Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

Una lettera della Congregazione per la dottrina della fede, datata marzo 2016, dimostra che Roma conosceva la pessima gestione in occasione del caso del sacerdote accusato di molestie. Il pasticcio è stato insabbiato?

di Giorgio Gandola

“Codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici”. Protocollo numero 3304/16, lettera su carta intestata della Nunziatura apostolica in Italia, spedita da Roma il 22 marzo 2016 destinazione Rozzano, in provincia di Milano. È la missiva del Vaticano in cui si risponde alle numerose sollecitazioni di due genitori disperati, che vedono il loro figlio in preda a depressione, incubi e volontà autodistruttiva, incapace di metabolizzare la notte più buia della sua vita.

Era quella in cui, a pochi giorni dal Natale di cinque anni prima, il giovane prete don Mauro Galli lo aveva invitato a casa sua per confessarlo, lo aveva fatto dormire “nel lettone” (pur essendoci nell’appartamento una camera per gli ospiti e un divano letto in soggiorno) e avrebbe tentato di abusare di lui. Il ragazzo aveva 15 anni. La vicenda, oggetto in questi mesi di un processo in tribunale a Milano, ha attirato ancor più l’attenzione per il coinvolgimento dell’arcivescovo milanese Mario Delpini e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, allora rispettivamente vicario di zona e responsabile dei giovani sacerdoti della diocesi. I due alti prelati decisero di non denunciare l’abuso e si limitarono a spostare don Mauro da Rozzano a Legnano, togliendolo dalla pastorale giovanile di due oratori per mandarlo a contatto con gli adolescenti in quattro. Sono nel gennaio 2015, sette mesi dopo la denuncia della famiglia ai carabinieri, partì l’iter dell’indagine previa, conclusa con un processo il cui esito è ignoto.

La lettera ha un valore particolare perché dimostra che il 7 luglio 2017, quando papa Francesco nominò Delpini arcivescovo di Milano, i suoi uffici erano a conoscenza della gestione censurabile della delicatissima vicenda, che il cardinale Angelo Scola (in uno scritto di scuse alla famiglia della vittima) aveva definito frutto di “scelte maldestre”.

È il periodo in cui i genitori chiedono giustizia inviando la documentazione al Vaticano senza conoscerne il destino. Un primo contatto avviene via mail il 6 maggio 2015, quando l’ufficio del cardinal Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione, risponde: “Accusiamo ricezione della documentazione relativa alla dolorosa vicenda concernente vostro figlio, che verrà sottoposta in andata odierna al cardinal Müller”. Passa quasi un anno ed ecco che il 22 marzo il nunzio apostolico Adriano Bernardini scrive che le lettere sono arrivate a destinazione e messe agli atti.

“Le vostre missive sono regolarmente lì giunte (alla Congregazione per la dottrina della fede, ndr), codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici ed essa rimane la suprema istanza decisionale cui si potrà adire nei termini previsti dalla legge”, spiega Bernardini. “Inoltre, circa le accuse da voi mosse a collaboratori dell’arcivescovo, esse saranno debitamente esaminate a tempo debito al termine dell’istanza in corso e raccolte le necessarie informazioni”. Dopo la precisazione procedurale, ecco le rassicurazioni morali: “La Congregazione ha preso a cuore il vostro caso, come fa con tutti i casi che vengono lì quotidianamente presentati. Il vostro dolore è compreso e condiviso e vi si ringrazia per la vostra sincera apertura e il vostro coraggio, mentre ogni giorno le vittime vengono affidate al Signore nella preghiera perché esser e i loro famigliari possano ritrovare equilibrio e serenità”.

Il Vaticano sa che a Milano c’è una pesantissima accusa di abuso. Sa che Delpini e Tremolada erano stati informati subito dai parroci di Rozzano. Sa che in un interrogatorio alla polizia, Delpini spiega: “E’ stata mia la decisione di spostare don Mauro Galli dopo che don Carlo Mantegazza al telefono mi aveva detto che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”. Il Vaticano sa anche altro. Per esempio che monsignor Tremolada dovette dare una motivazione al decano di Legnano, trovatosi ad accogliere un sacerdote a gennaio, mese inusuale per un trasferimento. Così l’attuale vescovo di Brescia spiega ai genitori della vittima in un colloquio privato: “Gli ho raccontato quello che è successo, però questa cosa ce la teniamo per noi. Questa cosa del letto. Gli ho detto: te la tieni per te. Abbiamo una persona che non può essere buttata in pasto…”. Così a Legnano di diffonde la storia assurda di “una famiglia di disgraziati con un figlio problematico scappato di casa” che don Mauro aveva ospitato, tentando di ricucire i rapporti.

Nonostante tutto questo il Santo Padre ritiene che non ci siano ostacoli alla promozione di Delpini e Tremolada con un dubbio impossibile da sciogliere: Francesco era stato reso edotto di tutto ciò da chi lo circonda? Proprio lui che negli ultimi anni si è speso contro il silenzio e l’omertà nei casi di pedofilia. Proprio lui che ha inaugurato un tribunale per i vescovi che si macchiano dell’abuso d’ufficio. Proprio lui che nel motu proprio “Come una madre amorevole” definisce cause gravi (passibili di rimozione) anche negligenze e omertà. Proprio lui che il 22 giugno 2017 tuona: “Il buon prete sa denunciare con nomi e cognomi”. Due mesi e mezzo dopo monsignor Delpini celebra la sua prima messa da arcivescovo in Sant’Ambrogio.

(Trascrizione dal quotidian La Verità, 4 maggio 2018)

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