Udienza choc al processo per abusi – Il vescovo di Milano sapeva del caso

Confermata la rivelazione della “Verità”: monsignor Delpini fu informato subito dopo

di Giorgio Gandola

“Ho avvertito subito il mio vicario episcopale e ho chiesto che don Mauro venisse spostato”. Allora il giudice Ambrogio Moccia, presidente della quinta sezione penale del tribunale di Milano chiede: chi era il vicario episcopale? E il teste don Alberto Rivolta, responsabile della pastorale giovanile della parrocchia di Rozzano, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “Era don Mario Delpini”. Quel “subito” risuona nell’aula e catalizza per un attimo l’attenzione; significa che l’attuale arcivescovo di Milano nei giorni immediatamente successivi il 19 dicembre 2011 sapeva che don Mauro Galli aveva dormito con un ragazzino di 15 anni nel suo lettone e secondo l’accusa avrebbe abusato di lui.

Al terzo piano di palazzo di giustizia va in scena la triste vicenda che mette in imbarazzo la curia di Milano. Al centro del processo c’è un diacono che invita un ragazzino a casa sua per confessarlo, trascorre la notte nello stesso giaciglio (nonostante nell’abitazione ci fossero un altro letto e un divano) e una volta accusato di abuso dal giovane sotto shock e dalla sua famiglia, si difende con i superiori dicendo di averlo “solo abbracciato per il petto per impedire che cadesse dal letto dopo aver avuto un incubo”. Invece di essere sospeso, avviato a un procedimento canonico che approfondisca l’accaduto e in ogni caso allontanato dai minori, viene spostato da Rozzano a Legnano, sempre in provincia di Milano, ad occuparsi della pastorale giovanile di quattro parrocchie. La decisione allunga un’ombra sul comportamento dell’attuale arcivescovo, come se la legittima e perfino nobile volontà di aiutare un prete a non annegare nello scandalo fosse preminente rispetto a quella di proteggere altre potenziali giovani vittime.

Le parole di don Rivolta mostrano quanto fosse turbata la comunità parrocchiale. “Il giovane mi ha rivelato più avanti che oltre al petto si era sentito toccare i piedi e, molti mesi dopo, che era stato violentato. Il ragazzo portava su di sé la fatica di questo evento e non ha mai cambiato versione. La richiesta di allontanamento l’abbiamo fatta insieme io e don Carlo”. Don Carlo Mantegazza, parroco di Rozzano, anche lui chiamato a deporre. E anche lui conferma che “per me, per don Alberto e per don Mario Delpini aveva senso che don Mauro venisse spostato. Lui non ha battuto ciglio, con quello che era accaduto non poteva porre condizioni”.

Nonostante un comunicato della diocesi – che continua ad essere la stella polare di (quasi) tutti i media – sottolinei che solo nel 2014 fu fatta luce su quella notte, gli atti processuali e le testimonianze dicono che l’arcivescovo venne subito informato della cupa vicenda.

Ma la curia, allora guidata da Angelo Scola, non la portò fino in fondo, non seguì le regole del diritto canonico e gli inviti dei due papi. L’indagine conoscitiva interna è stata avviata solo nel 2015.

L’udienza ha la sua star. È il professor Enzo Kermol, psicologo di fama internazionale, docente universitario a Trieste e Gorizia, esperto nell’individuare gli stati d’animo (per esempio se un teste dice la verità o mente) attraverso le microespressioni facciali. Affianca i difensori dell’accusato e non rimane indifferente quanto viene chiamata a deporre Laura Ricci, allora animatrice dell’oratorio e amica del cuore della vittima. È il momento più toccante. “Don Mauro aveva un gruppetto di preferiti e non c’erano femmine. Il giorno dopo il fatto il mio ex ragazzo era scosso, non riusciva a parlare. Ho pensato subito che don Mauro avesse abusato di lui. Era solare, aperto, ma dopo quella notte si è chiuso in sé stesso, stava male. Non voleva essere più abbracciato, neanche da me”.

(trascrizione da LaVerità del 9 marzo 2018)

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