Giovanni Paolo II, un altro papa che ha appoggiato fino alla morte i preti pedofili

L’avvocato Thomas Doyle ha affermato che nel 1985 Wojtyla inviò un vescovo negli Stati Uniti con l’obiettivo di coprire vari sacerdoti abusatori di minori. Ratzinger e Bergoglio hanno seguito i suoi passi.

Daniel Satur @saturnetroc

Secondo alcune agenzie internazionali come EFE o Deutsche Welle nelle ultime ore è stata prodotta in Australia una “notizia”. L’avvocato statunitense Thomas Doyle, specializzato in diritto canonico, ha confermato che il papa “Giovanni Paolo II conosceva la copertura di abusi sessuali” e che, lontano dall’agire per combatterlo, lo ha convalidato.

L’affermazione di Doyle si è prodotta nella cornice delle udienze che sta portando avanti una commissione che ha avuto impulso dal governo australiano che investiga sui casi di abusi sessuali contro minori commessi nelle istituzioni pubbliche, sportive e religiose di questo paese.

Tuttavia, a questa livello della partita, affermare che il Vaticano ha coperto e copre, sistematicamente, tutti i membri (con o senza sottana) della chiesa cattolica che violentano bambine e bambini non è per niente una novità. In ogni caso, ciò che è interessante dell’affermazione di Doyle è che lui parla della sua propria esperienza personale con Karol Wojtyla, il papa che ha governato l’istituzione tra il 1978 ed il 2005.

Il problema e la “soluzione”

Nel contesto delle udienze in Australia, Doyle ha ricordato che nel 1985 il Vaticano ha ricevuto varie informazioni sugli abusi sessuali commessi dai preti su minori d’età in, almeno, quattro diocesi degli Stati Uniti. E che una di queste informative è stata elaborata da lui stesso, in qualità di avvocato specializzato in diritto canonico (la legge interna per la quale si regge la chiesa cattolica).

Il letterato statunitense disse che in quel momento chiese al Vaticano di inviare un vescovo in Luisiana per far sì che potessero abbordare i casi di pedofilia denunciati. Tanto l’informativa come la richiesta furono inviati da lui al cardinale di Filadelfia John Krol, il quale lo ha portato personalmente a Roma e lo ha consegnato al papa.

Giovanni Paolo II ha designato allora il vescovo AJ Quinn come responsabile di intervenire nell’argomento. Ma secondo Doyle, Quinn “è risultato essere parte del problema, non della soluzione, perché si è dedicato a cercare la maniera nella quale potessero continuare con la copertura”.

Come si è detto, a questo livello non è per nulla una novità che il Vaticano e le gerarchie ecclesiastiche di tutto il pianeta si sono specializzate per secoli nell’orchestrare ogni tipo di manovre per tacitare quante violenze a minori sono state prodotte tra le mura di conventi, parrocchie e collegi, con la conseguenze copertura ed impunità degli aguzzini.

In ogni caso la cataratta di notizie che durante gli ultimi anni si succedono senza fermarsi non portano alla luce niente di nuovo rispetto alle condotte ecclesiastiche se non che parlano del coraggio di migliaia e migliaia di vittime che si sono animate a rompere i patti di segretezza ed hanno denunciato con nomi e cognomi coloro che hanno oltraggiato le loro infanzie. Vittime che, nella loro gran maggioranza, hanno potuto parlare essendo già adulti e non senza attraversare lunghi processi di autoriconoscimento come tali.

Ciò che è inevitabile, è chiaro, è che con ogni nuova testimonianza sorgevano nuovi dati che permettono comporre il puzzle di metodologie, discorsi e trame simboliche, che si mettono in pratica per consumare cotanta impunità e permettere che gli abusi e violenze si continuino a riprodurre per i secoli dei secoli.

La scuola di Francesco

Scandali come quelle delle sedi argentine dell’Istituto Provolo, messo in luce alla fine dell’anno scorso, con i preti Nicola Corradi e Horacio Corbacho alla testa di decine di abusi sessuali a bambine e bambini sordi, lontani da “sorprendere” e “fare notizia”, servono per affondare un poco di più nel fango dell’ipocrisia, la pateticità e l’ignominia coloro che si riempiono la bocca (e i portafogli) parlando di morale e amore al prossimo.

