Pedofilia e abusi nel clero: mons. Tremolada scarica mons. Delpini mentre don Carlo Mantegazza lo accusa esplicitamente

Il muro di omertà all’interno della diocesi si è sgretolato, forse più di una “talpa” non ce la fa più a convivere con troppi compromessi tra bugie e verità, valori, fede, vangelo e “omertosa” obbedienza…

“Siamo stati imprudenti”… “se c’è qualcuno con cui prendersela è Delpini!”.

Don Carlo Mantegazza parroco di Rozzano all’epoca dei fatti (dicembre 2011), fatti che riguardano l’ipotesi di reato di abuso sessuale aggravato, ai danni di un minore, da parte di don Mauro Galli sacerdote a lui affidato e oggi sotto processo, non usa mezzi termini, accusa chiaramente il suo Vescovo, l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini:

“se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini perché è Delpini che primo, ha preso molto superficialmente la vicenda“.

D’altra parte don Carlo lo sa bene, è lui che ha chiamato per primo mons. Delpini, ha telefonato il giorno seguente il presunto abuso parlando direttamente con il Vescovo, lo ha incontrato immediatamente nei giorni successivi, gli ha spiegato bene cosa era successo la notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011 a casa di don Mauro Galli, il neo sacerdote suo collaboratore a cui aveva appena affidato la pastorale giovanile.

Don Mauro ha portato a letto un ragazzino, a casa sua, a pochi passi dall’abitazione di don Carlo, nella stessa parrocchia di Rozzano, ingannando i genitori facendo loro credere che fosse un’attività di tutto il gruppo di ragazzini che si stava preparando a vivere cristianamente bene il Natale.

Li aveva ingannati in modo da ottenere il loro consenso per il pernottamento in oratorio senza destare sospetti.

È don Carlo che racconta personalmente a Delpini la vicenda del presunto abuso sessuale come poi dichiarerà il Vescovo stesso alla polizia quando nel 2014 verrà interrogato.

“…don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che il minore aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano…”

Don Carlo Mantegazza sapeva ovviamente bene ciò che aveva detto al suo superiore: la questione era seria tanto da dover intervenire subito (Delpini si precipita a Rozzano il 24 dicembre, la vigilia di Natale nonostante i fitti impegni in diocesi per la veglia e la messa di mezzanotte che si sarebbe celebrata poche ore dopo).

Il Parroco non poteva rimanere altro che sbalordito dalla superficialità con cui Delpini aveva deciso, in pochi giorni, di insabbiare il caso, non riusciva e non poteva rendersi conto, in quel momento, che la fretta di Delpini non era dettata dallo scrupolo di affrontare personalmente la questione seria del presunto abuso da lui segnalato, quanto invece la strategica velocità di mettere a tacere il caso prima che potessero trapelare informazioni scomode da gestire.

Il parroco era rimasto incredulo e basito (come dirà poi, e in Tribunale riferirà: che il solo fatto di portarsi a letto un minore “…è una cosa un po’ più grave, parecchio più grave” della “leggerezza” rubricata superficialmente da Delpini), non poteva capacitarsi della decisione del suo Vescovo.

Non era concepibile spostare semplicemente don Mauro in un’altra parrocchia (Legnano), ancora a contatto con i bambini come se nulla fosse, non era accettabile in particolare proprio per don Carlo, perché lui sapeva bene che Delpini era stato adeguatamente informato, lo sapeva con certezza perché lo aveva informato lui personalmente (non potevano esserci scuse o fraintendimenti, don Carlo lo sapeva!).

Per questo don Carlo non ha dubbi, il responsabile con cui prendersela è sicuramente Delpini, non vi è dubbio.

Grazie al servizio di Fanpage.it si scopre che don Carlo lo esplicita chiaramente già nel 2015 in presenza anche dei familiari, ben prima che mons. Delpini fosse nominato Arcivescovo di Milano: chissà se aveva informato anche il Vaticano, chissà se nel procedimento canonico a carico di don Mauro, il parroco di Rozzano avrà riferito della grave gestione del suo superiore mons. Delpini.

Eppure nel 2016, nel processo canonico a carico di don Mauro, vengono ascoltati, oltre al parroco, lo psichiatra del minore (lo ha rivelato spontaneamente la scorsa udienza), i genitori della presunta vittima che, in quella circostanza, già denunciarono il comportamento dei due Vescovi mons. Delpini e mons. Tremolada, o meglio anche in quella sede denunciarono alla “Gerarchia della Chiesa” il comportamento omissivo dei due Vescovi: infatti, in realtà, avevano già presentato formale denuncia anche nel 2015 direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina Della Fede.

Al procuratore don Desiderio Vajani viene consegnato il materiale comprovante la gestione maldestra dei due Vescovi ma non solo: lettere, documenti, registrazioni audio, una chiavetta USB con tutto quanto a loro disposizione, una documentazione corposa a disposizione, quindi, anche del Vaticano, probabilmente ben più ricca di quella consegnata nel 2014 alla procura della repubblica quando, durante le indagini preliminari, venivano ugualmente interrogati.

Gli audio inediti riprodotti nel servizio di fanpage, infatti, risalgono al 2015, diversamente da quelli del 2012 acquisiti in aula giudiziale nelle scorse udienze.

Sarebbe interessante capire “l’anello debole” del sistema, auspicabile che ciascuno avesse il coraggio di contribuire per il proprio ruolo e responsabilità nella ricerca della verità, e sarebbe un forte segnale di cambiamento che lo facessero o potessero fare pubblicamente nella massima trasparenza e coscienza.

Tuttavia ben venga ugualmente che ci siano sacerdoti che, pur nell’anonimato, in coscienza non riescono più a rimanere indifferenti e compromessi nel terribile silenzio omertoso “imposto” per obbedienza.

