Le acrobazie di don Bruno Toscan per sfuggire alle accuse di pedofilia. Il prete calunnia la vittima con una falsa querela per estorsione

Più che un uomo di chiesa sembrerebbe “il demonio” in terra. Questo quello che emerge dal profilo che abbiamo potuto ricostruire su don Bruno Toscan, incardinato presso la diocesi di Pescara – Penne, oggi Pro Rettore della Cattedrale di Penne.

Sul caso sta indagando per competenza territoriale la Procura della Repubblica di Verona dietro querela di parte depositata dalla presunta vittima, difesa dal legale della Rete L’ABUSO, Mario Caligiuri del Foro di Roma.

I fatti si svolgono nell’estate del 1993, presso Villa Fascinato in Legnago (VR) durante una gita organizzata dalla parrocchia alla quale partecipò anche don Bruno Toscan.

Nel 2014, a distanza di anni, la presunta vittima prende consapevolezza del trauma e accompagnato dalla moglie decide di incontrare don Bruno. Pochi giorni dopo l’incontro, il sacerdote si rivolge al Comando dei Carabinieri di Penne e, ignaro del fatto che la presunta vittima ha registrato l’incontro avvenuto pochi giorni prima, in totale malafede e a scopo intimidatorio, querela la presunta vittima per tentata estorsione; querela che la Procura archivierà perché il fatto non sussiste.

Ma torniamo ai giorni nostri quando la presunta vittima si rivolge alla Rete L’ABUSO per reclamare i suoi diritti e lo staff tecnico dell’associazione inizia l’indagine e l’acquisizione del materiale in essere nelle varie procure. Tra questo materiale anche la falsa querela per estorsione fatta dal prete ai danni della vittima – che querelerà il prete non più solo per i presunti abusi, ma anche per la calunnia – nella quale i tecnici dell’associazione scoprono un’anomalia, ovvero un messaggio SMS che il sacerdote mette nero su bianco nella falsa querela.

Quel messaggio che dice testualmente “la pedofilia è un reato punito con la reclusione la vittima ha diritto al risarcimento economico sennò il colpevole verrà denunciato presso questura, arcivescovo, Iene ecc.” spinge il Presidente della Rete L’ABUSO a mettere sull’attenti il suo assistito, in quanto il contenuto è grave. Ma è così che si scopre che quel messaggio non è stato mandato dal nostro assistito poichè l’utenza telefonica dalla quale è stato inviato il messaggio non è mai stata intestata a lui: probabilmente, è un’altra vittima ad aver inviato quel messaggio dai toni realmente estorsivi. Il sacerdote lo attribuì al nostro assistito, probabilmente per il solo fatto che lo ricevette pochi giorni dopo la sua visita.

Ora la domanda è se ci sono altre vittime e quante possono essere.

L’ufficio di Presidenza

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