Qualche notizia sui tribunali ecclesiastici

Mentre vanno avanti le indagini condotte dal pm Clelia Mancuso della sezione Fasce deboli della procura di Napoli sui festini gay organizzati nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, con acquisizioni di documenti negli uffici delle curie di Napoli e Pozzuoli, gli avvocati che assistono Diego Esposito (nome di fantasia) stanno aprendo i fronti della giustizia penale e civile (con un’azione di risarcimento danni di oltre un milione di euro indirizzata anche nei confronti del cardinale Crescenzio Sepe e della curia di Napoli) per fare emergere la verità su quattro anni di violenze subite da Esposito quando era minorenne da don Silverio Mura, il suo insegnante di religione.
Sulla questione della pedofilia dei sacerdoti, che vede impegnato a fondo papa Francesco, e in particolare sul ruolo che svolgono i tribunali ecclesiastici Iustitia pubblica un intervento di Francesco Zanardi presidente della Rete l’Abuso, l’associazione costituita nel 2009 dalle vittime dei preti pedolfili

HO LETTO l’articolo sul cardinale di Napoli con il quale si sostiene che Crescenzio Sepe avrebbe ‘esaurito’ il suo mandato e sarebbe opportuno che si dimettesse. A integrazione di quanto scritto vorrei accendere i riflettori sui tribunali ecclesiastici che dovrebbero costituire un passaggio decisivo per la chiesa nella lotta alla pedofilia dei sacerdoti.
Si chiamano tribunali, proprio come quelli civili, al loro interno si svolgono dei processi, proprio come nei tribunali civili, ma quello che non viene detto, forse per leggerezza o forse solamente per incompetenza, è che al di là dell’analogia del nome hanno ben poco a che fare con i tribunali civili che tutti conosciamo. Grazie ad alcuni dei nostri assistititi siamo riusciti ad avere prova di cosa accade durante quelli che la chiesa chiama processi canonici, durante i quali la vittima è costretta a presentarsi senza il proprio difensore di fiducia, mentre,

paradossalmente, con il consenso della vittima è presente l’avvocato dell’imputato, come è accaduto ai giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.
Durante questi processi, quando è presente la vittima,
Crescenzio Sepe e Francesco Zanardi
non lo è l’imputato e viceversa. Entrambi vengono sottoposti separatamente a un interrogatorio durante il quale vengono acquisite le varie informazioni che riguardano il caso specifico. La vittima non può portare testimoni a suo favore, può certamente citarli, ma sarà discrezione del tribunale sentirli e nei casi da noi documentati non è mai accaduto. Alla vittima non viene rilasciato nessun verbale e nessun documento nel quale emerga ciò che è stato verbalizzato durante la deposizione.
Ma su quali basi si sviluppa il processo canonico? Esiste un punto cardine davvero importante che fa capire l’abissale differenza con i tribunali civili. Per la chiesa, l’abuso sessuale nei confronti di un minore, ‘non è un reato’ che vede la vittima la parte lesa, bensì ‘un’offesa morale a Dio’. Ne viene da sé che in quella sede, vittima e carnefice sono messi sullo stesso piano, sono entrambi peccatori, per questo le vittime vengono spesso snobbate se non ostracizzate dalla chiesa, perché sono viste come la parte che ha indotto il sacerdote in tentazione e non come la parte lesa.
Esiste ancora un’altra differenza tra la vittima e il sacerdote, una differenza gerarchica, possiamo chiamarla cosi: il sacerdote in quanto uomo di chiesa è valutato a un livello superiore di quello della vittima, la quale invece è vista come un qualunque fedele, ovvero un peccatore, per giunta conclamato perché ha permesso al sacerdote di cadere in tentazione. È proprio per questo motivo che la chiesa soccorre con ‘amore paterno’ il pedofilo nascondendolo o mandandolo in quei centri impropriamente chiamati di recupero, nei quali, come si legge puntualmente in tutti i comunicati diocesani divulgati in queste
occasioni, il sacerdote non viene curato per una devianza, ma viene rigenerato nella sua parte morale ‘sbagliata’, con la preghiera, il pentimento e l’isolamento. Per questi motivi la Rete

l’Abuso, la fondazione costituita nel 2009 da un gruppo di vittime dei preti pedofili, sconsiglia ai propri assistiti di prestarsi ai processi canonici, almeno fino a quando sono in atto dei giudizi nei tribunali civili. Tuttavia non possiamo vietarlo ma è necessario essere molto attenti perché si rischia di arrivare in alcuni casi addirittura a perdere il processo.
Il problema nasce dal fatto che durante le audizioni, che come detto prima avvengono in assenza del proprio avvocato di fiducia, ed in alcuni casi in presenza dell’avvocato del sacerdote, la vittima rievoca il racconto narrativo dell’accaduto dando così modo al sacerdote e alla chiesa di trovare punti deboli del racconto sui quali si potrà poi fare forza durante il processo civile. Alla vittima viene inoltre chiesta documentazione probatoria come ad esempio lettere, messaggi, sms, perizie mediche ed eventuali querele depositate, che spesso la vittima concede. Tutto ciò dà un vantaggio enorme al sacerdote e al proprio difensore mettendo la vittima in una situazione di netta inferiorità.
In ogni caso la massima pena che i tribunali ecclesiastici possono infliggere a un sacerdote è la scomunica. Viene da sé che in questo caso il pedofilo che prima di mestiere faceva il prete, resta un pedofilo che continuerà ad abusare anche se non più in abito talare. Nei suoi confronti la chiesa non provvederà a denunciarlo alle autorità civili, a meno che non sia la vittima a farlo. Nei confronti della vittima non è previsto un risarcimento, anche perché per la chiesa la vittima è la causa che ha portato lo sventurato sacerdote in
tentazione.
Tuttavia in alcuni casi è avvenuto che la chiesa pagasse, ma non sotto forma di risarcimento alla vittima per il danno subito, ma come incentivo perche la vittima non denunci alle autorità civili. In
Aldo Nuvola e Giovanni Trotta
questi casi infatti la vittima deve firmare un accordo tra le parti che la obbligherà a mantenere il silenzio sulla vicenda.
Anche nel caso che il processo si concludesse con la riduzione del sacerdote allo stato laicale, la denuncia viene sistematicamente omessa (vedi il caso di don Giovanni Trotta) in quanto qualora l’autorità giudiziaria accertasse le responsabilità del sacerdote potrebbe ravvisare anche le responsabilità omissive della chiesa costringendo anch’essa a un processo penale o a un risarcimento civile. È proprio per questo che tutto viene gestito dal clero nella massima segretezza, proprio per non incorrere in risarcimenti milionari che come accaduto negli Stati Uniti hanno portato al fallimento diverse diocesi.
È comunque molto difficile che la chiesa riduca un prete pedofilo allo stato laicale a meno che non diventi un pericolo per l’immagine e soprattutto per le casse della chiesa. Troviamo infatti ancora preti come don Aldo Nuvola che prima di essere spretato è stato arrestato e condannato ben tre volte.
In conclusione bisogna aspettare che terminino gli eventuali giudizi civili prima di prestarsi ad avviare un procedimento canonico, che molto probabilmente, dopo il processo civile, la chiesa non vorrà più fare in quanto l’obiettivo di nascondere la vicenda è ormai saltato.
Francesco Zanardi,
presidente della fondazione la Rete l’Abuso

http://www.iustitia.it/6_marzo_17/documenti/spalla.htm