Sacerdoti magari non coraggiosi al punto di uscire allo scoperto, ma comunque combattuti interiormente che si domandano cosa possono/devono fare e cercano di darsi una risposta (certamente non incoraggiata dalle gerarchie ecclesiastiche fatta eccezione, per quanto dichiarato da Papa Francesco, che delinea l’identikit del buon prete, quello che sa denunciare con nomi e cognomi).

Esattamente come è avvenuto, per esempio, con la segnalazione del caso don Mauro alla trasmissione di Quarto Grado, partita appunto da un sacerdote che conosce don Mauro, forse uno dei pochi veri amici che, probabilmente, ritengono sia più utile, cristiano e giusto affrontare la realtà piuttosto che nasconderla e far finta di nulla, magari grazie ad un semplice trasferimento da una parrocchia all’altra come disposto da mons. Delpini.

Don Carlo rappresenta “il buon prete” descritto dal Pontefice che sa esporsi raccontando la verità?

Certo è che in Tribunale, nel corso del procedimento penale, solo poche settimane fa, don Mantegazza non aveva fornito la versione svelata dalle registrazioni, non aveva denunciato con nomi e cognomi affermando che “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini”: in quella occasione, viceversa, si era limitato a dire che aveva avvisato i suoi superiori e che aveva saputo subito della nuova destinazione decisa da Delpini, precisando la relativa identica mansione del don Galli, a beneficio del giudice rispondendo alla precisa domanda: (DOMANDA) “Sempre in ambito parrocchiale?” (RISPOSTA) “Sempre in ambito di Pastorale Giovanile come si dice con i ragazzi…”.

A dispetto di quanto esortato dal Santo Padre, si è quindi guardato bene dal riferire che: “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini…”

Lo ha omesso perché non gli è stata fatta una precisa domanda nel merito???

(GIURAMENTO) “Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”.

Cosa significa “non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”???

Non erano importanti i particolari di ciò che sapeva don Carlo tanto da ritenere Delpini MOLTO SUPERFICIALE?

L’arcivescovo di Milano è dunque molto superficiale? Chissà se emergeranno nuove illuminanti conferme inconfessabili?

Fortunatamente però ci sono anche altri sacerdoti meno visibili, ma più autentici, che non ce la fanno più a nascondere, ad insabbiare, a omettere, a non dire o far sapere, a non…

Speriamo dunque che, grazie a queste persone, questi uomini “veri” ancor prima che preti, si possa riempire il puzzle di tutti i tasselli mancanti (se ancora ne mancano) di questa triste vicenda che probabilmente ci riserverà altre sorprese, altre rivelazioni inedite?!?

Se don Carlo non ha voluto rivelare al giudice i dettagli da lui riferiti a Delpini che lo hanno indotto a non avere dubbi sulla leggerezza del Vescovo stesso, motivo per cui è con lui che bisogna prendersela… perché non gli è stata posta l’esplicita domanda, allora speriamo che lo faccia almeno per dignità…

Certo comunque non sarebbe ne il primo, ne l’unico a non dire “tutta” la Verità, a non riferire se non esplicitamente domandato, come se non fosse importante o pertinente.

Emblematico infatti quanto dichiarato da mons. Tremolada in un incontro con i familiari della vittima nel 2015 in presenza anche di don Carlo: “…è vero, lo abbiamo destinato a Legnano in un oratorio, è vero, e di questo SIAMO STATI IMPRUDENTI, lo diremo se ci verrà detto: «MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?»

Forse anche a mons. Tremolada che ha gestito insieme a Delpini l’insabbiamento, non è mai stato chiesto: “MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?”

Che saccenza, che ostentazione di impunità: Tremolada mandato a parlare con i familiari che chiedevano conto del maldestro spostamento quando, viceversa, a loro era stato garantito che il Galli non poteva essere ancora a contatto con i bambini, non ritiene di dover dare spiegazioni.

Chi si credono di essere i genitori della vittima? Non sanno che i Vescovi non si devono giustificare? Come osano chiedere? Come si permettono di voler sapere? Di volere spiegazioni? “PARLERANNO SE MAI QUALCUNO GLI DOMANDERÀ: MA PERCHÉ, PERCHÈ AVETE DECISO DI INSABBIARE IL CASO”???

Che fortuna per i due vescovi, nessuno di “quelli” evidentemente titolati per chiedere spiegazioni, ha mai posto la fatidica domanda prima che fossero nominati: lui stesso, Tremolada Vescovo di Brescia e Delpini Arcivescovo di Milano….

Ma ora la domanda nasce spontanea… ma cosa aspettano a chiederglielo? Cosa aspetta la Santa sede a chiedere: “MA PERCHÉ LO AVETE FATTO?”

Ci permettiamo dunque di suggerire, esortando papa Francesco, di chiederlo a mons. Tremolada: pare che già del 2015 fosse disposto a spiegarlo ma nessuno si preoccupa di chiedere!!! Forse era più opportuno saperlo prima di nominare i due Vescovi per cariche così importanti, fare un passo indietro è sempre fastidioso… possibile che nessun’altro, per esempio la Congregazione per la Dottrina della Fede, o don Carlo Mantegazza stesso, abbia voluto offrire questo servizio al papa e alla Chiesa come lo stesso Pontefice esorta (“nomi e cognomi”, “evidenze”… il Cile insegna, 34 Vescovi dimissionari!)?

Speriamo che anche Delpini e Tremolada sappiano cogliere positivamente l’umile suggerimento dei loro colleghi d’oltre oceano… a quel punto potrebbero anche non spiegare… sarebbe già abbastanza “evidente”!!!

Redazione

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