Chiesa e pedofilia, chi ha paura del caso Italia

Per giorni ha tenuto banco la notizia che papa Bergoglio sapesse delle accuse contro l’ex arcivescovo McCarrick, e che non sia intervenuto. In Italia ci sono quattro casi di insabbiamento identici a quello sollevato da mons. Viganò. Ma la stampa fa finta di niente

di Federico Tulli

Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 percento nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi». A rendere pubblica questa mostruosa percentuale riferendosi alla diffusione della pedofilia nella Chiesa cattolica Usa, non è stato un trinariciuto produttore di fake news anticlericali ma padre Hans Zollner, psicologo alla Gregoriana e membro della Pontificia Commissione per la protezione dei minori. Era il 21 agosto scorso e l’affermazione di Zollner pubblicata dall’agenzia dei vescovi Sir, è passata praticamente inosservata sotto i riflettori della stampa italiana (tranne un articolo del Corriere della sera), sebbene la percentuale fosse circa 20 volte superiore a quella ufficiale resa nota dalla Congregazione del clero che valuta un coinvolgimento di ecclesiastici in reati contro minori, pari al 3 per mille. Un dato, questo, che a sua volta è di mezzo punto superiore al tasso di diffusione della pedofilia nella popolazione italiana elaborato da Left in base ai dati Istat relativi alla popolazione carceraria. Colpisce ancor di più, ma non sorprende, il silenzio mediatico nostrano, se si pensa che Zollner ha fatto un esplicito e preoccupante riferimento all’Italia.

«Non abbiamo dati precisi, ma sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso», ha detto l’esperto sacerdote e ha aggiunto: «Dal momento che i vescovi Usa hanno preso sul serio la lotta contro questo “male”, dal 2002, non ci sono quasi più accuse di nuovi casi. Mi preme dire che l’Italia non ha ancora vissuto un tale momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere riguardo il passato». Infine la stoccata: «La Chiesa italiana affronti il tema degli abusi sui minori o ne verrà travolta». Ebbene, vi chiederete, è accaduto qualcosa in questi 30 giorni? Come hanno reagito i vescovi? E papa Francesco? Il fautore della tolleranza zero, ha suggerito qualcosa a Bassetti, l’unico capo di Conferenza episcopale al mondo che il pontefice nomina direttamente? E la Cei per caso si è impegnata a rivedere le proprie linee guida inserendo per i vescovi l’obbligo di denuncia alla magistratura “civile”? La risposta è sempre la stessa. Cioè nessuna risposta. E sulle dichiarazioni di Zollner è calato velocemente il silenzio.

Eppure di materiale preoccupante su cui impostare un serio lavoro di indagine, prevenzione e “pulizia” all’interno della Chiesa italiana, trasformando le dichiarazioni e le intenzioni, in fatti concreti, ce n’è a sufficienza. A cominciare dal corposo dossier sugli stupri avvenuti per decenni all’interno dell’istituto religioso per bambini sordomuti Provolo di Verona, che Left ha contribuito a portare alla luce sin dal 2010. «Si è molto parlato nelle scorse settimane del dossier Viganò» osserva Francesco Zanardi, presidente della onlus Rete L’Abuso che fa parte della rete internazionale Eca (Ending clergy abuse) impegnata nella tutela dei diritti delle vittime di pedofilia clericale. «Ha generato uno scandalo – prosegue Zanardi – che Bergoglio sapesse sin dal 2013 delle accuse nei confronti dell’ex arcivescovo di Washington e (suo) cardinale elettore Theodore McCarrick, e che non sia intervenuto se non cinque anni dopo accogliendone le dimissioni e disponendo per lui come punizione l’obbligo di ritiro in un luogo discretamente segreto per pregare e pentirsi. Ebbene, anche se la stampa italiana non ne parla, nel nostro Paese abbiamo quattro casi di insabbiamento praticamente identici a quello sollevato da mons. Viganò». Prima di approfondire la storia di Verona ci soffermiamo sugli altri tre. «Il più significativo – racconta il presidente di rete L’Abuso – chiama in causa non proprio indirettamente mons. Ladaria, il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cioè l’ex Sant’Uffizio, l’organo della Santa sede deputato proprio al giudizio sulla “purezza dei sacerdoti”».

