La legge vaticana del più forte

Nei processi per abusi su minori la giustizia del Vaticano si sovrappone a quella italiana. Determinando una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano. Ecco cosa accade nei tribunali dell’ex Sant’Uffizio
PEDOFILIA
di Federico Tulli

“Mi scusi, non ho dormito per tutta la notte adesso non mi sento pronto per un’intervista vorrei aspettare qualche settimana… Quando inizio a riparlare di quello che mi è successo, giuro, mi sento male. Vorrei un po’ di pausa». Il messaggio di Diego (nome di fantasia) mi arriva sul cellulare alle 5 di mattina. «Va bene» rispondo immediatamente. Ci eravamo accordati la sera precedente che lo avrei chiamato per farmi raccontare a che punto è il processo ecclesiastico contro don Silverio Mura. Diego, oggi 41enne, accusa da tempo l’ex parroco dell’arcidiocesi di Napoli di averlo violentato a partire dal 1987. Aveva 12 anni e frequentava l’oratorio della parrocchia SS Annunziata di Pollena Trocchia, a Napoli. Ho già informazioni attendibili sui cui lavorare, non insisto per ottenere l’intervista. Anche perché avevo saputo dall’associazione Rete L’Abuso, che gli ha procurato l’assistenza legale e ci ha messo in contatto, che l’uomo ha avuto numerosi crolli psicofisici, «attacchi di panico» che hanno richiesto anche dei ricoveri ospedalieri.

Il primo nel 2010, quando Diego, sposato e padre di due bambine, non riesce più a sostenere il macigno che si porta dentro in solitudine da quasi 25 anni. La crisi lo coglie all’improvviso sul luogo di lavoro e lui si convince a presentare una denuncia all’arcivescovo di Napoli, Vincenzo Sepe, e ai carabinieri. Ma era passato troppo tempo dall’ultima violenza subita, reato prescritto. Ad oggi dunque don Silverio Mura ha dovuto affrontare solo la magistratura vaticana. O per lo meno dovrebbe. Sul processo canonico, è noto, pende il vincolo del segreto pontificio, quindi del suo caso si sa poco o nulla. «All’inizio del 2016 abbiamo interpellato il sostituto della segreteria di Stato, arcivescovo Angelo Becciu – racconta Francesco Zanardi, presidente Rete L’Abuso -. Ci ha risposto che non risulta alcun processo penale ecclesiastico a carico di Mura e che la Santa Sede può solo sollecitare la Diocesi». La telefonata a Becciu non è casuale. Constatata l’inerzia di monsignor Sepe, Diego aveva denunciato tutto a papa Francesco.

Il 14 novembre 2014 ha ricevuto una mail dalla Curia di Napoli con l’invito a presentarsi il 3 dicembre in Largo Donnaregina 22, “per gli adempimenti relativi alla denuncia da Lei inoltrata alla Congregazione per la Dottrina della Fede” (Cdf) a carico di don Silverio Mura. E lui ci è andato. Siamo in territorio italiano, tuttavia oltre quella soglia è come entrare in una macchina del tempo e viaggiare a ritroso di secoli, quando la Cdf si chiamava Santa Inquisizione. In base alla procedura ecclesiastica, all’avvocato di fiducia della presunta vittima è vietato assistere, mentre quello del sacerdote ne ha facoltà. Diego si presenta da solo, con le sue angosce, dinanzi al vicario giudiziale aggiunto del tribunale ecclesiastico regionale campano e al vice cancelliere della Curia partenopea. Il primo fa le domande, l’altro annota le dichiarazioni. Prassi vuole che al querelante non sia rilasciato alcun documento, nessuna informazione. Né al termine dell’udienza né dopo la eventuale sentenza. E don Mura? Per lui è diverso. Sul sito del Vaticano nella “Guida alla comprensione delle procedure di base della Cdf riguardo alle accuse di abusi sessuali” si legge: «Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e a esaminare le prove». Tra queste, oltre alla testimonianza di Diego c’è la perizia psichiatrica disposta dal tribunale ecclesiastico, che si è svolta il 26 aprile 2016 a Napoli, per valutare la sua attendibilità.

I vantaggi per la difesa del sacerdote accusato rispetto alla controparte sono evidenti già così. Tuttavia non si limitano al solo processo ecclesiastico. Con le informazioni raccolte alla diocesi di Napoli i suoi legali possono organizzare al meglio la linea difensiva da attuare in caso di giudizio civile. Ci si chiede quante volte è già accaduto che la prassi giudiziaria vaticana abbia determinato questa situazione di disparità di trattamento sovrapponendosi a quella italiana. Ma la domanda è destinata a rimanere senza risposta, perché il numero dei procedimenti penali amministrativi per pedofilia è ignoto. E la Conferenza episcopale tace non avendo mai nemmeno svolto un’indagine interna per quantificare il fenomeno su scala nazionale. Di sicuro quello di Diego non è un caso isolato: si tratta della norma. Abbiamo raccontato parte della vicenda di Giada Vitale alcuni mesi fa in merito al giudizio penale in corso a Larino (Campobasso) nei confronti di don Marino Genova (vedi Left n. 38/2016). Ora lei accetta di bucare il velo di omertà che il papa impone sui riti canonici e ci parla del giorno in cui decise di rispondere alla convocazione della Diocesi di Pescara competente sul suo caso. «Era l’inizio del 2014, avevo denunciato don Marino sia al vescovo di Termoli che ai carabinieri. Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice don Antonio De Grandis e don Michele Valentini, il notaio della curia di Termoli.

Valentini lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi chiamò e mi consegnò una richiesta del giudice. Voleva una copia della mia denuncia alla procura». Le chiedo se il suo avvocato ha acconsentito. Mi risponde di sì. «Oggi mi rendo conto che è stato un errore presentarmi, all’epoca mi fidavo ancora della Chiesa e pensavo – illudendomi – che quello lì sarebbe stato punito a dovere». E aggiunge: «Ero sola, hanno detto che il mio avvocato non poteva essere presente. Il legale di don Marino invece sì e io potevo accettare o rifiutare. Ho detto no. Mi ha interrogata il giudice, cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore, ma io come convenuto con l’avvocato Cavaliere ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo 13 anni». Don Marino Genova ne aveva 55. Dal giorno dell’audizione Giada non ha saputo più nulla in via ufficiale: «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».

Il prossimo 20 dicembre, in Tribunale a Larino, Giada comparirà con altri sei testimoni di fronte agli avvocati di don Marino. Sono passati quasi tre anni dall’audizione in Diocesi a Pescara. Anche nel suo caso, la giustizia vaticana si è sovrapposta a quella italiana, con quali conseguenze? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma: «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante» spiega Caligiuri, che sottolinea: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali è stato ratificato nel 2012 dall’Italia. Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». Dove si trovano oggi don Mura e don Genova? Per la giustizia italiana sono uomini liberi. Don Marino Genova dopo aver confessato la “colpa” davanti al giudice ecclesiastico, ed essere stato sospeso a divinis, ha chiesto di espiare (preghiera e penitenza per 5 anni) in uno dei siti “protetti” che la Chiesa ha adibito a centri di sostegno spirituale e psicologico per «sacerdoti in difficoltà» (li chiamano così). Anche don Mura potrebbe essere ospite di una struttura analoga. Fonti che chiedono di rimanere anonime ci dicono che lui dimora a Villa Sacro Cuore, appena fuori Città di Castello (Perugia). L’altro, invece, è nell’Oasi di Elim, un caseggiato anonimo che fa parte del complesso del Santuario del Divino Amore a Roma.

Pag 30 di LEFT del 10-12.2016

Advertisements