“Nostro figlio abusato dal don di cui si fidava” – CASO DON GALLI – PARLANO I FAMIGLIARI DI ALESSANDRO BATTAGLIA

I genitori di Alessandro Battaglia raccontano quanto subito dal giovane che, ancora adolescente, fu vittima delle attenzioni di don Mauro Galli, condannato a settembre in primo grado: “Siamo addolorati perché la Chiesa ha coperto e non ha fatto nulla”

di Serena Agostani

INTERVISTA – La parola ai genitori del ragazzo che fu abusato dal sacerdote quando era adolescente. Dal processo è emerso che l’arcivescovo di Milano, pur informato dell’accaduto, decise di non denunciare il prete ma anzi di spostarlo in un altro oratorio (a Legnano)

“Perché la Chiesa non fa niente?” “Tolleranza zero sui pedofili: dal Papa ci aspettiamo coerenza”

LEGNANO – “Io e mio marito siamo rimasti cattolici praticanti, ma profondamente addolorati perché il dramma degli abusi sessuali da parte del clero non viene preso in considerazione seriamente dalla Chiesa: fanno “qualcosa” solo se c’è una denuncia e se intervengono i giornali. E questo è molto triste”.

Cristina Balestrini, parla per esperienza personale: suo figlio Alessandro Battaglia, 22 anni, fu abusato da un sacerdote quando era adolescente e, prima di ottenere giustizia, ha dovuto scontrarsi – denuncia la famiglia – “con l’omertà dei vertici della Chiesa”.

Chiesa che pure lei e il marito Ettore Battaglia, continuano a frequentare. “Non è facile conservare la fede quando si è costretti ad affrontare un’esperienza come la nostra – spiega la donna accogliendoci in soggiorno, dove fanno bella mostra di sé un crocifisso e una Bibbia aperta su un leggìo, insieme al fratello Giovanni Balestrini –, quando si vede il proprio figlio devastato al punto tale da tentare il suicidio per ben quattro volte. Ma noi siamo convinti che Dio non c’entri, e che a sbagliare siano le persone. Lo stesso non si può pretendere da Alessandro: lui, che è cresciuto in parrocchia, dov’era attivissimo, ora non vuole più saperne e dice spesso che i suoi figli non vedranno mai l’interno di una chiesa. Fortunatamente, seppure con moltissima fatica, sta cercando di provare a vivere una vita “normale”. In questi anni è sempre stato affiancato da psichiatri, le sue condizioni sono finalmente migliorate quando ci siamo affidati a un terapeuta specializzato nella gestione dei disturbi post-traumatici”.

I fatti, per i quali lo scorso 20 settembre è stata pronunciata la sentenza di primo grado, risalgono al 2011 e avvennero a Rozzano, dove la famiglia Battaglia risiede ancora oggi. Sette anni dopo, i giudici del Tribunale di Milano hanno condannato il prete, don Mauro Galli, originario di Cislago, a sei anni e quattro mesi di reclusione. Una sentenza che ha avuto vasta eco anche a Legnano, dove il sacerdote prestò servizio nel 2012.

Una sentenza che per la famiglia di Alessandro non è coincisa con la fine della sua battaglia, anzi. “Da qualche mese ho deciso di collaborare attivamente alla Rete L’abuso – racconta la madre del giovane –, che riunisce i sopravvissuti alle violenze del clero. Condividere la nostra esperienza con altri è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, per dire loro di non sentirsi sole. E anche Alessandro, dopo sette anni, ha deciso di “metterci la faccia”.” Una svolta non semplice, che non è arrivata dopo la condanna di don Mauro Galli, ma qualche giorno prima, a Berlino, durante il meeting internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero. “Lì si è trovato davanti una parete con una cinquantina di nomi – prosegue Cristina Balestrini –, quando gli è stato spiegato che era un modo di ricordare i ragazzi abusati dai sacerdoti che si erano suicidati ha capito di essere un sopravvissuto. E ha sentito l’urgenza di uscire allo scoperto per dire a tutti che quando si è vittima di violenza, bisogna denunciare e farlo subito”.

