Una mano lava l’altra

Tra i Paesi più sviluppati, l’Italia è l’unico in cui non c’è mai stata un’indagine governativa sulla pedofilia clericale. Eppure, a livello numerico è molto più diffusa che altrove. Un’inerzia che, oltre ai rischi per i bambini, è valsa una denuncia all’Onu per complicità con la Chiesa

di Federico Tulli

“Era lei a prendere l’iniziativa». Così don Paolo Glaentzer ha pensato bene di giustificare la presenza nella sua auto di una bambina di 11 anni. Lui con i pantaloni abbassati, lei con la magliettina alzata. E ancora: «È stata una mia stupidata, mi ha fatto lo sgambetto il demonio, uno sgambetto un po’ pesante, ho commesso un errore, questo lo ammetto, ci penserà il nostro Signore. Lui è in grado». Parole fatue e agghiaccianti che non hanno messo al riparo il parroco 70enne, colto in flagrante, dall’arresto con l’accusa di violenza sessuale. «Con» la stessa bambina, stando a quanto il prete ha dichiarato alla stampa locale, era già «capitato altre poche volte». Infine l’ultima “coltellata”: «È stato uno scambio d’affetto, è stato esagerato, a volte le cose vanno in una certa maniera». Avete letto bene. Con una bimba di 11 anni, per un sacerdote, a volte le cose vanno in questa maniera. Ed effettivamente e tragicamente, è vero. In quei giorni di fine luglio, rimbalzava dal Cile la notizia di un’inchiesta governativa con relativa messa in stato d’accusa di 158 tra vescovi, parroci, sacerdoti e laici dipendenti di associazioni religiose (vedi Antonini a pag. 31). «La stragrande maggioranza dei fatti riportati corrisponde a crimini “sessuali” commessi da sacerdoti, parroci o persone associate a istituti scolastici», scrive la Fiscalia generale cilena nel documento. Nel mirino dei giudici, con l’accusa di aver sistematicamente insabbiato le denunce ricevute e coperto i responsabili, sono finiti anche due ex capi della Conferenza episcopale cilena, mons. Errazuriz e mons. Ezzati, e l’ex arcivescovo di Osorio, mons. Barros. Non si tratta di ecclesiastici qualsiasi. Errazuriz fa parte del cosiddetto C9, il consiglio dei nove cardinali creato da Bergoglio che coadiuvano il papa nella riforma della Curia. Ezzati, che è l’arcivescovo della capitale del Cile, da Bergoglio è stato nominato cardinale nel 2014. Infine Barros, è stato nominato vescovo di Osorio sempre dall’attuale pontefice nonostante fosse ben nota la sua “vicinanza” per oltre 25 anni al “carismatico” e pedofilo seriale padre Fernando Karadima. Il 21 agosto scorso è iniziato il suo interrogatorio in procura, staremo a vedere. Spostandoci dal continente latinoamericano verso Nord segnaliamo brevemente, sempre in agosto, la chiusura di un’inchiesta monstre condotta per 18 mesi dallo Stato Usa della Pennsylvania in sei delle otto diocesi cattoliche (a pag. 31, l’approfondimento).

Stando ai risultati dell’indagine, circa 300 preti hanno molestato e violentato migliaia di bambini dagli anni Quaranta a pochi mesi fa, e alti prelati, incluso l’attuale arcivescovo di Washington, Donald William Wuerl, hanno coperto gli stupri. L’inchiesta segue quella di un altro grand jury che ha rivelato abusi e insabbiamenti nelle altre due diocesi dello Stato. «I preti hanno violentato ragazzini e ragazzine e i loro superiori non solo non fecero niente, ma hanno nascosto tutto», ha detto il procuratore Shapiro precisando che l’indagine è ancora in corso. Quanto scritto fin qui è accaduto nell’ultimo mese. In Italia, dai primi anni Duemila a oggi, i casi come quello di don Paolo Glaentzer sono stati circa 140 (decine dei quali sono giunti a sentenza definitiva). Contando anche le denunce che non hanno avuto seguito per la prescrizione del reato si arriva velocemente a circa 300 segnalazioni in poco meno di 20 anni. In termini di freddissimi numeri, ciò che è successo in Cile e Pennsylvania segnala l’esistenza di un fenomeno criminale di proporzioni minori rispetto all’Italia.

Eppure la stima non è frutto di un’indagine governativa ma del capillare lavoro d’inchiesta e monitoraggio degli organi di stampa di una Onlus, Rete L’Abuso, che si occupa di tutela dei diritti di circa 500 sopravvissuti italiani a violenze pedofile di matrice clericale (vedi box a pagina 30). Già perché a differenza di quanto accaduto oltre che negli Usa e in Cile, in Irlanda, Olanda, Belgio, Australia, Germania e Brasile, solo per citare alcuni Paesi (per approfondire, vi invitiamo a consultare l’archivio di Left), da noi a livello nazionale non c’è mai stata un’indagine governativa, né mai alcun esecutivo ha sentito la necessità di farla. Questo, sebbene proprio le esperienze degli altri Paesi dimostrino che almeno in termini di prevenzione – sia di “nuovi” crimini che di recidiva da parte dei pedofili seriali – inchieste di questo tipo sono decisamente efficaci e produttive. In poche parole, è provato che quando uno Stato fa sentire la sua presenza con tutti gli strumenti a sua disposizione, la Chiesa di quel Paese corre velocemente ai ripari. Offrendo collaborazione alle autorità laiche e vigilando con maggiore attenzione sui suoi sacerdoti. In Italia questo non accade. Basti ricordare che nelle Linee guida antipedofilia che la Conferenza episcopale si è data nel 2014 (al tempo guidata da mons. Bagnasco), i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare alla magistratura i casi di cui vengono a conoscenza. Attenendosi così rigidamente alla segretezza che prevede la “lettera” De delictis gravioribus emanata nel 2001 dall’allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Ratzinger (vedi box a pag. 34).

