Vescovo cileno Barros: il papa ci ripensa e manda un suo uomo ad ascoltare le vittime

CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Dal Bollettino della Santa Sede di oggi 30 gennaio 2018: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

Non è ancora l’apertura di un’indagine sul vescovo di Osorno, mons. Juan Barros, accusato da vittime e testimoni di aver coperto l’ex sacerdote Fernando Karadima, autore di abusi sessuali su minori, ma forse è l’inizio: l’indagine potrebbe essere avviata se l’inviato pontificio, mons. Charles Scicluna, nella diocesi cilena dovesse riscontrare elementi a carico del vescovo.

Papa Francesco sta dunque ritornando sui suoi passi. Aveva detto a Iquique in Cile: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?». «Non posso condannarlo perché non ho le evidenze », aveva detto ricorrendo alla parola “evidenze” a correzione di quella, «prova», che aveva tanto offeso le vittime che pure avevano avuto il coraggio e la pena di raccontare quello che era loro successo o avevano visto, ma solo per aggiungere «io sono convinto che sia innocente».

Francesco si era così tirato addosso gli strali di una ampio fronte di critiche, a partire da quella autorevolissima del card. O’Malley, l’arcivescovo di Boston a capo della Commissione vaticana antipedofilia, secondo il quale le affermazioni del papa trasmettevano «il messaggio “se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto”» (v. adista.it 21/1/18).

Mons. Scicluna è un personaggio di asosluto rilievo nella lotta alla pedofilia. Dal 2002 al 2012 era stato intransigente promotore di giustizia (una sorta di procuratore generale) presso la Congregazione per la Dottrina della Fede nella delicata questione degli abusi sessuali, questione avocata alla Cdf, appunto, nel 2001. Poi, nel 2012, era stato improvvisamente allontanato dal dicastero vaticano e inviato nella “sua” Malta come vescovo ausiliare; una rimozione causata probabilmente anzitutto dal suo rigore, poco gradito ad alcuni settori della gerarchia vaticana: aveva insistito affinché le Chiese locali collaborassero pienamente e senza reticenze con la giustizia civile; aveva invitato le vittime a denunciare gli abusi e intimato a vescovi e preti colpevoli di farsi da parte o dimettersi. Inoltre, aveva preteso che ogni Conferenza episcopale si dotasse di linee guida severe e rigorose nel contrasto ai preti pedofili, senza lesinare critiche a quelle, compresa quella italiana, ritenute inadempienti o lacunose nel dare seguito alle indicazioni del Vaticano.

Nel 2015 era tornato pienamente nelle sue vesti con la nomina a presidente del nuovo Collegio della Cdf incaricato di esaminare i ricorsi contro le sentenze sui delicta graviora, i delitti che la Chiesa considera più gravi in assoluto (quelli contro l’eucarestia, contro la santità del sacramento della penitenza e il delitto contro il sesto comandamento di un chierico con un minore di diciotto anni, ossia la pedofilia). Tale Collegio era stato creato da papa Francesco nel novembre 2014 allo scopo di accelerare le procedure. Scicluna aveva svolto un ruolo chiave anche nella vicenda che portò alle dimissioni del conclamato pedofilo p. Marcial Maciel Degollado dalla Congregazione da lui fondata, quella dei Legionari di Cristo (v. Adista nn. 23 e 32/10).

http://www.adista.it/articolo/58204

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