Don Lucio Gatti, i servizi sociali e le case CARITAS. Un secondo caso Forteto?

Torniamo ancora una volta a parlare della vicenda che coinvolge don Luco Gatti, il sacerdote perugino che, nel 2014, patteggiò una condanna due anni di reclusione per violenza sessuale e abuso di mezzi di correzione ai danni di alcuni ospiti delle Comunità Caritas di San Fatucchio di Castiglione del Lago (PG) che egli stesso gestiva.

Una vicenda tutt’ora aperta perché, dopo quel patteggiamento, rispettivamente nel 2016 e nel 2017, si presentano alla collega perugina Claudia Stefanelli (ass. Liberamente) altre due presunte vittime oggi seguite dall’avvocato della Rete L’ABUSO Cristiano Baroni.

Oltre alle presunte violenze sessuali che, data l’età delle presunte vittime, si tradurrebbero per don Lucio nell’accusa di pedofilia, dalle deposizioni dei due ragazzi, a nostro avviso emergerebbero anche graviresponsabilità da parte dei servizi sociali.

Esaminiamo, documenti alla mano, il caso del secondo ragazzo che chiameremo Matteo(intervistato il 29 gennaio scorso da RAI2 condotto da Giancarlo Magalli “I Fatti vostri” min. 1,23.50 ).

Come si evince nel primo documento, la madre, di sua spontanea iniziativa e “nell’esercizio della sua legittima podestà genitoria, decide, in piena libertà e nell’interesse del minore, di inserire lo stesso, durante il periodo scolastico presso la comunità della Caritas di S. Fatucchio – Castiglione del Lago (PG) che accetta di accoglierlo”.

Le intenzioni della donna vengono messe nero su bianco e dichiara che “nel corso di questo periodo, oltre a mantenere i contatti telefonici, vedrà il figlio durante i fine settimana presso la suddetta struttura o nell’abitazione familiare, con l’ausilio della Caritas diocesana (diretta da don Gatti) locale che si impegna a promuovere gli incontri ogni 15 giorni”.

È il 17 settembre del 2004 quando la donna affida spontaneamente e nell’interesse dello stesso figlio, alla comunità. Al momento, nero su bianco, le premesse sembrano eccellenti: peccato che quelle premesse la donna non le ha mai lette e neppure firmate perché, da come si evince anche in quel documento, è analfabeta. Nello stesso, mancherebbero persino i nomi e le firme dei garanti.

Matteoentra in comunità, pensando di ritrovarsi con coetanei con i quali studiare e giocare spensierato, come spetta a un 12enne, ed invece si ritrova in una struttura abitata da una quarantina persone maggiorenni: tra pazienti psichiatrici, persone agli arresti domiciliari, tossicodipendenti.

Racconta di condizioni igieniche pessime: nessuno possedeva biancheria intima personale, tutto era in comune con gli altri ospiti della struttura. La giornata cominciava con la sveglia alle 6,30, subito dopo le preghiere alle quali, incuranti del rispetto dell’orientamento religioso degli ospiti, erano tutti obbligati a partecipare.

Al termine della colazione iniziava la giornata lavorativa suddivisa tra le pulizie della casa, il lavoro nei campi, il facchinaggio e l’edilizia, lavori ai quali Matteo, se pur 12enne, era obbligato.

Disattese anche le promesse di poter sentire telefonicamente la madre. Le visite, anche quelle dei Servizi Sociali che lo avevano “parcheggiato” in quella struttura, senza più curarsene,sono state praticamente inesistenti: gli stessi assistenti sociali interagiranno con lui tramite don Lucio, il suo presunto molestatore. Insomma Matteo da un giorno all’altro si ritrova costretto in quello che, per un bimbo di 12 anni, è un campo di lavoro.

Iniziano anche i presunti abusi sessuali, sembrerebbe non solo per mano di don Lucio, ma anche da parte di alcuni ospiti. Il ragazzino è così costretto a vivere in una situazione di violenza psicofisicapesantissima, spesso causata da persone più grandi e violente, nei confronti delle quali non ha modo di difendersi.

Il suo stato psicofisico infattimuta drasticamente. Mentre inizialmente Matteo era stato spontaneamente affidato dalla madre per il solo periodo scolastico – ma da come si leggeva dai documenti del 2004 il ragazzo non aveva problematiche degne di nota – solo due anni dopo è il Tribunale dei Minori dell’Umbria (ignaro delle condizioni di vita in quelle strutture) a riaffidare Matteo alle strutture.

È il 20 gennaio del 2006:Matteo sta già molto male, il suo stato psicofisico è cambiato e,questa volta, si evince persino nel decreto del Tribunale che descrive “seppure tra notevoli difficoltà determinate dal carattere del minore, violento, trasgressivo ed incurante delle regole del vivere civile e della decenza”.Anche la posizione dei Servizi Sociali è cambiata: mentre prima nulla avevano da obiettare alla madre del ragazzo, oggi“secondo quanto riferiscono, la madre è del tutto incapace di porre un freno alle condotte devianti del figlio, per cui appare opportuno che lo stesso rimanga nella struttura che lo ospita”.

Sul fatto che “appaia opportuno” che Matteo rimanesse in quelle strutture abbiamo parecchi dubbi, come ho parecchio da dire su quello che è stato il ruolo dei Servizi Sociali, ai quali domando con quale criterio abbiano potuto inserire un minorenne in una struttura così palesemente inadeguata; come è possibile che gli stessi non si siano accorti, proprio dietro al cambiamento di Matteo, dell’evidenza che qualcosa non quadrasse. Forse in quella struttura Matteo non è stato inserito, ma scaricato dai Servizi Sociali perugini, come è stato per l’altro ragazzo: anche lui racconta una storia totalmente coerente con il racconto di Matteo.

Avv. Cristiano Baroni

A supporto delle accuse delle due presunte vittime, troviamo ancora le deposizioni di coloro che, nel 2014, portarono don Lucio al patteggiamento, ma recentemente abbiamo acquisito anche un’altra serie di documenti denuncia, presentati qualche anno fa da alcune persone che avevano accesso a quelle strutture.

Una vicenda complessa che ricorda il triste caso toscano del Forteto, una vicenda sulla quale l’Associazione, e l’avvocato Cristiano Baroni, intendono fare degli approfondimenti perché oltre alla pedofilia, stando alle testimonianze, potrebbe ravvisarsi anche il reato di riduzione in stato di schiavitù, reato non ravvisato dal Tribunale nel 2014 perché l’Italia non lo aveva ancora inserito nel codice penale, reato che all’epoca il Tribunale definì “abuso di mezzi di correzione”.

L’Ufficio di Presidenza

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