In questo sito si è già specificato il ruolo di Francesco nelle trame di copertura ai preti pedofili del Provolo. Anche del suo amico, l’arcivescovo di La Plata Héctor Aguer, il quale ha avuto nella sua orbita vari dei denunciati della sede che l’istituto ha nella capitale bonaerense.

Le recenti dichiarazioni dell’avvocato Thomas Doyle in Australia non fanno altro che confermare che Bergoglio, al di là delle sue diatribe e rapporti aggiornati, è un degno discepolo dei suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger.

In un articolo intitolato “I papi e la pedofilia”, pubblicato tre anni fa nel sito La Excepción, è stato detto con precisione che “il papa Giovanni Paolo II ed il suo  cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi papa, Joseph Ratzinger ‘imposero l’obbligo tassativo a tutti i vescovi, sacerdoti, personale ausiliario, eccetera, per far sì che non arrivasse alle autorità civili niente di ciò che aveva a che vedere con casi di pedofilia ecclesiastica’.

Li si menziona anche un  motu proprio (documento papale) dello stesso Wojtyla, secondo il quale si ordina ai membri della chiesa di avvisare, prima che altri,  la Congregazione per la Dottrina della Fede se vengono a conoscenza “con una certa verosomiglianza, di un delitto riservato, dopo avere realizzato un’indagine preliminare”.

L’articolo de La Excepción cita a sua volta un lavoro pubblicato dal filosofo Paolo Flores d’Arcais nel quotidiano El País in aprile del 2010, intitolato “Il Vaticano e la pedofilia”. Lì l’autore spiega che, con queste precise direttive, “papa e prefetto informati di tutto (di più, essendo gli unici a sapere tutto) sono, esclusivamente, chi ha la prima e l’ultima parola a proposito dei procedimenti che si devono seguire. La “pena” massima (quasi mai inflitta) non va mai al di là della riduzione in stato laico del sacerdote. In generale, il castigo si limita a trasferire il sacerdote da una parrocchia ad un’altra. Dove, ovviamente, reitererà il suo delitto. “Pena” esclusivamente canonica, in ogni caso. Non si deve effettuare alcuna denuncia davanti alle autorità civili”.

In questa maniera, conclude Flores d’Arcais, Giovanni Paolo II y Benedetto XVI “hanno preteso ed imposto che i crimini di pedofilia fossero trattati esclusivamente come peccati, invece che come delitti, o al massimo come “delitti di Diritto Canonico”.

Senza penitenza

La testimonianza dell’avvocato Thomas Doyle apporta dati che servono per comprendere cosa fa o cosa non fa la gerarchia cattolica negli assunti di abusi sessuali ecclesiastici contro minori d’età. Lo fa anche la commissione che oggi sta indagando sul tema in Australia. Per esempio, si sa già che tra il 1980 ed il 2015 circa 4.500 persone, come minimo, hanno denunciato in questo paese casi di abusi sessuali a minori da parte di quasi duemila preti, laici o monache.

Ma mentre migliaia e migliaia di vittime continuano a parlare, denunciando e rompendo il silenzio, la chiesa di Bergoglio continua con la sua sostenuta morale senza nemmeno prendere le misure minime per far sì che la pedofilia ecclesiastica smetta di riprodursi.

Per caso, nessun gerarca cattolico denuncia davanti alla giustizia civile le sue  “pecore smarrite”.

E molto meno si aprono i fetidi archivi dei tribunali canonici, custoditi a sette mandate, che getterebbero un’importante luce su infinità di casi che le sottane con potere pretendono condannare al silenzio e alla dimenticanza.

Tradotto per Rete L’ABUSO da Roberta Pietra

http://www.laizquierdadiario.com/Juan-Pablo-II-otro-papa-que-banco-a-muerte-a-los-curas-pedofilos

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