Il patriarca libanese difende il sacerdote pedofilo. E porta le carte a papa Francesco

38502 ROMA-ADISTA. Una «campagna diffamatoria» è in atto contro mons. Mansour Labaki, prete cattolico-maronita libanese di Beirut. Di tanto è convinto il patriarca maronita Béchara el Raïsecondo quanto ha detto rivolgendosi, alla vigilia della Festa di San Giuseppe (18 marzo), a sacerdoti, frati, insegnanti e alunni alla presenza del padre generale dei padri Lazaristi Ziad Haddad. Il sacerdote – fondatore in Francia del “Foyer Notre-Dame – Enfant du Liban” per l’accoglienza di bambini libanesi cristiani e musulmani, e in Libano del “Foyer Notre-Dame du Sourire” (ma per il suodensissimo curriculum) – il 23 aprile del 2012 è stato condannato dal Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Parigi in quanto riconosciuto colpevole dei reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su almeno tre persone minori d’età all’epoca degli abusi (va detto che è stato denunciato di abusi anche su una ragazza maggiorenne). Varie le pene inflittegli: è stato privato di «tutti gli uffici ecclesiastici», compresi la «facoltà di confessare» e «qualsiasi forma di direzione spirituale»; diffidato dal «celebrare i sacramenti» in pubblico e dal «prendere contatto con i media o con le vittime»; obbligato ad «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo». Le sanzioni sono state confermate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, quando, nel giugno 2013, la CdF ha rigettato il ricorso di Labaki contro il giudizio del Tribunale ecclesiastico parigino. La non osservanza delle pene, puntualizzava inoltre la CdF, avrebbe comportato per il prete la scomunica (v. Adista Notizie n. 34/13).

Fatti che non contano, secondo il patriarca libanese, tanto da dichiarare agli astanti: «Io personalmente ho avuto tra le mani il fascicolo» e «l’ho presentato a sua santità papa Francesco» (Raï era a Roma il 29 febbraio). Questa la sua versione: «C’è stata una campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere e abbiamo tutto tra le mani. I tribunali hanno avuto avvio senza né domande né risposte – ha aggiunto di fatto denigrando il giudizio subìto a Parigi – e il monsignore è stato condannato dalla Chiesa, a volte l’hanno arrestato, a volte l’hanno sospeso a divinis. Ultimamente il tribunale ecclesiastico ha tolto la sospensione a divinis, non l’impedimento a sue apparizioni alla televisione o a partecipazioni a celebrazioni pubbliche». Il patriarca libanese ha anche affermato che «tutti i documenti» consegnati a papa Francesco «mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo e che trovano le vere cause scatenanti non nelle accuse rivolte, ma nella sua risoluzione a consegnare la direzione della casa costruita a Lourdes [Beth Maryam, finanziata all’associazione di Labaki, Lo Tedhal] alle Suore della Croce. Questa sua decisione ha infastidito i primi gestori della casa e da lì è iniziata la campagna accusatoria contro di lui».

Parla una vittima

Il discorso del patriarca e la ricostruzione che egli fa della vicenda fanno infuriare le vittime. Una di esse, libanese, di cui per ora è bene tacere il nome, ad Adista racconta assai diversamente i fatti riportati da p. Labaki: «Oltre ad aver stuprato ragazze minorenni fuori dal suo foyer fondato in Francia [chiuso nel 1998], Labaki lo ha fatto anche all’interno di questo foyer [in Libano, chiuso nel 2011] che raccoglieva maschi e femmine orfani. Tra questi, c’erano anche alcune ragazze francesi di famiglie benestanti, non orfane, una delle quali è stata stuprata da lui quando aveva 12 anni. Gli animatori della casa erano soprattutto donne e ragazze francesi. Labaki ha avuto relazioni anche con loro e soprattutto con una ragazza (è stata la prima ad aver reso la sua testimonianza non solo perché all’epoca minorenne, ma in quanto abbindolata da lui e dal suo potere diabolico di sottomettere sessualmente le donne) alla quale lui era molto attaccato per le sue capacità direttive e per il sostegno economico dei suoi genitori e dei loro amici (il sacerdote è stato sempre sostenuto dalla crema della società francese). Quando ha aperto la casa a Lourdes, ha chiesto a questa ragazza la direzione; in quel momento, lei ha cominciato a capire che qualcosa non andava in tutta quella faccenda di sesso e ha deciso di denunciarlo; per punizione, Labaki ha voluto toglierle la direzione della casa di Lourdes». «Ma ecco dove sta la grande bugia: Labaki è riuscito a convincere i suoi sostenitori che tutto il processo è una campagna di diffamazione contro di lui per aver tolto ai francesi la direzione della chiesa per affidarla ai libanesi».