Una consapevolezza che Alessandro e la sua famiglia hanno maturato tardi. “Noi per primi – ammette la donna – abbiamo commesso l’errore di non rivolgerci alle forse dell’ordine. Da cattolici, la prima cosa che abbiamo fatto è stata informare il nostro parroco. Ci eravamo illusi che bastasse questo affinché la giustizia facesse il suo corso, invece di siamo accorti solo dopo, a nostre spese, che nulla si muoveva. Anzi, quando abbiamo saputo che don Mauro Galli, su cui pendeva il sospetto di pedofilia, era stato spostato a Legnano, di nuovo a contatto con i giovani, siamo rimasti allibiti. La scelta, presa da don Mario Delpini, che allora era vicario episcopale e che pure sapeva tutto, ci ha gettato nello sconforto e ha aperto in noi una caso di coscienza: che cosa sarebbe potuto succedere ad altri ragazzi? Allora abbiamo iniziato a risalire tutta la gerarchia ecclesiastica scrivendo a vescovi e cardinali. Certo non avremmo immaginato di dover arrivare fino al Papa. Ora il Santo Padre non può sostenere di non sapere o di essere male informato come per il caso del Cile, chiediamo dunque coerenza. Francesco predica la “tolleranza zero” nei confronti dei pedofili, allora perché si tollera che un prete si porti a letto un minore e un vescovo consapevolmente semplicemente lo sposti ancora a contatto con i minori?”.

PROCESSO – IL TRIBUNALE DI MILANO LO HA CONDANNATO A SEI ANNI E QUATTRO MESI

La sentenza è arrivata giovedì 20 settembre. Colpevole. Così la quinta sezione penale del Tribunale di Milano ha giudicato don Mauro Galli, a processo con l’accusa di aver abusato sessualmente di un ragazzino di 15 anni.

Il sacerdote, 39 anni, nativo di Cislago, ha prestato servizio anche a Legnano: nel 2012 fu vicario nella parrocchia di San Pietro al quartiere Canazza e responsabile della pastorale giovanile nelle parrocchie di Santa Teresa, dei Santi Magi e del Santissimo Redentore. I fatti contestati avvennero a Rozzano nel 2011, e il suo trasferimento nella città del Carroccio sarebbe stato motivato proprio dalla decisione, presa dall’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, all’epoca vicario di zona, di trasferire il prete ad altro incarico dopo la segnalazione fatta dai genitori del ragazzo ai parroci della cittadina (don Galli aveva ammesso subito di aver dormito nello stesso letto con il minorenne, negando però gli abusi).

Il pubblico ministero Lucia Minutella aveva chiesto una condanna a dieci anni e otto mesi di reclusione. L’imputato, fuori dal processo, aveva versato 100mila euro di risarcimento ai famigliari del ragazzo, che non si sono costituiti parti civili. Il collegio, presieduto da Ambrogio Moccia, oltre a condannare il prete a sei anni e quattro mesi di reclusione, ha anche disposto il divieto per l’ex parroco di avere contatti con minorenni, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

La difesa, rappresentata dall’avvocato Mario Zanchetti, ha preannunciato che ricorrerà in appello.

I fatti avvennero tra il 19 e il 20 dicembre 2011, nella canonica di Rozzano dove abitava don Galli, che aveva l’incarico di vicario parrocchiale nel comune dell’hinterland milanese. Lì il ragazzo aveva trascorso la notte, su invito del sacerdote, “In vista delle attività di preghiera previste per il giorno successivo”. Davanti ai giudici il prete aveva ammesso di aver dormito nel letto matrimoniale con il 15enne, nonostante ci fossero altri letti a disposizione, ma aveva negato ogni contatto: stando alla deposizione resa in aula, don Galli si era difeso sostenendo di non aver mai “abbracciato” né “toccato” il giovanissimo.

Il quale ha sempre raccontato un’altra verità, ora sancita dalla sentenza di primo grado.

“Le sofferenze del ragazzo e dei suoi famigliari – ha sottolineato il pubblico ministero nella requisitoria – non possono essere ripagate da un pagamento in denaro”. Anzi, secondo Minutella, vi è “una discrasia evidente nella difesa dell’imputato data dall’avere risarcito un danno che si ritiene di non aver cagionato”.

A breve saranno rese note le motivazioni della sentenza.

LA POSIZIONE DELL’ARCIDIOCESI

“Abbiamo gestito il caso con scrupolo e coscienza”

Dall’Arcidiocesi nessun commento sulla lettera aperta che i famigliari di Alessandro Battaglia hanno scritto al Santo Padre.

Sull’intera vicenda don Mauro Galli, la Chiesa di Milano si è affidata esclusivamente a comunicati ufficiali e a quelli rimanda i giornalisti. Nel giugno 2017, pochi giorni prima dell’avvio del processo penale che vedeva il sacerdote cislaghese imputato per violenza sessuale ai danni di un minore, l’Ufficio Comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi aveva rivendicato di aver “gestito il caso con scrupolo e coscienza”, provvedendo “cautelativamente a sollevare don Mauro dal ministero e a trasferirlo a Roma per completare i suoi studi” e sottolineando che il trasferimento era “avvenuto diversi mesi prima che fosse presentata la denuncia querela da parte del legale della famiglia del ragazzo”.

