Invisibili e dimenticati: un’inchiesta del Boston Globe racconta i figli dei preti

39053 BOSTON-ADISTA. C’è chi lo ha saputo fin da quando era piccolo, ma aveva ricevuto dalla madre una devastante consegna del silenzio. C’è chi lo ha saputo in età più adulta, scoprendo una verità nascosta sotto il tappeto. C’è chi è roso dal dubbio, dal sospetto, ma non ha più la possibilità di sapere con certezza. C’è chi è stato allevato con amore e sollecitudine, ma nel segreto, e chi è stato ignorato ed evitato e costretto a tacere, pena la cessazione di qualsiasi aiuto. Sono i figli del “peccato”, uomini e donne nati da relazioni clandestine tra una donna e un prete, una legione ancora in larga parte nascosta e inconsapevole, diffusa ovunque sia presente la Chiesa, ma la cui consistenza sembra potenzialmente molto alta: su di loro, in una nuova coinvolgente inchiesta, fa luce Michael Rezendes, uno dei giornalisti del quotidiano Usa Boston Globe che, con il caso “Spotlight”, una quindicina di anni fa scoperchiò nella Chiesa cattolica il vaso di Pandora della pedofilia nel clero.

Non voluti, ignorati, dimenticati 

Molte e dolorose le storie che sostanziano l’inchiesta. C’è Jim Graham, di Buffalo, che ha saputo solo a 48 anni, nel 1993, grazie all’aiuto di due zii, che quel padre che lo aveva cresciuto, distante e anaffettivo, non era il suo vero padre. A dargli la vita era stato un prete, Thomas Sullivan, della Congregazione degli Oblati, all’epoca già morto. Le sue richieste di conferma presso la sede romana non hanno avuto alcuna risposta, finora.

C’è Chiara Villar, 36 anni, di Toronto, che conosce la verità fin da quando era piccola, ma è stata obbligata a mantenere il segreto e a chiamare il padre, don Anthony Inneo, “zio”. «Tutto ciò che avrei voluto – afferma – è che mi portasse a prendere un gelato e mi dicesse: “Sono orgoglioso della mia bambina”». Sua madre, una esule cubana, all’inizio della relazione con il prete credette alla promessa dell’uomo di abbandonare il sacerdozio, e si trasferì nella rettoria della chiesa, dove fece da perpetua e organista. Dopo la nascita della bambina, fu chiaro che ciò non sarebbe mai accaduto. La madre le chiese di mentire, trattando il padre in pubblico come uno zio. Il peso del segreto lentamente compromise la sua integrità psichica, e arrivò all’autolesionismo. La sua ferita più grande, però, è quella lasciata dal padre, che l’ha sempre tenuta nascosta e ora, malato di Alzheimer, non la riconosce più.

Anche il diritto canonico tace

Il numero dei figli dei preti è ignoto. Tuttavia, osserva Rezendes, con più di 400mila preti diffusi nel globo, molti dei quali non osservano l’obbligo del celibato, la cifra potenziale può essere molto alta. Sul tema, ancora poco studiato, le poche cifre a disposizione sono quelle del libro di A. W. Richard Sipe, A Secret World, risalente ormai a 27 anni fa: Sipe vi afferma che il 30% dei preti ha una relazione stabile o occasionale con una donna, e che solo il 50% è fedele all’impegno del celibato. Vincent Doyle ha dato vita al sito Coping International, che offre supporto ai figli di sacerdoti come lui. Se anche solo l’1% dei preti del mondo avesse avuto un figlio, ha detto, si parlerebbe comunque di 4mila persone. Ma sono certamente molti di più: per Paul Sullins, prete e sociologo della Catholic University of America, il numero, solo negli Usa, potrebbe superare quello delle vittime di abusi da parte del clero, che ammontano a poco meno di 20mila: «È certo un impulso meno comune, per un maschio adulto – ha detto – cercare sesso con un minore piuttosto che con una donna». E in Irlanda, ad esempio, si tratta di un fenomeno talmente diffuso da aver originato dei cognomi (McEntaggart e McAnespi) che, in gaelico, significano “figlio del prete” e “figlio del vescovo”. «La gente sapeva, ma non parlava», ha detto al Globe il card. Diarmuid Martin di Dublino.