A fine giugno, Rete L’Abuso ha presentato un esposto all’Onu per segnalare l’inerzia del governo di Roma e la sua scarsa vigilanza sul modo in cui la Conferenza episcopale affronta e gestisce i casi di pedofilia di cui viene a conoscenza. L’associazione afferma che è stata ripetutamente violata la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che l’Italia ha ratificato quasi 20 anni fa e che la obbliga a presentare ogni cinque anni un rapporto sulla prevenzione dei crimini contro i minori (non solo quelli compiuti da uomini di Chiesa) e sui risultati ottenuti. In sostanza, documenti alla mano, Rete L’Abuso ritiene di poter dimostrare che molto spesso le autorità competenti hanno chiuso un occhio non sui singoli casi di stupro e sui preti responsabili, ma sui loro superiori titolari di diocesi e di alte cariche all’interno della Chiesa di Roma che li avrebbero coperti. Insabbiando le denunce e/o trasferendoli in altre sedi. Contribuendo, di fatto, ad alimentare il fenomeno criminale della pedofilia. L’inchiesta del comitato Onu per i diritti dei minori si conclude il 19 gennaio 2019 e il governo italiano sarà chiamato a presentare le sue controdeduzioni. Spiegando perché pur essendoci gli strumenti e le leggi per intervenire (riducendo ad esempio i rischi di recidiva), pur di fronte a un pericolo incombente, considerando il carattere di serialità del crimine, le misure cautelari per un sacerdote oggetto di indagine sono spesso per non dire sempre quelle meno “intense”. Vale a dire, per esempio l’obbligo di firma, i domiciliari presso strutture della Chiesa o “affiliate” ad essa, e non il carcere.

E l’Italia dovrà anche spiegare perché un magistrato prima di aprire un fascicolo contro un prete deve avvisare il vescovo titolare della diocesi di cui fa parte il prete. A questo in realtà possiamo rispondere anche noi. Questo notevole vantaggio che nessun altro cittadino italiano ha, è frutto del Concordato con il Vaticano rinnovato nel 1984 da Craxi. Il Concordato, che è inserito nella Costituzione all’articolo 7 alterando il caposaldo della laicità dello Stato, è stato più volte messo in discussione. Ma la risposta è sempre la stessa: è un Trattato internazionale quindi può essere modificato solo per volontà di entrambe le parti. Di recente hanno rivisto i loro accordi persino le due Coree, perché mai Italia e Vaticano non vogliono fare altrettanto? Una possibile risposta ci viene da un fatto avvenuto in questi giorni e che solo apparentemente è scollegato da quanto abbiamo scritto fin qui: perché in Italia Stato e Chiesa si sostengono a vicenda, specie nei momenti di difficoltà. Come è noto, per sbloccare la situazione della nave Diciotti, il ministro Salvini si è rivolto alla Cei. E la Conferenza episcopale non si è sottratta, almeno così ce l’hanno raccontata, prendendo in carico 100 dei 150 profughi “sequestrati” per dieci giorni sulla nave della Guardia costiera bloccata in porto dal ministro dell’Interno e da quello dei Trasporti, Toninelli. «Non era più sostenibile la situazione e per questo la Chiesa italiana ha deciso di aprire le porte, nel rispetto dei principi espressi più volte dal papa» ha spiegato il portavoce della Cei, don Ivan Maffeis. Peccato che il Centro di accoglienza straordinaria Mondo Migliore di Rocca di Papa, presso cui sono stati trasferiti i 100 ragazzi eritrei, faccia parte della rete italiana di prima accoglienza per richiedenti asilo. Ma questo, Salvini e Maffeis non l’hanno detto. Ciò significa che i profughi eritrei in fuga dalla dittatura di Afewerki presenteranno al governo italiano la loro istanza di diritto d’asilo. Come del resto prevedono la legge e i trattati internazionali. E come ha fatto Salvini a convincere la Cei, fin qui immobile di fronte alle altre “crisi” provocate dal ministro (Aquarius, etc), a prestarsi a questa pantomima? È lecito ipotizzare che una risposta vada ricercata nell’esposto di Rete L’Abuso che chiama in causa la connivenza dello Stato con la Chiesa italiana in materia di pedofilia. E perché è lecito pensarlo? Perché questa denuncia, per conoscenza, è da due mesi sul tavolo del presidente del Consiglio, dei suoi due vice, del ministro della Giustizia e del ministro dell’Interno. Tu dai una mano a me, io do una mano a te.

Da LEFT del 30agosto 2018

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