Alla conclusione del procedimento giudiziario, lo scorso 20 settembre, ha espresso “vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto” ricordando che “mentre la giustizia fa il suo corso, l’Arcidiocesi resta in attesa dell’esito del processo canonico a carico di don Mauro Galli affidato alla responsabilità del Tribunale Ecclesiastico”.

LA LETTERA APERTA DEI FAMIGLIARI DELLA VITTIMA AL PAPA – “Delpini sapeva e si limitò a spostare don Galli, ora faccia spontaneamente un passo indietro”

“Caro Papa Francesco, siamo quella famiglia che da ormai sette anni ha visto la propria vita sconvolta dal tragico episodio dell’abuso sessuale subito da nostro figlio Alessandro da parte di un sacerdote di Rozzano, don Mauro Galli, che pochi giorni fa è stato condannato, in primo grado, a sei anni e quattro mesi di reclusione”.

Inizia così la lettera aperta che la famiglia di Alessandro Battaglia ha scritto al Santo Padre, della quale riportiamo ampi stralci.

“In questi interminabili anni ti abbiamo scritto decine di volte, abbiamo scritto centinaia di pagine a tanti Sacerdoti, Vescovi, Cardinali, a partire dalla Chiesa locale, quella diocesana fino alle più alte istituzioni ecclesiastiche e ai tuoi più stretti collaboratori. Ci siamo affidati alla Chiesa fin dal primo giorno e abbiamo continuato a credere ed affidarci, in un crescendo di interlocutori, sempre più autorevoli.

Le risposte aberranti o gli inspiegabili silenzi, ci hanno costretto a continuare in questo percorso fino ad arrivare a te, caro Papa Francesco, ormai già da diversi anni (la prima volta che ti abbiamo scritto direttamente risale al 2015).

Oggi purtroppo sono finiti gli interlocutori e forse si sta anche spegnendo la speranza di essere ascoltati.

Questa volta ti scriviamo con questa modalità perché non possiamo tacere e non possiamo lasciare nulla di intentato, e non possiamo nemmeno non commentare la nota stampa pubblicata il giorno della sentenza dal portavoce del nostro arcivescovo Mario Delpini: “L’Arcidiocesi di Milano prende atto della conclusione del procedimento giudiziario di primo grado a carico di don Mauro Galli. Esprime vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto”.

Caro Papa Francesco brevemente ti vogliamo raccontare, ancora una volta, l’ennesima volta, in cosa consiste la vicinanza che abbiamo avuto in questi anni. Come potrai riscontrare, se lo vorrai, tante persone, tante istituzioni, centinaia di pagine, Vescovi, Cardinali, che sanno e che hanno un nome e cognome. In diversi ci hanno risposto firmando le loro lettere, sono persone e istituzioni alle quali ci siamo rivolti, nella massima fiducia e speranza, anche se questa fiducia, progressivamente, veniva minata e sminuita dalle risposte o non risposte.

Caro Papa Francesco noi ti abbiamo cercato tanto, creduto e preso sul serio, abbiamo denunciato alla Chiesa facendo nomi e cognomi come tu esortavi quando, anni fa, avevi fatto l’identikit del buon sacerdote, colui che sa ed ha il coraggio di denunciare con nome e cognome…

Probabilmente abbiamo sbagliato perché, forse, ti riferivi solo ai sacerdoti, tuttavia noi invece ti abbiamo preso sul serio, ci siamo fidati e abbiamo denunciato esplicitamente il comportamento dell’Arcivescovo Mario Delpini e del Vescovo Pierantonio Tremolada. Ci hanno ringraziato ufficialmente e per iscritto, elogiando il nostro coraggio, come a dire che tutti dovrebbero seguire l’esempio da te insegnato, ma purtroppo non abbiamo trovato alcun riscontro a tale elogio… le solite frasi di circostanza.

Ti abbiamo creduto quando hai promulgato in forma di Motu Proprio “Come una madre amorevole” la preziosa indicazione circa la rimozione dei Vescovi per causa grave, esplicitando chiaramente, e con forza, il caso di omissione per i reati di abuso sessuale.

Le cose tuttavia non sono andate esattamente come oggi “indegnamente” pretende di esprimere la Diocesi di Milano citando la sua vicinanza a noi. Forse abbiamo un concetto di “vicinanza” leggermente diverso.

È la stessa Diocesi che in questi anni ci ha formalmente diffidato, riservandosi di chiederci il maggior danno? La stessa Diocesi che ci intimava il silenzio quando insistentemente scrivevamo in Vaticano prima della nomina dell’Arcivescovo Delpini?

