Prete pedofilo, nuove accuse ma il Vaticano archivia il caso

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano Pedofilia, tolleranza zero, o meglio quasi zero. Il fatto è che più di uno scenario sembra sfuggire ancora alle maglie dei procedimenti vaticani. Per esempio una brutta storia di presunti abusi in una parrocchia di Ponticelli, a Napoli, rimbalzata solo nel 2014 dalla Segreteria di Stato alla Congregazione della Fede, dove ha terminato il suo periplo burocratico con una asettica formula notarile: «Non si ravvisano elementi tali da giustificare l’ apertura di un procedimento canonico» nei confronti di un sacerdote sul quale pesano le accuse pesantissime della sua vittima, D.E. «All’ epoca avevo 13 anni. Mi faceva tanti regali. Ero dominato dalla sua personalità, lusingato da questa amicizia. Quando succedeva ero impietrito, mi ha violentato, ho vomitato. Diceva che il mio seme lo aiutava a stare meglio, a curarsi. Solo a 16 anni mi sono sottratto a questo dominio, all’ epoca non ne ho parlato con nessuno per vergogna».

La curia di Napoli dopo avere svolto una prima indagine «per verificare la verosimiglianza delle accuse» ha fatto calare un velo sulla vicenda dando sostanzialmente poco credito al denunciante, causandogli persino la perdita del posto di lavoro per avere rivelato la sua identità attraverso un comunicato stampa, mentre don Silverio M., il prete accusato, veniva fatto trasferire «per un periodo di riposo e distacco» dalla parrocchia di Ponticelli e dalla scuola in cui insegnava religione, in una struttura religiosa top secret, tenuta nascosta a tutti. Si ipotizza che si tratti di una delle strutture dei padri Venerini dove vengono mandati dalle diocesi i preti pedofili a curarsi, ma non ci sono conferme.

L’ impressione è che non sempre le vittime vengano protette dalla Chiesa, ascoltate e tutelate come indicato da Papa Bergoglio e imposto da documenti e procedure canoniche. Così per il caso Ponticelli, considerando che, nel frattempo, sono affiorati dal silenzio altri ex bambini pronti a fare sentire la propria voce, anch’ essi molestati, esattamente come D.E. Un caso non isolato.
Le vittime pare siano molte di più e potrebbero presentarsi a ottobre alla seconda udienza nella causa civile di risarcimento avviata presso il tribunale di Napoli.

La curia partenopea ha sempre respinto le accuse. Continuando a difendere don Silverio: «Ha sempre goduto della stima dei superiori». Inoltre, a sua tutela, mette in evidenza che la prima vittima, D.E. non si è mai voluta sottoporre ad una visita psichiatrica con un esperto di ricostruzione della falsa memoria e di vittimologia in grado di verificare le accuse e produrre una perizia condivisa. Cosa non vera, visto che la seduta, invece, avvenne nell’ aprile del 2016. I legali dell’ ex bambino raccontano che fu fatta nella clinica psichiatrica del Policlinico. Per tre ore il perito psichiatra di fiducia della curia, Antonio d’ Ambrosio, utilizzando «metodi investigativi e metodologia poliziesca vecchio stile», avrebbe provocato «in maniera selvaggia la destrutturazione del periziando, volendo frantumare le sue difese faticosamente costruite».
Questo scriveva il dottor Alfonso Rossi, lo psichiatra che aveva in cura D.E.
e che per proteggere il suo paziente sconvolto da quell’ esperienza gli impediva di prendere parte a una ulteriore seduta, fissata per il mese successivo.

«Ho cercato di rassicurarlo, ma sono stato costretto ad aumentare il dosaggio dei farmaci». Il medico ha fatto presente a tutti gli interlocutori ecclesiastici della curia, con i quali è venuto in contatto, che D. E. è «ossessionato dal bisogno di avere giustizia dalla Chiesa, nella quale continua a credere».
La seconda vittima, invece, è un uomo di 37 anni, G.S.. Una storia simile. «Anche io sono stato violentato da don Silverio. La prima volta accadde in canonica e avevo 11 anni. Cominciò a toccarmi in mezzo alle gambe».
G.S., a riprova dell’ autenticità del suo racconto, riferisce persino alcuni dettagli anatomici intimi del prete. «Ora ho paura che possa fare del male ad altri bambini. Quando vedo mio figlio di 4 anni, penso alla necessità che la Chiesa intervenga per togliergli per sempre la possibilità di fare del male.
Fino al 2014 ha continuato ad insegnare nelle scuole». All’ interno della Chiesa questa storia è apparsa come una specie di sceneggiata messa in piedi per spillare soldi alla curia, piuttosto che affrontarla come un caso inquietante che necessitava di un supplemento di attenzione generale per diradare ogni ragionevole dubbio.

Eppure gli elementi per incoraggiare un’ indagine non erano pochi. C’ erano una denuncia ai carabinieri sporta 4 anni prima da uno degli abusati (sebbene il reato sia ormai caduto in prescrizione), referti psichiatrici, ma soprattutto accuse fermissime, piene di dettagli, ripetute in modo accorato da quegli ex bambini, che oggi sono adulti. Storie parallele, sinistramente affini, con strascichi psicologi pesanti. Le vittime delle molestie dicono di non riuscire a capacitarsi di tanta indifferenza da parte della Chiesa, e invocano giustizia canonica, per impedire che il prete accusato possa nuocere ad altri bambini. Nel frattempo hanno avviato una causa civile, chiedendo un risarcimento di 1.200.000 euro, perché il reato, come si è detto, è ormai prescritto.
I procedimenti di questo genere spesso si concludono con un accordo extragiudiziale tra le parti, come è accaduto recentemente anche a Bolzano. È il caso di una giovane donna che, durante le sedute di psicanalisi a cui si sottoponeva per guarire dai suoi disturbi di ansia, ha rievocato l’ inferno di un abuso da parte di un parroco subìto quando aveva 8 anni.

Se davanti allo scandalo del Cile il Papa, colto da mille dubbi al suo ritorno a Roma, ha sentito il bisogno di mandare un vescovo specializzato ad ascoltare le vittime e a cercare riscontri oggettivi, per fare luce sull’ operato del vescovo Barros accusato di coperture a un pedofilo cileno, sul caso di Napoli sembra che a nessuno sia ancora venuto in mente di andare a fondo. Facendo fare altri riscontri. Dando voce alle vittime.

Il Mattino del 2-2-2018

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