Mi chiamo Francesco (Anna Pia Fantoni)

Un filo apparentemente sottile tra due persone unite nelle stesse battaglie, un filo che si rivela un un forte legame nato dalla drammaticità di due distinte storie.

Un racconto di Anna Pia Fantoni per Francesco Zanardi, colui che chiama fratello, non di sangue ma è quello che conta di meno.


Mi chiamo Francesco

Mi chiamo Francesco e sono un sopravvissuto. Sono stato abusato da un prete a cui mi sono affidato nella mia acre solitudine di adolescente. Io ci sono stato davvero, all’inferno. E se ci penso, da ateo convinto quale sono diventato, sorrido. Anni di terrore, senso di sporcizia, dolore lancinante che ho cercato di attutire in mille modi, tutti sbagliati. Perché quando quello che hai subito è troppo doloroso da ricordare, quando ti sei fidato della persona sbagliata e ancora oggi – a più di 40 anni – ci pensi e ti dai del cretino per non avere reagito, hai bisogno di lenire il tormento, in qualche modo.
Perché forse l’hai provocato, lo dicono i commenti sui giornali e sui social network perché cazzo tutti sanno tutto e spesso la vittima è stata l’artefice e il dubbio ti viene. Anche se eri solo un ragazzino solo, con una famiglia di merda che di te si sbatteva i coglioni e ti sei unito a un gruppo, a una comunità, per riempire il vuoto lasciato dai tuoi.

E i predatori lo sanno. Oh, se lo sanno. Ha trovato la vittima perfetta: non sbagliano mai. Riescono sempre a intravedere, tra decine di bambini o ragazzini, quello che ha gli occhi dolci o tristi, quello più mite e gentile, quello che puoi stare sicuro che non dirà niente a nessuno perché nessuno gli crederebbe. Che poi lui era così buono, con i vecchietti e le famiglie. E organizzava anche tante cose per i poveri. Cioè, insomma, era un prete, cazzo, e i preti sono in contatto diretto con Dio e se fossero cattivi Dio li fulminerebbe subito. E poi arriva sempre chi dice che ha mandato i figli in quella parrocchia e non è mai successo niente, quindi sono tutte balle raccontate da feccia in cerca di attenzioni. Ci fossero stati loro, sotto quella merda di tenda durante il campeggio. Quando ha iniziato ad accarezzarmi. Quegli occhi da mangusta e la lingua che gli umettava le labbra a scatti come un cobra. E io. Io paralizzato da quella sorpresa cattiva che non mi sarei mai aspettato di ricevere. Avevo talmente bisogno di un minimo gesto di attenzione che non avevo capito che la mia smania di sentirmi amato gli avrebbe consegnato la chiave per quell’atto brutale rivestito di cura che mi terrorizzava e mi faceva vomitare. E subito dopo la vergogna. Da morirci. E tornati a casa lui che mi lanciava quelle occhiate intimidatorie e allo stesso tempo viscidamente affettuose. E mi continuava a ripetere che io ero speciale e non c’era niente di male in quello che mi faceva, perché dimostrava quanto tenesse a me. Perché mi amava e mi avrebbe protetto da tutto. Ipocrita di merda, con quel collarino bianco da cane fedele. Con tutte le beghine a reggergli lo strascico come a una sposa. E per me solo dolore, ancora. Sempre. Sempre. Che non passava e non passa mai. Mai.

Ho iniziato poco dopo, a drogarmi. Per lenire dolore, vergogna, senso di inadeguatezza. Anni di merda, mentre lui stava benissimo, servito e riverito. Coperto dai suoi devoti superiori.
Poi l’ho denunciato. E ho perso il lavoro che mi sono costruito negli anni. E ho creato un’associazione per chi, come me, ha subito abusi da miserabili che ancora, tuttora, rimangono impuniti. E non serve che mi sgoli spiegando che non ce l’ho con i preti ma solo con il fatto che vengano protetti da una rete di omertà rivoltante. La maggior parte della gente non capisce comunque.

Mi chiamo Francesco e, ancora, quel ragazzino imbrogliato e stuprato, di notte mi tira i capelli e chiede giustizia.

Ma io gliel’ho giurato: prima o poi la giustizia arriverà. Per tutti. E in questo mondo.

 

(Anna Pia Fantoni)

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