Furto delle mail e conseguenze

Labaki, dopo la conferma della condanna da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede a non celebrare né confessare in pubblico, non si è certo dato pace e, patrocinato da uno dei più grandi, rinomati e certamente costosi avvocati a livello mondiale (Antoine Akl, che tra l’altro ha ricoperto la carica presidente dell’Unione Internazionale degli Avvocati), nel maggio 2014 ha citato in giudizio (civile) in Libano per diffamazione sia le vittime, sia i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo aveva condannato (uno dei quali è mons. Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana), colpevoli a suo dire di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. La documentazione portata in tribunale era però frutto del furto, avvenuto con l’ausilio di esperti hacker, delle circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, con gli indirizzi praticamente di quasi tutte le persone coinvolte, in Francia, in Libano e ovviamente in Vaticano (v. Adista Notizie n. 19/14).

Il processo, così viziato da un simile reato iniziale, non poteva approdare che nella irricevibilità della denuncia. Due comunque le conseguenze negative: una piccola per p. Labaki, in quanto è stato sospeso a divinis solo per sei mesi per aver accusato gli avvocati ecclesiastici (inoltre, nel novembre successivo, alla radio libanese ha paragonato i tribunali vaticani a quelli della Corea del Nord); l’altra ben più grave per le persone che hanno sporto denuncia: i loro nomi sono ora noti al sacerdote libanese («l’orco», come è stato soprannominato), e questi è persona così potente, beneficiaria di importanti sostegni all’interno della gerarchia maronita, della classe politica e del mondo degli affari, da generare paura, soprattutto in una società, quella libanese, dove la Chiesa maronita ha un’immagine identitaria nazionale forte. Tanto che – la nostra interlocutrice ci fa due esempi – «la nipote di Labaki», anch’essa abusata dallo zio, per aver testimoniato «è stata rigettata e rifiutata» anche dalla famiglia; e un’altra vittima e testimone libanese «è stata dimessa dal suo lavoro di insegnante di lingua francese dalla direttrice di una scuola a Tripoli (nord del Libano), amica di Labaki. Anche il marito ha perso il lavoro». A destare paura c’è in più un motivo di carattere socio-politico: chi fa emergere negatività del Libano e della Chiesa maronita viene additato quale filo-sionista, un “venduto” al più pericoloso nemico del Paese, cioè ad Israele. Labaki, spiega la “nostra” vittima, «ha giocato su questi registri: sono i sionisti che ce l’hanno con la Chiesa del Libano e che la vogliono distruggere tramite queste accuse a un sacerdote rappresentativo della santità della Chiesa; e c’è il progetto subdolo di distruggere la Chiesa per far trionfare le altre religioni». Insomma, ce n’è di che temere per la propria vita.

Il patriarca non ascolta le vittime

Il patriarca Raï, ci dice la nostra interlocutrice, «non ha voluto accogliere e ascoltare nessuna vittima», neanche dopo che, precisa, «gli ho scritto perché ricevesse me e la nipote di Labaki». D’altronde egli ritiene le vittime colpevoli di una campagna di menzogna e ipocrisia contro la Chiesa maronita. Che perciò difende con le unghie e con i denti. Ha buon ascolto in Vaticano? Difficile dirlo. Certo è che è la seconda volta che il gerarca cattolico si reca in Vaticano con il dossier Labaki sotto il braccio, chiedendo la revisione-cancellazione della sentenza della Congregazione per la Dottrina della Fede sul sacerdote. Ma è impensabile che la CdF arrivi a contraddire se stessa; e anche il papa nulla potrebbe fare senza riconvocare il Tribunale.

Dal canto loro, le vittime chiedono alla Santa Sede, dopo che ha fatto formalmente giustizia condannando «l’orco», di essere salvaguardate dallo strapotere di Labaki facendogli terra bruciata all’interno della Chiesa, restituendo loro dignità e stima sociale. E ce ne sarebbe davvero bisogno soprattutto ora per l’impatto che le affermazioni di Rai hanno avuto in Libano: il discorso del patriarca è stato accolto con grande entusiasmo tra giornalisti che sono pro Labaki e che hanno diffuso il video del suo intervento a prova del “trionfo della verità” dell’innocenza di Labaki. «Non mi sorprenderebbe – è il timore della nostra interlocutrice – se nelle omelie di questi giorni alcuni preti riprendessero il discorso del patriarca per confermare l’innocenza del pedofilo e quindi sconfessare le vittime di fronte a quasi tutti i cristiani del Libano; e dico tutti i cristiani perché la fede dei libanesi è tradizionalista e solo i malati gravi non frequentano le chiese in questi giorni». Ci lascia con quest’ultima considerazione sul sacerdote: «Quest’uomo è potente per due motivi: un sacco di soldi in tasca e un sacco di segreti in pectore».

* Béchara el Raï, in un’immagine di Piotr Rymuza, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite.

http://www.adista.it/articolo/56145

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