Preti pedofili, per lo Stato hanno più diritti delle vittime

Il governo italiano non ha mai adottato le misure necessarie per contrastare la pedofilia ecclesiastica. Per questo Rete L’Abuso l’ha diffidato, contestando la violazione della Convenzione di Lanzarote e di diritti costituzionali delle vittime a vantaggio dei loro abusatori.

di Federico Tulli

Quando era 13enne e per i tre anni successivi, Giada Vitale è stata abusata da un sacerdote 55enne. Appena diventata maggiorenne, dopo due anni passati a entrare e uscire dall’ospedale a causa del trauma emotivo subito, Giada lo denunciò, entrando in un altro tunnel dell’orrore. Nel 2016 il Gip ha infatti prosciolto l’uomo, parroco del paesino in cui viveva e vive la ragazza oggi 23enne, per i fatti accaduti dopo il compimento dei 14 anni che per la legge è l’età del consenso purché il minore non abbia subito delle pressioni tali da essere considerato incapace di intendere e di volere. La perizia psichiatrica di parte presentata da Giada – orfana di padre e con la madre assunta come domestica nella parrocchia “incriminata” – parlava chiaro: lei era soggiogata dal prete che era anche suo educatore e maestro di musica. Ma il giudice pur non essendo un medico non ne tenne conto, nemmeno consultò il documento. Ritenendo che allo scoccare della mezzanotte dei suoi 14 anni la ragazzina fosse diventata consenziente, avendo affermato davanti ai carabinieri al momento della denuncia di aver voluto bene al prete. I lettori di Left ricorderanno questa vicenda che fu ricostruita solo dal nostro settimanale in occasione della sconcertante sentenza del Gip. Nel frattempo si è svolto il processo di primo grado per le accuse riguardanti il periodo delle violenze in cui Giada aveva meno di 14 anni: il sacerdote è stato condannato a sei anni.

Perché riportiamo in evidenza questa dolorosa storia? Perché ora, grazie anche alla nostra inchiesta la Rete L’Abuso ha inviato una diffida alla presidenza del Consiglio per «condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote e altre inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione italiana».

Tra i destinatari della diffida non c’è solo Paolo Gentiloni. Leggiamo anche: la XII Commissione affari sociali della Camera, il garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza e la presidenza del Parlamento europeo.

In base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini e le istituzioni, sono obbligati a rispondere entro 30 giorni. Per conoscenza hanno ricevuto il documento l’Unicef, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, il presidente della Repubblica (come garante della Costituzione), l’Istituto interregionale per la ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite (Unicri) e il Centro di ricerca innocenti Unicef.

Che cosa contesta Rete L’Abuso allo Stato italiano è presto detto, del resto era in parte denunciato già dai nostri articoli sul caso di Giada. Per prima cosa, e questa è una nostra “battaglia” sin dai tempi di Benedetto XVI, la mancata istituzione di una commissione d’inchiesta sulla pedofilia clericale sulla falsa riga di quelle che hanno agito in decine di Paesi nel mondo segnati da questo fenomeno criminale. E poi, non meno importante, la violazione della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori.

L’associazione che si occupa della tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili ritiene che in base alla Convenzione, convertita in legge nel 2012, il governo italiano dovrebbe vietare alla Chiesa lo svolgimento di un processo canonico per abusi su minori prima che sia concluso l’iter giudiziario “corrispondente” in sede civile. «In questo modo – spiega l’avvocato Mario Caligiuri che assiste Rete L’Abuso in questa iniziativa – viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».

Ed è esattamente quanto accaduto a Giada Vitale. Prima di rivolgersi alla magistratura italiana aveva denunciato il suo aguzzino alla Diocesi di residenza. La quale non fece nulla nei confronti del prete fino a quando la ragazza non entrò in una caserma dei carabinieri. A indagini “laiche” ancora in corso, scattò in pochissimo tempo il processo ecclesiastico. Ed ecco il punto rispetto al quale si denuncia l’inerzia del governo oltre alla violazione di elementari diritti di alcuni cittadini (le presunte vittime), in favore di altri (i preti presunti abusatori). Racconta Caligiuri: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Pensando al controesame, prosegue l’avvocato, «il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva». Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, è il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma insieme al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il minore molestato, ma Dio. Per la Chiesa cattolica, infatti, l’abuso è un delitto morale in violazione del VI Comandamento,

Per la Chiesa cattolica, lo stupro di una bambina è un delitto contro la morale, un’offesa alla divinità
non un crimine violentissimo contro una persona inerme, che si fonda sul patologico annullamento della realtà umana del bambino. Anche di questo lo Stato italiano dovrebbe tener laicamente conto nel valutare l’opportunità di iniziare a rispettare la Convenzione di Lanzarote nei termini indicati dalla diffida. Dal canto suo il Vaticano non ha alcuna intenzione di modificare questo atteggiamento nei confronti delle vittime e trattare questi crimini per quello che sono.

Su richiesta del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, in base alla relativa Convenzione ratificata da papa Francesco nel 2013, il Vaticano avrebbe dovuto modificare le norme penali che considerano lo stupro alla stregua di un peccato, di un vizio, e presentare relativa prova all’Onu entro il primo settembre 2017. Ebbene, a sei mesi dalla scadenza del termine, nessuna relazione è stata presentata dagli emissari di Bergoglio. A conferma di quando davvero gli interessi l’incolumità delle vittime. E così, mentre i media italiani esaltano la presunta tolleranza zero del papa e il governo fa finta di nulla, la pedofilia nella Chiesa continua a rimanere tranquillamente nascosta sotto il tappeto di vescovi, parroci e cardinali. Con l’avallo del pontefice.

Federico Tulli Left del 2-3-18

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