Il nome di Ladaria spunta in relazione alla vicenda dei chierichetti della Basilica di S. Pietro abusati nel pre-seminario in Città del Vaticano (vedi Left del 18 novembre 2017), ma non per via delle indagini che dovrebbero esser svolte dai suoi magistrati. «Abbiamo scoperto che il sacerdote accusato degli stupri non solo non è mai stato sospeso nemmeno in via cautelativa dai suoi incarichi “pubblici” ma addirittura all’inizio dell’estate risultava essere l’incaricato alla raccolta delle prenotazioni per gli esercizi spirituali organizzati presso l’Opera Don Folci di Como. Esercizi condotti proprio dal prefetto del tribunale vaticano che dovrebbe indagarlo e nel caso giudicarlo: mons. Francisco Ladaria». Allo stato attuale, osserva Zanardi, le denunce sugli stupri al pre-seminario risultano insabbiate almeno tre volte dalla Santa sede: dopo le prime denunce di un ex seminarista testimone (costretto in seguito dai suoi superiori ad abbandonare la scuola per chierichetti); dopo il libro-scoop di Gianluigi Nuzzi, Peccato originale (Chiarelettere), che un anno fa ha portato la storia in pubblico; infine, a fronte della reiterata inerzia della Santa sede, dopo il nostro intervento come Rete L’Abuso finalizzato a evitare che siano poste in essere eventuali recidive, considerando che nemmeno la Procura della Repubblica ha avviato delle indagini sebbene la notizia abbia avuto notevole risonanza anche in televisione».

Qui Zanardi si riferisce all’esposto-querela della onlus che presiede contro lo Stato italiano per la violazione della Convenzione di Lanzarote sui diritti dei minori e a quello depositato presso il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza per la violazione della relativa Convenzione di cui il governo giallonero dovrà rispondere il 19 gennaio 2019 a Ginevra presso la sede delle Nazioni Unite (vedi Left del 31 agosto 2018). Nel dossier ci sono anche gli altri tre casi. «Quello di Milano che vede coinvolti due vescovi: mons. Mario Delpini e mons. Pierantonio Tremolada promossi rispettivamente arcivescovo di Milano e vescovo di Brescia da papa Francesco, sebbene ci siano delle denunce per “insabbiamento” di cui è a conoscenza anche Congregazione per la dottrina della fede». In particolare, spiega Zanardi, «sappiamo che lo stesso mons. Delpini ha dichiarato davanti alla Polizia di essere stato subito avvisato del fatto che un prete aveva “dormito” con un minore. E nonostante ciò lo ha comunque spostato in un’altra parrocchia ancora a contatto con dei minori». Nel mirino di Rete L’Abuso c’è poi l’annosa vicenda di don Silverio Mura. «La scorsa settimana la procura di Pavia ci ha convocato per un interrogatorio riguardo all’esposto fatto contro questo sacerdote. Il suo caso è emblematico perché la presunta vittima, Arturo Borrelli, è stata ricevuta da papa Francesco ma non vi è stato nessun intervento da parte sua. All’inizio del 2018 si è scoperto che il sacerdote era stato trasferito da Napoli a Montù Beccaria, un paesino del pavese, dove operava con un altro nome. Immediatamente trasferito, da allora ne abbiamo perso nuovamente le tracce».

Chiudiamo con Verona. Tutto inizia a metà anni Ottanta, quando 67 ex ospiti dell’Istituto per sordomuti Provolo hanno trovato la forza per denunciare alla diocesi locale gli stupri, le violenze e le molestie ricevuti per decenni precedenti da parte di 25 educatori tra sacerdoti e fratelli laici. Per quasi 30 anni le loro istanze sono rimaste inascoltate. Nel 2011, dopo che lo scandalo è riuscito a bucare il muro dell’omertà mediatica, la diocesi di Verona in accordo con il Vaticano ha disposto un’indagine “interna” che ha riconosciuto la colpevolezza di tre sacerdoti. Riguardo gli altri accusati la Santa sede liquidò la faccenda affermando che su alcuni di loro – i pochi rimasti in vita – avrebbero continuato a indagare. Ma, come vedremo, non risulta. Tra i “prosciolti” infatti figura il nome di don Nicola Corradi finito in carcere nel novembre del 2016 a Mendoza in Argentina con l’accusa di aver abusato alcuni bambini nella più importante sede sudamericana del Provolo in cui fu trasferito proprio a metà anni 80 dal Vaticano e di cui è stato direttore fino all’arresto. «Ebbene – spiega Zanardi – nel 2014, dopo il sostanziale fallimento della commissione d’inchiesta veronese un gruppo di ex alunni dell’Istituto Provolo aveva pensato di aggirare il problema consegnando brevi manu al papa della tolleranza zero una lettera con i nomi dei 25 accusati, compreso quello don Nicola Corradi». Come detto, don Corradi è stato poi arrestato nel 2016. «Sì, ma grazie alla giustizia argentina perché papa Francesco, seppur personalmente informato già due anni prima, evidentemente non ha mosso un dito nei confronti del sacerdote trasferito nel suo Paese». Ad oggi l’unico provvedimento pontificio che si interseca con la storia del Provolo risale a pochi mesi dopo l’incontro con le vittime. Il 16 luglio 2015 papa Francesco ha autorizzato la pubblicazione del decreto riguardante le «virtù eroiche» del monsignore che aveva guidato la diocesi veronese durante gli anni delle violenze, l’ex vescovo Giuseppe Carraro. Sebbene anche lui sia nella lista dei 25 presunti violentatori, il pontefice lo ha inserito tra i venerabili della Chiesa, primo passo verso la beatificazione.

LEFT N. 38 | 21 Settembre 2018

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