Caso Anello e abusi sessuali in chiesa, i preti sapevano e non hanno denunciato

Sono diversi i parroci che erano a conoscenza dei “metodi” di Padre Anello e del colonnello Muratore. C’è anche chi ha garantito su un “percorso di purificazione”. Intanto si è svolto l’incidente probatorio. La battaglia della Rete L’ABUSO: “Inserire l’obbligo di denuncia”
C’è chi aveva saputo qualcosa, aveva sentito lamentele su alcuni atteggiamenti inequivocabili da parte di un militare e di un frate cappuccino, ma ciò nonostante diversi parroci non hanno parlato, non si sono rivolti né alle autorità giudiziarie né a quelle ecclesiastiche. Intanto lunedì si è svolto l’incidente probatorio nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto del colonnello Salvatore Muratore e del cappellano del Civico Salvatore Anello. Tre ragazzine di 12, 13 e 16 anni hanno confermato in Procura le scabrose circostanze in cui si sono trovate. Il frate cappuccino, pur non essendo stato riconosciuto dalla diocesi palermitana quale esorcista, si dilettava nelle preghiere di guarigione. Riceveva le fedeli nei locali della chiesa dei Cappuccini e, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe allungato le mani, facendole scivolare sotto le magliette e i pantaloncini di donne fragili e ragazzine indifese.

In una città già macchiata da diverse storie di abusi sessuali legate a uomini di chiesa, da padre Turturro a Borgo Vecchio a padre Nuvola e don Roberto Elice, un’altra inchiesta rischia di gettare fango sul mondo religioso palermitano. Dove però – è giusto sottolineare – la stragrande maggioranza dei preti svolge un lavoro fondamentale, soprattutto nelle periferie a volte dimenticate dalle amministrazioni. In questo caso a infrangere il muro dell’omertà sono state alcune delle vittime che hanno trovato il coraggio di denunciare, di rivolgersi alla giustizia fornendo un input fondamentale per l’avvio delle indagini condotte dalla polizia giudiziaria della polizia di stato presso il tribunale dei Minori. Dopo il racconto di una donna sono stati contattati e convocati numerosi preti che predicano nelle chiese palermitane e non solo. Una di loro decise di non recarsi più agli incontri con padre Anello, rivolgendosi a quel punto a Fra Benigno della chiesa dei Frati Rinnovati di via alla Falconara, guida per gli esorcisti in Sicilia. Di fronte al racconto della donna avrebbe ammesso di aver già sentito lamentele sul conto di padre Anello.

Raggiunto da PalermoToday ha subito negato ogni tipo di collaborazione per fare chiarezza sulla vicenda: “Non ho alcuna intenzione di parlarne o rilasciare interviste”. Stessa risposta è arrivata dall’Arcidiocesi palermitana guidata da monsignor Corrado Lorefice che, per bocca dell’ufficio stampa, non si è voluto esprimere sull’argomento: “Queste presunte storie di abusi hanno riguardato un frate dei Cappuccini. Se volete risposte dovreste rivolgervi al loro ordine provinciale”. Per l’arresto di don Elice invece l’arcivescovo si è detto fortemente addolorato, sia per le vittime che per la comunità ecclesiale. La dirigenza dell’ospedale Civico di Palermo, appresa la notizia, ha subito sospeso la convenzione da 20 mila euro. L’ordinario diocesano, il monsignor Giuseppe Oliveri, a stretto giro di posta ha quindi nominato al suo posto il reverendo padre Enrico Miranti.

Nell’inchiesta emerge come le fragili vittime abbiano deciso in ultima istanza di rivolgersi a un prete per scacciare un presunto “malocchio” o il “demonio”. Sarebbe questo il pretesto adottato dal frate cappuccino, stando alle parole riferite al gip Gabriella Natale con a fianco una psicologa, mentre nella stanza accanto c’erano in ascolto il sostituto procuratore Giorgia Righi e gli avvocati della difesa. Nella stessa giornata, mentre le coraggiose e giovani vittime hanno deciso di vuotare il sacco e collaborare, padre Anello ha preferito rinunciare alla possibilità di essere ascoltato.

Durante le indagini di polizia giudiziaria, come si evince anche dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere, sono saltati fuori i nomi di diversi “ministri reliogiosi”, da Palermo a Caltanissetta, passando per Prizzi e anche per la capitale. In un paesino alle porte di Roma c’è un prete, precedentemente in servizio presso la chiesa di San Giuseppe ai Teatini di Palermo, che era stato contattato telefonicamente da una donna che chiedeva supporto. “Le ho consigliato di rivolgersi alla polizia, ma questo ha spaventato la donna – spiega – che temeva di scatenare un terremoto in famiglia rischiando di perdere il marito. Ho chiesto un appuntamento all’arcidiocesi ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta”. Di fatto, però, non arrivò alcuna denuncia. Una vittima si era rivolta anche a un prete della zona Noce che, in prima battuta, si era offerta di accompagnarla salvo poi sparire e farsi sentire nuovamente per sconsigliare la denuncia fornendo garanzie su “percorso di purificazione” intrapreso dal peccatore.

Altre delle risposte ricevute dai preti chiusi nelle loro sagrestie lasciano spiazzati. “Non rilascio alcuna intervista, ma posso dire di aver ascoltato la donna e basta. Le ho anche spiegato che in ciò che era accaduto non c’era il segno di Gesù. Ma non è della mia diocesi – spiega un prete nisseno – e non è nel mio stile invitare a denunciare. Mi sono limitato a dare un consiglio, poi ognuno è libero di fare ciò che crede”. Un altro parroco del Palermitano che era venuto a conoscenza dell’accaduto, si è appellato impropriamente al “segreto confessionale”: “Sono stato contattato da un altro prete e ho ascoltato questa donna. Ho cercato di darle aiuto, ma non possiamo riferire nulla alle autorità. Tutto dipende dalla volontà di chi è coinvolto”.

Nessuno tra coloro i quali erano venuti a conoscenza dell’accaduto ha ritenuto necessario fare un passo in più, richiedendo un incontro urgente con l’arcivescovo o recandosi in Procura per collaborare alle operazioni di polizia e permettere che i due uomini venissero fermati. L’inchiesta, ancora nella sua fase iniziale, rischia di diventare solo un altro caso della lunga lista redatta da Rete L’Abuso onlus, associazione presieduta da Francesco Zanardi: “Sono circa 130 i preti condannati negli ultimi 15 anni e circa un centinaio quelli ancora sotto indagini. L’Onu nel 2014 ha emesso una sentenza pesante nei confronti del Vaticano, chiedendo di rivedere la regolamentazione. Ma in tal senso il Governo è rimasto immobile. Oggi un uomo di chiesa non può denunciare alle autorità ma deve rivolgersi prima ai suoi superiori, ai quali poi spetterebbe il compito di rivolgersi a polizia e magistratura. Con la nostra associazione  stiamo pressando per far inserire l’obbligo di denuncia“.“

 

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