India, si allarga lo scandalo del vescovo accusato di abusi sessuali

In Kerala i fedeli invocano sanzioni canoniche contro Mullakal, reo del presunto stupro di una religiosa. La polizia lo convoca, altre tre suore lo inchiodano

PAOLO AFFATATO

Si allarga lo scandalo di violenza sessuale che sta travolgendo la Chiesa in India. Accusato di aver violentato più volte una suora, il 54enne vescovo Franco Mullakal, alla guida della diocesi di Jalandhar, nello stato indiano del Kerala, dovrà comparire il 19 settembre per un interrogatorio davanti alla Squadra investigativa speciale della polizia del Kerala. Il Prelato, accusato di aver aggredito sessualmente una suora per 13 volte nel biennio 2104-2016, sarà chiamato a rispondere delle accuse che, secondo quanto trapela dal team investigativo, sembrano essere circostanziate e suffragate da prove. La vicenda, inoltre, assume nuovi contorni perchè altre tre suore accusano il vescovo di molestie sessuali. L’interrogatorio, dunque, potrebbe anche risolversi con un clamoroso arresto.

E mentre la giustizia ordinaria fa il suo corso, la comunità cattolica appare in subbuglio: da cinque giorni sono in corso a Kochi, la capitale commerciale del Kerala, manifestazioni di protesta e cortei pubblici, con la partecipazione di preti, fedeli e suore della Congregazione delle Missionarie di Gesù, l’ordine cui appartiene la suora vittima delle presunte violenze. Alla protesta si sono aggregate personalità del mondo della cultura e della società civile come il poeta Balachandran Chullikkad, una icona in Kerala: tutti accomunati dalla difesa dei diritti delle donne. Anche l’ex magistrato Kemal Pasha ha espresso solidarietà ai manifestanti scesi in piazza a Kochi, rilevando: «Questa non è una lotta contro la Chiesa cattolica, ma contro una grave ingiustizia».

La 43enne suora del Kerala, sulla cui identità tuttora si preferisce mantenere l’anonimato, ha scritto una lunga lettera a papa Francesco, inviandola al nunzio apostolico in India Giambattista Diquattro e altre alte autorità ecclesiali, confermando le accuse e denunciando i tentativi del vescovo di «usare il suo potere politico e finanziario» per insabbiare il caso. Rinnovando il suo appello per un intervento urgente delle autorità ecclesiali sul vescovo molestatore, la religiosa ha spiegato il suo silenzio, dato che molti le chiedono come mai abbia denunciato solo ora violenze avvenute tra il 2014 e il 2016. «Provavo tremenda paura e vergogna», confessa, ammettendo di non aver avuto il coraggio di alzare la voce. Ora, però, «perché la Chiesa sta chiudendo gli occhi davanti alla verità?», chiede. «Il silenzio delle autorità della Chiesa e la protezione di quanti commettono un crimine creano perdita di credibilità della Chiesa nella società», scrive, ribadendo la sua richiesta di giustizia.

Sono diversi i preti e i religiosi indiani che invocano sanzioni canoniche nei confronti del vescovo. Scrive Suresh Matthew, sacerdote e direttore dell’Indian Currents Weekly, settimanale cattolico di Delhi: «Costernato, faccio appello alla più alta gerarchia ecclesiastica perchè si intervenga. Invito il vescovo a farsi da parte fino a quando non sarà dimostrato innocente da una corte di giustizia. Non è il momento di mantenere il prestigio. È tempo di mantenere intatta la santità della Chiesa».

Citando papa Francesco e la sua recente «Lettera al Popolo di Dio», in cui si esprimono «vergogna e pentimento», Mathew chiosa: «Speriamo che la Chiesa in India agisca rapidamente».

Anche padre Paul Thelakat, direttore del settimanale Sathyadeepam («Luce di verità»), edito dalla Chiesa indiana siro-malabarese, rileva che «la riluttanza della gerarchia ad agire contro il vescovo sta portando grande vergogna su tutta la Chiesa», sollecitando organismi come la Conferenza episcopale indiana e il Consiglio episcopale del Kerala.

Sul fronte della difesa, il vescovo Mullakal ha dichiarato: «Se sarò riconosciuto colpevole, e non lo sono, sarò punito. Comparirò di fronte alla polizia. Sono un cittadino rispettoso della legge». Esprimendo un sentire diffuso tra alcuni Pastori, Thomas Tharayil, ausiliare dell’arcidiocesi di Changanassery, in Kerala, ha ricordato il necessario approccio garantista, prerogativa di ogni cittadino indiano: «Un cittadino è innocente, e come tale va trattato, finchè il suo crimine non viene accertato davanti a un tribunale. Oppure se l’accusato è un vescovo, tutto si ribalta e va forse trattato come un colpevole, fino alla prova della sua innocenza?», ha detto.

Inoltre suor Regina, la superiora generale dell’Ordine delle Missionarie di Gesù – congregazione diocesana con una sessantina di religiose, ispirate a una forma di vita francescana – ha scagionato Mullakal, affermando di credere alla sua innocenza, piuttosto che alle accuse della suora. Questa presa di posizione della superiora, a capo della comunità della religiosa violentata, ha sparigliato le carte, alimentando il dibattito tra innocentisti e colpevolisti, anche sui mass media, cattolici e non.

https://www.lastampa.it/2018/09/13/vaticaninsider/india-si-allarga-lo-scandalo-del-vescovo-accusato-di-abusi-sessuali-2X91hObQp4T3qJuVDyB4NN/pagina.html

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