Abusi, un primo caso in Curia

La svolta di trasparenza della Chiesa, anche in Ticino – L’intervista al vescovo Lazzeri: “La mia porta è aperta”

Un primo caso avvenuto in Ticino è stato portato all’attenzione della commissione diocesana che si occupa degli abusi sessuali commessi in ambito ecclesiastico. Risale agli anni ’60 e allora non fu denunciato. Il presunto autore, ci ha confermato un membro della commissione stessa, era un sacerdote non incardinato nella diocesi, il suo era un “soggiorno temporaneo”.

La vittima ne ha parlato solo ora, dopo che il 17 gennaio sono state presentate due figure indipendenti (attualmente lo psichiatra Carlo Calanchini e la psicoterapeuta Rita Pezzati) alle quali ci si può rivolgere per una consulenza e per l’aiuto necessario a maturare la denuncia. Accanto alla creazione della citata commissione, è un passo importante per la Chiesa cattolica ticinese, un passo compiuto in realtà già da un paio di anni ma finora non pubblicizzato, tanto che fino al momento della conferenza stampa nessuno si era fatto avanti.

Nel primo “embrione di caso”, ancora da approfondire, la giustizia non può più fare niente: a mezzo secolo di distanza è ormai prescritto. Ma la commissione esaminerà l’eventualità di un risarcimento. A questo scopo la conferenza dei vescovi svizzeri ha stanziato mezzo milione di franchi. Un indennizzo può essere accordato anche quando il reato è già caduto in prescrizione. La diocesi di Lugano partecipa al fondo, ma in Ticino finora nessuno ha avanzato pretese.

“C’è tutto da guadagnare a rendere pubblico l’accaduto”
Il cambiamento rispetto al passato è chiaro: oggi la vittima è al centro delle preoccupazioni, perché “non c’è danno peggiore che andare contro la verità né ci sono motivi per nasconderla. Quando ci sono casi gravi che accadono nella Chiesa c’è tutto da guadagnare nel rendere pubblico l’accaduto”. Monsignor Valerio Lazzeri da noi intervistato fotografa così la svolta di trasparenza nei riguardi dei reati sessuali commessi da religiosi, una svolta che in Vaticano è cominciata sotto Benedetto XVI, che l’episcopato elvetico ha recepito e che anche la diocesi di Lugano ha fatto sua. La frase forse più sentita arriva alla fine dell’incontro, a telecamere ormai spente: “La mia porta è sempre aperta, lo scriva questo”.

“C’è di che chiedere perdono”
Il cambio di rotta non si traduce in una critica esplicita ai predecessori: “C’è la coscienza che ci sono state situazioni di cui chiedere perdono”, ma è “difficile individuare i casi precisi”. “Il passato nessuno può cambiarlo e forse nessuno è chiamato a giudicarlo adesso”, dice monsignor Lazzeri: la prassi è mutata e l’attenzione è rivolta oggi alla prevenzione e ad applicare le nuove disposizioni, anche a casi che, come quello approdato in tribunale nell’agosto del 2016, risalgono a vescovi precedenti e in passato sono stati gestiti diversamente.

E l’avvertimento di Papa Francesco, pronto a sanzionare chi dovesse nascondere nuovi casi, Lazzeri non lo vive “come una spada di Damocle”, perché ogni contributo alla chiarezza, che venga da istituzioni, media e opinione pubblica, è benefico per il “discorso di purificazione” avviato.

Il tempo dei trasferimenti da una parrocchia all’altra è insomma finito, oggi in caso di “sospetti fondati” bisogna “intervenire subito con un allontanamento sia per salvaguardare le vittime che per mettere in condizione la persona che potrebbe fare del male di farsi curare”.

Stefano Pongan

http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Abusi-un-primo-caso-in-Curia-8598409.html