Di contro alla rilevanza del problema, la Chiesa non ha mai stabilito delle norme per un rappresentante del clero che diventi padre: nessuna istruzione per il supporto delle madri, spesso lasciate sole a allevare il figlio, né dei figli stessi, trattati come un problema da contenere piuttosto che come una vita da far crescere. Figli che, scossi dalla verità, non di rado cadono nella depressione o nell’abuso di sostanze e in pensieri suicidari. E così, il contributo che un prete-padre può dare alla crescita di un figlio resta continua a essere dipendente dalla sua “generosità” o dalla sua coscienza: il diritto canonico tace anche sulla responsabilità di un vescovo quando uno dei suoi preti diventa genitore. Nel migliore dei casi – e qualcuno ve ne è stato – il prete può essere un padre amorevole, ma in privato, nel segreto. In tanti, riporta Rezendes, hanno promesso alle loro compagne di abbandonare il sacerdozio, ma sono pochissimi ad averlo fatto; altri hanno sperato nell’abolizione prossima ventura dell’obbligo al celibato, e nell’attesa, tuttora vana, i figli sono cresciuti senza di loro. Troppo spesso non si sono assunti la responsabilità legale e finanziaria dei loro figli, e le madri non hanno intrapreso alcuna azione legale: nei casi esaminati dal Boston Globe, solo 2 donne su 10 lo hanno fatto, e 6 bambini su 10 non hanno ricevuto alcun sostegno finanziario dal padre. I preti che vi hanno provveduto, lo hanno fatto, spesso, a condizione che la loro identità restasse segreta. Una richiesta che a volte non era necessaria: le madri avevano un tale culto per l’uomo che consideravano rappresentante di Dio che non avrebbero fatto nulla per danneggiare la sua immagine.

L’uscita dall’ombra

Il fenomeno, lentamente, sta venendo in superficie. Tre anni fa, la Commissione dell’Onu per i diritti del bambino, preoccupata del fatto che i preti cattolici obbligassero le donne a restare in silenzio in cambio di assistenza economica, chiese al Vaticano di «definire il numero di figli di preti cattolici, scoprire la loro identità e prendere tutte le misure necessarie per garantire che i diritti di quei bambini fossero conosciuti e rispettati dai loro padri». Il termine concesso scade il primo settembre. L’ufficio del Vaticano presso le Nazioni Unite, rivela il Globe, ha chiesto a Doyle di incontrare il suo ambasciatore mons. Ivan Jurkovic, aggiungendo, senza aggiungere dettagli, di stare lavorando a una risposta.

Già da una trentina d’anni, tuttavia, la consapevolezza che si tratti di un problema sistemico è cresciuta. Lo provano i rapporti confidenziali di suor Maura O’Donohue e suor Mary McDonald che, negli anni ’90, riferirono al Vaticano il fenomeno delle suore abusate dai preti in Africa e in altre regioni del Terzo mondo (nel 1988 in Malawi un vescovo locale silurò i vertici di una congregazione religiosa che avevano denunciato la gravidanza di 29 suore; il settimanale statunitense National Catholic Reporter li pubblicò nel 2001, e anche Adista, vedi n. 24/01), affermando che in Africa il celibato comportava che un prete non si sposasse ma non che non avesse figli, e che era anche accaduto che le suore abusate e incinte fossero state costrette ad abortire. Il Vaticano derubricò la questione a fenomeno isolato, a casi eccezionali, invece di considerarne la portata. Ma gli episodi si moltiplicarono anche nelle alte sfere: come quello di Eamonn Casey, vescovo irlandese di Galway, che dovette dare le dimissioni nel 1992 dopo che Anne Murphy, americana, madre di suo figlio, scrisse un libro sulla vicenda; quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, che fu costretto a lasciare la guida della congregazione dopo le accuse di abusi e la rivelazione dell’esistenza di diversi figli da almeno due donne; quello del vescovo di Los Angeles Gabino Zavala che nel 2012 si dimise dopo aver comunicato di avere due figli adolescenti; la diocesi si assunse il carico del loro sostentamento.

Vincent Doyle, il fondatore di Coping International, irlandese, nel 2014 è andato a incontrare papa Francesco in piazza san Pietro. A 28 anni aveva scoperto che quel prete amorevole che chiamava “J.J.” e con cui aveva passato molta della sua infanzia era, in realtà, suo padre. Il suo progetto era nato da un gruppo chiuso su Facebook, che aveva coagulato lentamente una comunità di persone segnate dalla stessa storia, migliaia di persone: voleva dare al papa una copia della lettera che aveva scritto ai vescovi del suo Paese, un appello a farsi carico del fenomeno e delle esigenze dei figli dei preti.

Papa Francesco non gli ha mai risposto. Ma le sue iniziative non sono cadute nel vuoto: i vescovi irlandesi, che hanno finanziato il progetto di Doyle («Un figlio ha il diritto di conoscere suo padre e il padre ha obblighi verso suo figlio», ha detto il card. Martin), hanno emanato, il 29 maggio scorso, delle linee guida (“Principi di responsabilità riguardo ai preti che hanno figli durante il ministero”) che chiedono ai preti-padri di «assumersi le proprie responsabilità: personali, giuridiche, morali, e finanziarie», anche se non esigono l’abbandono del sacerdozio. Il card. Sean O’Malley, uno dei consiglieri del papa nonché presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha detto che la Commissione non si occuperà delle esigenze dei bambini dei preti: va oltre il mandato dell’organismo, ha detto, spiegando che esso «cerca di assistere le diocesi nell’implementazione di programmi per la prevenzione degli abusi sessuali. Non rientra tra le nostre responsabilità entrare in casi individuali». Tuttavia ha affermato che «Il dono della vita deve essere protetto e curato in tutte le circostanze. Ogni bambino è un dono prezioso di Dio e merita rispetto». Pertanto, «se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio. Il loro benessere è la priorità più alta».

http://www.adista.it/articolo/57598

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