Don Vito: lo Stato non può processarmi

di Pietro Lambertini

Mossa a sorpresa del prete imputato, presentata al giudice una memoria difensiva: sono stato già condannato dalla Chiesa.

PESCARA. La memoria difensiva è lunga più di 50 pagine, ma si può riassumere con una frase dalla forza dirompente: sono stato già condannato dalla Chiesa e, quindi, lo Stato italiano non può giudicarmi un’altra volta. Ieri, nella seconda udienza preliminare durata soltanto una manciata di minuti, è arrivata la mossa a sorpresa della difesa di don Vito Cantò, il parroco di 43 anni, originario di Cepagatti, accusato di aver commesso abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni tra il 2011 e il 2012 mentre era parroco alla chiesa di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore.

Finora, nessuna richiesta di rito abbreviato ma l’avvocato del prete, Giuliano Milia, ha presentato una memoria che potrebbe creare un precedente: se un clerico è stato già dichiarato colpevole dalla Chiesa, lo Stato non può giudicarlo ancora. È questa la tesi della difesa di don Vito – ieri non presente in aula – che ritiene superfluo il processo penale perché la Chiesa ha già preso posizione. Il tribunale ecclesiastico ha condannato il parroco a una pena perpetua, il divieto di svolgere attività parrocchiali con minorenni, e a pene temporanee: don Vito è sospeso per tre anni dal ministero sacerdotale e in questo periodo non può celebrare messa se non con un altro parroco accanto o senza fedeli davanti a sé; per i prossimi 5 anni è consegnato all’obbligo di dimora per una «vita di preghiera e di penitenza» all’interno di un monastero di Roma destinato ai «sacerdoti che si trovano in particolari difficoltà» e deve seguire «un percorso psicoterapeutico». Don Vito ha evitato la pena ecclesiastica più alta, quella della dimissione, cioè la perdita dello stato clericale. La Chiesa gli ha dato un’altra possibilità ma il parroco deve guadagnarsela giorno dopo giorno. E don Vito, in base alla memoria consegnata ieri al giudice Gianluca Sarandrea, solo alla Chiesa vuole rendere conto: il prete è stato dichiarato «colpevole» per gli abusi sessuali e condannato dal tribunale ecclesiastico, sta scontando le pene e, proprio per questo, non vuole un’interferenza dello Stato. Il prossimo 31 maggio ci sarà la terza udienza preliminare e, stavolta, sarà la famiglia del ragazzo, assistita dall’avvocato Vincenzo Di Girolamo, a parlare. Lo farà con una contromemoria.

Il caso riporta al 2013 quando alla curia di Pescara arrivarono voci di presunti abusi sessuali su un ragazzino. Nell’estate del 2013, con il processo canonico alle battute iniziali, fu l’arcivescovo Tommaso Valentinetti a sospendere don Vito «ad cautelam» ma senza informare le forze dell’ordine dei presunti abusi sessuali. Proprio in quel periodo il parroco lasciò misteriosamente e improvvisamente la parrocchia di Villa Raspa e si dimise dal suo ruolo di educatore negli scout dell’Agesci. Dopo l’inizio del processo canonico, i genitori del ragazzo si rivolsero alla squadra mobile guidata dal capo Pierfrancesco Muriana rivelando che, tra il 2011 e il 2012, ci sarebbero stati incontri sessuali tra il prete e il minorenne nell’alloggio canonico di don Vito. Secondo gli atti dell’inchiesta, coordinata dal pm Salvatore Campochiaro, i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzo e lui si sarebbe confidato con i genitori. Due processi paralleli, quello canonico, già chiuso con la sentenza di condanna, e quello penale, alle battute iniziali: per don Vito, i processi devono restare paralleli; per la famiglia del ragazzo, i processi devono incrociarsi tanto che la sentenza della Chiesa è stata già depositata.

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