Pedofilia. Per i vaticanisti Wojtyla fu tradito dai suoi collaboratori

A distanza di undici anni dalla scomparsa, e a due dalla canonizzazione, una parte del sistema mediatico internazionale ritiene che Papa Giovanni Paolo II abbia riservato “mano leggera” alla piaga della pedofilia interna agli ambienti della Chiesa. In questi giorni, due casi fra tutti hanno focalizzato l’attenzione della pubblica opinione sui “crimini abnormi” (come ebbe a definire gli abusi sessuali Benedetto XVI) commessi da sacerdoti e da religiosi su minorenni. I cardinali George Pell e Philippe Barbarin sono gli ultimi due capitoli del grande dossier targato “pedofilia” presente sulle scrivanie dei Papi già dagli anni ’90, quando a Giovanni Paolo II vennero comunicati casi di sacerdoti pedofili americani. In relazione a questo, alcuni vaticanisti italiani, intervistati dal FarodiRoma.it, hanno spiegato cosa resta oggi della reazione che Papa Wojtyla riservò al fenomeno e se la sua memoria sia stata danneggiata.

Gian Franco Svidercoschi ha subito desiderato evidenziare la collaborazione tra Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, già da quando quest’ultimo era cardinale. “Vorrei ricordare – ha commentato il vaticanista di origini polacche – che Wojtyla nel 2001 ha fatto una cosa d’accordo con Ratzinger: si è accorto che mentre scoppiava in America la storia della pedofilia non bastava solo attenersi al codice del diritto canonico per i vescovi perché questi erano abituati a pensare che fosse più importante salvare il nome dell’istituzione e non delle vittime. Dal 2001, considerata l’incapacità dei vescovi – ha spiegato Svidercoschi – il Pontefice decise che del problema si sarebbe occupato la Congregazione per la Dottrina della Fede alla cui guida fu posto il cardinale Joseph Ratzinger”. “Un papa non può fare tutto: la storia di padre Marcial Maciel Degollado, scosse la Chiesa, e quando ho chiesto al cardinale Dziwisz se il Papa sapesse lui mi rispose di no. In Vaticano vige la politica del silenzio: sono stato per due anni vice direttore dell’“Osservatore Romano”: e quando me ne sono andato al Papa non è mai stata comunicata la mia decisione. Non è pertanto responsabilità del Papa ma del sistema di corte vaticana che non veicola le informazioni al Pontefice. Io credo che chi abbia seguito il magistero wojtyliano conosca le decisioni riflettute dal Papa già a partire dallo scandalo scoppiato negli Stati Uniti e la sua linea di tolleranza zero davanti allo scandalo della pedofilia.

In accordo con Svidercoschi, Valentina Alazraki, diventata vaticanista nel 1974 con Paolo VI, sostiene che i due Pontefici abbiano collaborato tra loro per il bene della Chiesa: “Francesco ha voluto ringraziare Giovanni Paolo II per aver garantito al cardinale Ratzinger di indagare su padre Maciel. E poi si è detto grato anche a Benedetto XVI per essere arrivato fino in fondo da solo”.
Per il giornalista Marco Tosatti, invece, la storia di abusi che coinvolge padre Maciel ha danneggiato Giovanni Paolo II perché fu il Papa per primo a essere ingannato dal religioso che fondò la Congregazione clericale dei Legionari di Cristo. “La presa d’atto del problema fu pensata immediatamente dal Papa che incaricó Ratzinger affinché indagasse il caso. “Per chi commette queste cose nella Chiesa non c’è posto”, disse Wojtyla”.

“La questione della pedofilia resta uno dei grandi enormi buchi neri della figura di Giovanni Paolo II. Maciel è stato il caso più aberrante che ci sia stato nella chiesa moderna. Ancora oggi ci si chiede se il Papa sapesse oppure no”. Queste le dichiarazioni di Franca Giansoldati, la quale assieme a Marco Tosatti è autrice del libro “Il demonio in Vaticano. I Legionari di Cristo e il caso Maciel”. “Le prime denunce – spiega la vaticanista del Messaggero – arrivarono in Vaticano nel 1997. Nel 2005 Benedetto XVI in una totale solitudine ha fatto emergere la piaga. San Giovanni Paolo II (l’unica ombra che c’è su questa grandissima figura di Papa) è rimasto vittima dei suoi collaboratori che lo hanno mantenuto lontano dalla verità”.

D’accordo con Franca Giansoldati si dice anche Raffaele Luise, vaticanista Rai: “la figura del Papa polacco è stata danneggiata da chi doveva servirlo. A Wojtyla non hanno fatto sapere questa realtà fino in fondo e proprio per questa ragione il Papa non ha preso coscienza della vastità del fenomeno. Se si fa il paragone tra il coraggio di Benedetto XVI che ha affrontato per primo il dramma della pedofilia con forza e trasparenza e Giovanni Paolo II certamente quest’ultimo si troverà in difficoltà”.
Anche Andrea Tornielli, vaticanista della Stampa e coordinatore di Vatican Insider, ritiene che la responsabilità della “mano leggera” della Chiesa sotto il pontificato di Giovanni Paolo II non sia da addebitare al Papa ma ai suoi collaboratori più stretti. “Sono sorte delle domande relative a quanto Giovanni Paolo II sapesse – ha detto Andrea Tornielli – soprattutto nell’ultima fase del suo pontificato, quando avevano un potere sempre più maggiore alcuni suoi collaboratori. Un altro aspetto fondamentale è che Wojtyla, memore dei dossieraggi costruiti nella Polonia sovietica, nutriva un naturale sospetto verso le accuse sessuali che interessavano alcuni sacerdoti. Questo ha potuto influire nell’approccio che egli ha riservato a questi temi”.

Alessandro Notarnicola

http://www.farodiroma.it/2016/04/01/pedofilia-per-i-vaticanisti-wojtyla-fu-tradito-dai-suoi-collaboratori/

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