Le mamme smascherano il prete accusato di abusi

Da Napoli a Pavia sotto falso nome: “è uno scandalo fa catechismo”. E lui scappa

Ferruccio Sansa

“È stato il vescovo ausiliario di Napoli a chiederci di ospitare quel sacerdote. Ma non ci ha detto che era accusato di pedofilia. Ha detto solo che aveva un esaurimento nervoso. Per di più quel prete aveva un nome falso”. Don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria (Pavia), giura che non sapeva nulla. E non sapevano niente nemmeno decine di parrocchiani che hanno affidato i loro figli per il catechismo a un sacerdote accusato di abusi sessuali.

Una vicenda che fa tremare la diocesi di Napoli da cui proviene don Silverio Mura che copriva la sua vera identità con il nome di Saverio Aversano (cognome della madre).

Tutto comincia il 7 marzo quando Le Iene trasmettono un servizio sulle accuse a don Silverio. E in paese qualcuno strabuzza gli occhi: “Ma quello è don Saverio, il sacerdote ausiliario che dal 2016 è ospite in parrocchia”. Finalmente la notizia arriva ai genitori dei bambini: “Siamo rimasti di sasso. Tutti i sabati noi affidavamo i nostri figli di otto anni a quel prete. Stava da solo a insegnare catechismo nella canonica di San Michele Arcangelo”, cerca di trattenere la rabbia Simona Cremonesi che con le altre mamme ha creato un gruppo. Tutte insieme hanno cercato don Silverio: “Siamo andate in parrocchia, ma lui era sparito con la sua Punto scura. È scappato, poche ore dopo essere stato nelle nostre case a benedire. Il farmacista dice che la sera prima ha fatto incetta di medicinali”.

Chissà dov’è finito, forse in Sardegna, forse a Milano. “Gli ho detto che non poteva più stare qui. Lui mi ha risposto che era distrutto, che quelle accuse erano false. Ma qui non poteva stare”, racconta don Simone. La voce spezzata, per la disperazione e la rabbia: “Nessuno ci ha detto niente. E neanche i miei superiori sapevano. Perché la richiesta di ospitarlo veniva dal vescovo vicario di Napoli. E lui ha parlato solo di depressione, ci ha chiesto di ospitare quel prete che avrebbe potuto darmi una mano”. Addirittura la posta era indirizzata a don Saverio Aversano, il nome falso.

Fu il Fatto a svelare la storia di Diego E. (il nome è di fantasia), una guardia giurata napoletana oggi quarantenne. Nessuno smentì le sue parole. “Era il 2010 – racconta Diego – un giorno all’improvviso fui preso da un crisi di panico. E dentro di me si riaprì una voragine: rividi gli abusi che avevo subìto dall’insegnante di religione quando avevo 13 anni. E io sono solo una delle vittime, ce ne sono almeno altre dieci”. Diego, che nel frattempo si è fatto una famiglia, decise di denunciare: “Un giorno alla mia porta si presentarono delle persone. Dissero di venire per conto del cardinale Crescenzio Sepe. Mi offrirono una busta bianca, dentro c’erano 250 euro”. Ma Diego è andato avanti: “Non è solo il male che hanno fatto al mio corpo. È il dolore perché la denuncia che ho presentato non è andata avanti per la prescrizione. È l’umiliazione di essere trattato come un pezzente”.

Diego ha scritto al Papa e dalla Segreteria di Stato è arrivata una lettera firmata dall’arcivescovo Angelo Becciu: “Ella ha confidato al Santo Padre una particolare situazione… Sua Santità la ringrazia e invoca su di lei la protezione della Vergine Maria… Quanto è stato da lei comunicato è stato portato all’attenzione del dicastero competente”. Don Silverio non è mai stato processato perché i fatti – se fossero dimostrati – sono prescritti. Ma nei mesi scorsi Papa Francesco ha detto che per il Vaticano il caso è ancora aperto. “Intanto, si diceva, don Silverio era in un convento. Invece era in una parrocchia e diceva messa. Per di più sotto falso nome.

Questo getta delle ombre pesantissime sulla Curia di Napoli e mette in discussione la volontà del Vaticano di combattere la pedofilia”, commenta Francesco Zanardi che con la rete L’Abuso è stato il primo a seguire il caso. Oggi Diego aspetta ancora risposte, mentre la sua vita è devastata: “Ho avuto delle crisi nervose, mi hanno tolto il porto d’armi che per una guardia giurata è tutto. Ogni volta che andavo in Curia loro chiamavano la polizia”. Ma attende risposte anche la gente di Montù: “Il primo contatto dei nostri bambini con la Chiesa è stato un prete accusato di pedofilia. Abbiamo perso la fiducia. Ora devono dimostrarci che possiamo credere in loro”. Ed è rimasto solo anche don Simone, il parroco: “I miei fedeli sono in crisi. E li capisco. Anch’io sono in una crisi profondissima”.

Da Il Fatto Quotidiano del 22-3-18

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