattolico conservatore molto potente in Australia fin dagli anni ’40. Da lì cominciò la sua ascesa “politica”: nel 1974 preside dell’Aquinas Teachers College, dal 1978 molto ben visto dal nunzio apostolico Luigi Brambilla, a sua volta legato a Santamaria; nel 1985 rettore del seminario di Ballarat. Due anni dopo fu scelto da Roma come ausiliario dell’arcivescovo di Melbourne Frank Little. Per la sua provata ortodossia, nel 1990 viene nominato membro della Congregazione per la Dottrina della Fede, all’epoca guidata dal card. Joseph Ratzinger; in seguito fa il suo accesso nella Congregazione per i Vescovi, decidendo, di fatto, ogni nomina episcopale in Australia nei successivi due decenni; grazie alla sua frequentazione della Curia romana, la messua carriera vive una decisa accelerazione. Nel gennaio 1996, il Vaticano lo pone alla guida dell’arcidiocesi di Melbourne; nel 2001 diventa arcivescovo di Sydney, cardinale nel 2003, e riesce a traghettare la sua fama anche nel pontificato Bergoglio: membro del C9 nel 2013, segretario dell’Economia in Vaticano nel 2014. Fino a quando si è aperta la voragine degli abusi sessuali sotto i suoi piedi. Nel 2016, la Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse – Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali a minori – lo interroga in video-conferenza per una settimana, avendo Pell rifiutato di recarsi in Australia per motivi di salute, ma a quell’epoca le accuse riguardavano presunti insabbiamenti di casi di pedofilia. Pur dichiarandosi assolutamente innocente, Pell aveva ammesso che «la Chiesa in Australia ha gestito in modo sbagliato le cose e ha fallito con le persone». L’anno dopo, però, la situazione è deflagrata: il cardinale era stato incriminato dalla polizia dello Stato di Victoria per abusi sessuali su minori perpetrati negli anni ‘70 e ha dovuto, questa volta, recarsi nel suo Paese. Dove, peraltro, dato il clima incandescente e ostile nei suoi confronti, è costretto a vivere nascosto.

E il C9 diventa C6

L’annuncio di Burke fa comprendere anche che è stata formalizzata la rinuncia alla partecipazione al C9, oltre che di Pell, anche del card. Francisco Javier Errázuriz, arcivescovo emerito di Santiago, che di recente era venuto in Vaticano per “accomiatarsi” dal papa (v. Adista Notizie n. 40/18): in Cile, infatti, è sotto processo per aver coperto l’abusatore seriale e ormai ex-sacerdote Fernando Karadima, ma dovrà essere giudicato anche per aver mentito alla giustizia, alla quale non ha mai detto che fu lui a chiedere al “procuratore” diocesano di non interrogare l’“orco” – per «rispetto» nei suoi confronti – e di chiudere le indagini su di lui. E ad andarsene dal C9 è anche il card. Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo emerito di Kinshasa, in Congo: lui sì, davvero, soltanto per raggiunti limiti di età. Il Consiglio dei cardinali si ritrova dunque a quota -3, ma il papa non intende sostituire i fuoriusciti

Assolto Wilson

Sempre in Australia, è stata invece annullata la condanna dell’ex arcivescovo di Adelaide mons. Philip Wilson per aver coperto gli abusi sessuali su minori da parte di un prete pedofilo nella regione del New South Wales: il giudice della Corte distrettuale di Newcastle Roy Ellis ha confermato l’appello di Wilson contro la sua condanna dicendo che c’era ragionevole dubbio che il sacerdote avesse commesso il crimine. Wilson, 68 anni, aveva scontato quasi quattro mesi agli arresti domiciliari; ha sempre negato di essere stato a conoscenza dei crimini di un prete pedofilo, Jim Fletcher, negli anni ‘70, affermando sotto giuramento di non aver mai ricevuto la denuncia di due chierichetti di essere stati abusati. Forse, tuttavia, ad aver influenzato l’esito del processo potrebbe essere stata la sua condizione di malato alla prima fase di Alzheimer. Fletcher nel frattempo è morto (2006) mentre scontava una pena di otto anni.

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