È la vicinanza concreta espressa nella nostra Diocesi, dove il Buon Arcivescovo non ci ha mai contattato, se non per interposta persona, esclusivamente per ipotizzare la richiesta del maggior danno (ci sono i documenti, le diffide). Nessun altro ci ha chiamato, tranne don Alberto Rivolta, unico flebile e fragile legame tra la chiesa e nostro figlio, ma che, a settembre 2018, è stato trasferito in un’altra parrocchia da mons. Delpini.

Ci ha onestamente spiazzato anche il tuo attuale Nunzio Apostolico per l’Italia Cardinale Emil Paul Tscherring, quando ben prima che tu nominassi l’Arcivescovo Delpini quale rappresentante all’attuale Sinodo dei Giovani, ci annunciava per iscritto, con piacere, che finalmente ora tutta questa vicenda era direttamente nelle tue mani: ci era sorto il dubbio che le decine di lettere che ti avevamo scritto e le risposte del tuo precedente nunzio Apostolico, Cardinale Adriano Bernardini, non ti fossero mai giunte.

Il comunicato della Diocesi di Milano, da quasi un anno pubblicato sul sito ufficiale www.chiesadimilano.it intitolato “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” ci spiega che il “povero” Delpini dal 2011 sapeva solo che il prete aveva portato nel letto il minore, descrivendo nel dettaglio il tipo di letto.

Ma se Delpini sapeva perfettamente dal letto e proprio per questo motivo scelse di spostare il sacerdote da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori e incaricato dalla pastorale giovanile, come si concilia con la spiegazione offerta dal suo consulente in aula?

Noi non sappiamo se quanto scrivono i giornali … gli scandali che emergono in questo ultimo periodo, le migliaia di persone coinvolte… non sappiamo se tutto sia perfettamente ricostruito, quali siano le reali responsabilità.

Ma sappiamo per certo che la nostra storia, sofferta, vissuta e non voluta, è tutta vera: in questo caso non abbiamo bisogno dei giornalisti, se non per riuscire a fartelo sapere.

Lo sappiamo per certo: non perché ci affidiamo alla nostra memoria o eventuali suggestioni dovute all’inevitabile coinvolgimento personale, ma semplicemente perché, ancora una volta, ci eravamo fidati della Chiesa, avevamo preso alla lettera il suggerimento di un sacerdote, padre Aleardo, che ci disse in modo perentorio – sorprendendoci e lasciandoci basiti – di “documentare tutto, registrare tutto, scrivere, archiviare, duplicare i contenuti, fare un diario quotidiano, archiviare sms, chat, incontri…” Allora non capivamo.

Ora possiamo dire “grazie” per questo misterioso suggerimento: ci restituisce una estrema serenità.

Possiamo dimostrare tutto oggettivamente, senza commettere errori di interpretazione, grazie quindi alla Chiesa che, se pur in modo aberrante, dobbiamo onestamente riconoscere ci ha spesso risposto inaspettatamente.

Tutto questo proclamare la “Tolleranza Zero” e poi?

L’ermeneutica del 2018?

Quindi quando un Vescovo come mons. Delpini o mons. Tremolada spostano un prete accusato di pedofilia da una parrocchia all’altra, sapendo con certezza che quantomeno il sacerdote si era portato a letto un minore, sta insabbiando il caso oppure semplicemente non se ne vuole occupare?

Nella “Tolleranza Zero” questi casi si possono semplicemente rubricare come errori accettabili?

Caro Papa Francesco, noi ti avevamo creduto quando nel 2014 dicevi che i Vescovi avrebbero dovuto rendere conto se non avessero esercitato il loro servizio di pastori per la protezione dei minori:

“… mi impegno a non tollerare il danno recato ad un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale. Tutti i vescovi devono esercitare il loro servizio di pastori con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità…”

Non avremmo mai immaginato che solo poco dopo, nel 2018, avresti tollerato che gli stessi Vescovi avessero potuto viceversa scegliere di non occuparsi degli abusi dei loro sacerdoti rendendoti persino orgoglioso.

Caro Papa Francesco, consentici infine un suggerimento per l’Arcivescovo Delpini ma anche per il Vescovo Tremolada (magari illuminati dall’esempio del Cardinale Wuerl): se è vero che Delpini ti vuole tanto bene, forse potrebbe aiutarti in questa triste vicenda evitandoti di dover rispondere o non rispondere a questa lettera.

In entrambi i casi ci sarebbe una chiara presa di posizione da parte tua.

