La condanna del don abusatore svela i peccati della curia

Dalle motivazioni per la pena (6 anni e 4 mesi) inflitta a Galli emergono violazioni al diritto canonico da parte della diocesi

di Giorgio Gandola

“Il comportamento delle autorità ecclesiastiche milanesi non ha suscitato nel pm alcun impulso a esercitare l’azione penale”. L’assoluzione, o meglio la benedizione laica, arriva dal giudice del tribunale di Milano, Ambrogio Moccia, che nelle motivazioni (durissime) della condanna a 6 anni e 4 mesi di don Mauro Galli per abuso sessuale su un parrocchiano minorenne, tiene a distinguere e a difendere il ruolo dell’allora vicario episcopale, Mario Delpini, oggi arcivescovo della metropoli lombarda.

Lui che pur avendo testimoniato alla polizia “mi furono subito segnalati presunti abusi sessuali compiuti durante la notte” non aveva posto le basi per un’immediata indagine canonica; lui che da diretto superiore di don Galli si era limitato a spostarlo da Rozzano a Legnano lasciandogli la responsabilità di gestire adolescenti (circostanza vietata dalle linee guida della Cei), era il convitato di pietra di questo processo. Ai margini, ovviamente senza alcuna responsabilità penale perché, a differenza che in molti Stati esteri, in Italia non c’è obbligo di denuncia da parte dei vescovi.

Delpini rimane coinvolto in pieno nei richiami formali di papa Francesco e dei suoi predecessori, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, all’interno della famosa – e applicata a singhiozzo – tolleranza zero nei confronti non solo dei preti pedofili, ma anche dei vescovi che compiono omissioni nel caso di sacerdoti colpevoli di abusi sessuali sui minori. Sottolinea proprio Bergoglio, nel motu proprio Come una madre amorevole, che il diritto canonico prevede la rimozione dall’ufficio ecclesiastico per “cause gravi”. Il Pontefice precisa: “Tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili”.

A sottolineare la gravità di ciò che accadde la notte del 21 dicembre 2011 nel lettone di don Mauro, dal punto di vista canonico, è lo stesso avvocato Mario Zanchetti nell’arringa processuale. Volendo difendere il suo assistito dal punto di vista penale, il legale ha spiegato in aula: “È del tutto evidente che aver preso nel letto un ragazzo di 15 anni e averlo abbracciato perché non cadesse non è una leggerezza, è una violazione estremamente seria della condotta che un educatore e un sacerdote deve tenere. È una cosa grave. Non è penalmente rilevante”, proseguì nell’arringa Zanchetti, “ma dal punto di vista ecclesiale è una cosa estremamente grave, che è costata a don Mauro Galli la carriera pastorale”.

E ancora “Sono 15 anni che seguo la diocesi di Milano e sono 15 anni che a tutti i sacerdoti diventati sacerdoti anche in seminario dico che queste cose sono di una gravità inaudita. Un sacerdote non deve pensare di dormire nella stessa stanza con un ragazzo, figurarsi nello stesso letto”.

Pesanti imbarazzi restano in vista del processo d’Appello. E deve averne avuti anche papa Francesco quando nel maggio scorso ha evitato di inserire monsignor Delpini, pur da lui molto stimato, fra i candidati per la nomina di 14 cardinali. Nessuna incertezza invece sulla sorte di don Galli, il comportamento del quale è stato definito “abominevole” nelle 21 pagine di motivazione della sentenza giudiziaria, che parla di atti di libidine, palpeggiamenti, tentativi di penetrazione come emerso dal dibattimento. Proprio la lunga elaborazione del ricordo di quei fatti da parte della vittima, per il tribunale è la prova della “sofferta spontaneità delle accuse”; la conferma di una “concupiscenza già sollecitata da un unilaterale impulso di attrazione fisica” sulla quale si pone l’aggravante dell’abuso “in qualità di ministro del culto cattolico”. Il procedimento canonico di questo “abominio” ha un solo accusato e si perde nelle nebbie.

(trascrizione da La Verità del 22 novembre 2018)

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