“Il Vaticano punisca chi insabbiò” – l’intervista, la madre della vittima

di Giorgio Gandola

La mamma del ragazzo abusato: “Mio figlio? Ha pianto. Abbiamo avuto la giustizia che la diocesi ci ha sempre negato. Ci trattavano come se fossimo una scocciatura”

Signora, ha parlato con suo figlio della sentenza?

“Gliel’ho annunciata io, ha risposto scoppiando in lacrime. È stato un dramma infinito, un percorso molto doloroso per noi tutti. Abbiamo fatto bene a intraprendere la strada della giustizia ordinaria, è stata lunga ma lineare e pura”.

La traversata nel deserto è finita?

“Oggi è avvenuta una cosa grande: è stata riconosciuta la credibilità di mio figlio. Se abbiamo dentro di noi ancora una speranza, anzi una certezza, che la verità trionfi, lo dobbiamo alla giustizia italiana che ci ha tutelati, non certo alla diocesi di Milano”.

Sei anni e 4 mesi, qualcosa che somiglia a una stangata.

“Al di là degli anni, sui quali non ho nessuna competenza, per me è importante sapere che i giudici credono a mio figlio. È ancora fragile, si è diplomato con due anni di ritardo, merita rispetto. Io non ho mai avuto il più piccolo dubbio su ciò che accadde quella notte”.

Don Galli poteva legittimamente essere assolto.

“Non voglio nemmeno pensare a cosa sarebbe successo, dentro la nostra famiglia, se la verità non fosse venuta a galla. Ci saremmo sentiti definitivamente soli al mondo. A chi avremmo potuto appellarci? Non a questa Chiesa avvolta nella nebbia, concentrata a difesa della sua immagine”.

Cosa imputa al vaticano?

“È latitante, non cerca la verità, promuove chi ha insabbiato. Noi vogliamo continuare la nostra battaglia perché torni una Chiesa santa. Abbiamo scritto a tutti, abbiamo ricevuto solo promesse di preghiere. Non basta, serve coerenza, e la chiediamo soprattutto al Papa. Se il diritto canonico e la morale e lo stesso Pontefice dicono che è male anche coprire un abuso, chiediamo che vengano presi provvedimenti contro chi insabbiò”.

Ancora l’arcidiocesi, ancora Mario Delpini.

“Io non ho nulla di personale contro i monsignori Delpini e Tremolada. Vorrei solo che i loro comportamenti venissero censurati perché non voglio vedere altri ragazzini entrare nel vortice di nostro figlio, essere trattati come lui. A noi non interessa la visibilità, a noi interessa che non ricapiti. Basta bassezze, basta dolore”.

Cosa l’ha delusa di più in questa vicenda?

“La mancanza di umanità delle gerarchie. Noi avevamo la più totale fiducia negli organismi ecclesiastici, ci siamo affidati a loro senza alcun dubbio; non avevamo bisogno di denunciare ad altri. Avevamo chiesto un incontro con il cardinal Angelo Scola e lo abbiamo ottenuto tre anni dopo”.

Lei ha un carteggio aperto con il Vaticano.

“Ci devono delle risposte. Anche qui mi ha deluso il gelido distacco della nomenclatura, la sua lontananza da un percorso di fede e di comprensione. Le lettere ricevute si concludevano sempre con un “prego per voi” che non era pietas cristiana, ma una formula di saluto. Ho avuto la netta sensazione che la scocciatura fossimo noi, non l’abuso sessuale su nostro figlio”.

Signora, alla fine di questo percorso perdona don Mauro Galli?

“So che è un gesto impopolare, ma lo perdono perché sbagliare è possibile. Anche commettere un grande errore è possibile. L’ho visto il giorno dell’interrogatorio, era smarrito e sofferente, sembrava anche lui una vittima. E poi penso alla sua mamma e a ciò che sta soffrendo. Ma non perdono nessun altro, anzi condanno chi non lo ha aiutato a prendere coscienza dell’errore”.

Anche in tonaca c’è il diritto alla difesa.

“Certo, è sacrosanto. Ma se sbagli devi sopportare le conseguenze dell’errore. L’unico discorso cristiano è questo”.

(trascrizione da La Verità del 21 settembre 2018)

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