I fatti stessi dimostrano e dimostreranno le tue decisioni e le tue posizioni nel merito. Se davvero ti vogliono bene (come l’8 settembre mons. Delpini ha proclamato commosso in Duomo e tanta gente ha applaudito), potrebbero fare spontaneamente un passo indietro rinunciando alla carica.

Al di là della sentenza di secondo grado o canonica questo aspetto riguarderebbe esclusivamente il profilo penale rispetto al sacerdote: nulla varierebbe invece rispetto alla condotta del Vescovo che sapeva con certezzo che lo stesso prete aveva quantomeno portato a letto un ragazzino, e lo ha semplicemente spostato come se nulla fosse.

Gli chiediamo questo coraggioso gesto per rispetto nei tuoi confronti, non per noi”

Cristina Balestrini, Ettore Battaglia, e zio Giovanni

UN’ONDA VIOLA CONTRO GLI ABUSI SESSUALI DEL CLERO: I SOPRAVVISSUTI CHIEDONO TRASPARENZA E GIUSTIZIA

Un’onda viola – il colore liturgico del dolore, del lutto e della penitenza – contro gli abusi sessuali del clero e il silenzio che troppo spesso li copre. È quella che si è alzata sabato 3 novembre in 37 Paesi del mondo, Italia compresa, in occasione della Giornata mondiale dei sopravvissuti, le persone che, dopo aver subito una violenza da parte di un prete, hanno continuato a vivere. Le associazioni che si occupano di abusi all’interno della Chiesa hanno fatto un flash mob, esponendo un grande striscione in inglese in cui vengono denunciati i crimini sessuali.

Nel nostro Paese i manifestanti hanno scelto piazza San Marco a Venezia perché il loro richiamo potesse diffondersi in tutto il mondo. A promuovere la giornata è stata l’associazione Rete L’abuso, che riunisce i sopravvissuti alle violenze del clero (e della quale fanno parte anche il giovane Alessandro Battaglia e i suoi genitori Ettore Battaglia e Cristina Balestrini), in collaborazione con Eca (Ending clergy abuse, un’organizzazione internazionale di attivisti per i diritti dei bambini e delle vittime che si sono unite in una causa comune per sfidare la Chiesa a proteggere i minori dagli abusi del clero e aiutare le vittime a trovare una giustizia reale nella loro vita).

La data scelta non è casuale: il 3 novembre si celebra infatti san Martino de Porres, il santo patrono della giustizia sociale. E proprio giustizia e trasparenza sono state le richieste dei manifestanti per le vittime di abusi sessuali del clero in tutto il mondo.

Tre le richieste fatte al Papa: La prima: “Riconoscere che l’abuso sessuale del clero sui bambini è un problema cronico, persistente e deleterio all’interno della Chiesa cattolica e che la Chiesa, piuttosto che affrontare il problema della responsabilità, ha usato la sua autorità per coprire la sua condotta criminale”. La seconda: “Rilasciare volontariamente a tutte le autorità governative competenti tutti i report relativi ad abusi sessuali da parte del clero”. E poi ancora: “Cessare immediatamente tutte le attività di lobbying in cerca di protezioni governative e diplomatiche da controversie civili e penali”.

“A Venezia è andata molto bene – racconta Cristina Balestrini –, diverse persone si sono fermate a chiedere informazioni e anche sui social c’è stato un notevole richiamo con interventi un po’ da tutto il mondo. Purtroppo Alessandro non è venuto, sabato non stava benissimo”. Ma i suoi genitori erano in piazza anche per lui, oltre che per tutti coloro che come lui sono stati costretti a soffrire nel silenzio e nella vergogna, ai quali hanno voluto dire: “Tu sei creduto, tu sei amato, noi siamo qui per te”. “Che cosa significa per la mamma di una vittima – si domanda Cristina Balestrini – mettersi in gioco partecipando a eventi mondiali? Significa scegliere di non rimanere nell’ombra, significa affrontare quel timore e quella disperazione che non permettono di superare il dolore. Condividere la propria esperienza con altri, provare a “metterci la faccia” è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, è il nostro messaggio: “Non è capitato solo a te, non sentirti solo”. Contemporaneamente, come mamma cattolica, auspico che siano sempre di più i cattolici che comprendono che denunciare i reati che vengono commessi dai sacerdoti (come gli abusi sessuali e gli insabbiamenti e coperture) non è un attacco verso il Papa o verso la Chiesa. ricercare la verità e la giustizia è invece un grande atto di amore, anche quando si scopre che la realtà è dolorosa, e non è quella che ti aspettavi”.

(trascrizione da Settegiorni Alto Milanese del 9 novembre 2018)

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