Noi, vittime di preti pedofili

Papa Francesco condanna i colpevoli. Però c’è chi, nella Chiesa e nella società, nega l’esistenza di questi abusi. Così, per chi li ha subiti, diventa più difficile guarire le ferite del corpo e dell’anima. Lo raccontano un uomo e una donna che da bambini sono stati violati. E che hanno trovato il coraggio di uscire dal silenzio

di Tiziana Pasetti

«Il mio dispiacere è immenso. La vostra innocenza è stata violata proprio dalle persone in cui avevate più fiducia». Con queste parole, durante la visita negli Stati Uniti, Papa Francesco ha chiesto scusa davanti al mondo intero a 5 vittime di preti pedofili. E ha invitato chiunque sia stato oggetto di attenzioni sessuali da parte di un sarcedote a non avere paura edenunciare. Eppure, a pochi giorni dalle dichiarazioni del pontefice, fa discutere il caso di don Gino Flaim, subito revocato dall’arcidiocesi trentina dal suo incarico pastorale per avergiustificato gli abusi sui bambini. «Loro cercano affetto perché non ce l’hanno in casa» ha detto. «Allora può capitare che qualche prete ceda. È un peccato. Ma i peccati vanno accettati».

Ancora una volta, anziché punire i carnefici, si colpevolizzano le vittime. È successo anche a Giorgio e Laura: due vite spezzate, due testimonianze che abbiamo raccolto in queste pagine. L’uomo in passato non ha denunciato gli abusi. La donna sì. Ma entrambi hanno pagato un prezzo altissimo, indipendentemente dalla scelta di parlare. «Di fronte al messaggio del Papa siamo tutti d’accordo. Poi, però, se dovesse capitare nella nostra parrocchia un episodio di pedofilia, la reazione sarebbe diversa» osserva lo psichiatra Vittorio Sconci. «L’idea che un prete possa fare del male ai nostri figli entra in collisione con la necessità di credere nel Bene rappresentato da una figura terrena vicaria di Dio. Il grande scatto di civiltà avverrà quando le vittime potranno contare sulla solidarietà e non sul giudizio della comunità. La denuncia non basta a superare il trauma. Solo il rispetto può far capire a chi ha subito un abuso che essere vittima non è una colpa».


Giorgio, 40 anni, non ha denunciato

«Quando sei un bambino ti raccontano le favole. E nelle favole il cattivo lo riconosci: sono condannabili le sue azioni e il suo aspetto è repellente. Ho sempre frequentato gli ambienti ecclesiali, il fratello di mio padre è sacerdote e una zia di mia madre era suora. Ho considerato la chiesa come un’altra stanza di casa. Avevo 12 anni quando arrivò don Claudio. Lui era giovane, carismatico, diverso da tutti i preti che conoscevo. Capiva noi ragazzi, i nostri tormenti, le pulsioni che iniziavano a tenerci svegli di notte. Con lui si poteva parlare di tutto. “Nulla è peccato” diceva. Mamme e papà erano felici: i compiti con don Claudio, le gite domenicali, la catechesi. Eravamo al sicuro.

Come si può raccontare un abuso? L’abuso può cominciare con una presenza che diventa indispensabile. Perché a casa ti hanno sgridato per un brutto voto e invece don Claudio ti sorride e ti rassicura. Un abuso dovrebbe essere graffio, ferita. Odio, chiaro e immediato. Non dovrebbe essere un abbraccio che diventa sempre più stretto. Quando sei ancora un ragazzino certe cose non le capisci. O non le vuoi capire. Don Claudio aveva carezze per me. Prima. Durante. Dopo. Diceva che era amore, comunione, fusione di anime. Non mi ha mai picchiato. Non è mai stato furioso quando ho cominciato a stare male, a vomitare, a svenire, a scappare. Quando ho raccontato tutto ai miei genitori, invece, sono arrivati gli schiaffi, gli sguardi bassi, le accuse, la vergogna. “Un abuso? Bugiardo!”. Mi hanno portato dallo psichiatra. Sono stato legato al letto, riempito di farmaci. Ero già grande, studiavo Medicina, ma ho dovuto lasciare. Mia madre è morta senza avere pace. Mio padre scuote la testa: abito ancora con lui, non ho un lavoro, non sono mai riuscito a innamorarmi. Di don Claudio non so nulla, chissà che fine ha fatto. I preti cambiano parrocchia, vengono mandati dove le anime hanno più bisogno».

Laura, 22 anni, ha denunciato

«Io non avevo capito niente. Sono stati i miei genitori ad accorgersi che qualcosa non andava. Avevo 7 anni, andavo a catechismo. Ero con tanti altri bambini e tutti insieme facevamo merenda e giocavamo nel piccolo teatro della parrocchia. Ricordo che padre Domenico mi prendeva per mano e mi regalava le caramelle all’arancia. E che mi cullava con un braccio solo, sospirando parole incomprensibili. Poi stringeva un po’ di più. Ancora una caramella, una carezza sui capelli. Un bacio sulla fronte. Non avrei mai potuto immaginare cosa faceva con l’altra mano. Furono dei piccoli lividi sul mio fianco sinistro a mettere i miei in allarme. Mamma è medico, sapeva riconoscere un ematoma da urto. Quelle 5 macchie rotonde e violacee non lo erano. Erano le dita di padre Domenico che, mentre lui raggiungeva uno dei suoi paradisi, stringevano la mia carne.

Una psicoterapeuta infantile è riuscita a farmi dire delle cose. So che i miei genitori andarono a parlare con padre Domenico. E che lui si giustificò per quei lividi: “Laura è tanto agitata, devo trattenerla altrimenti si avventerebbe sugli altri bambini”. Questo mi è stato raccontato dopo. Dopo che, senza capire il perché, ho cambiato scuola e poi paese. I miei genitori hanno detto tutto ai Carabinieri. E si sono ritrovati contro non solo la Chiesa ma anche i vicini. La gente non vuole credere che il Male sia a un passo da casa e che abbia le sembianze di un uomo piccolo e pacato. Lo psichiatra che oggi mi segue sta cercando di costruirmi intorno unarete di protezione.

Da piccola ho subìto, oltre alla violenza, l’onta sociale: mi additavano come un’indemoniata. L’abuso è un crimine, adesso lo so. Ma a cosa serve denunciare se poi non c’è la solidarietà, l’appoggio della tua comunità? Padre Domenico, nel frattempo, è stato mandato altrove, una missione in India. In fondo si è salvato. Chi è dovuta scappare come in esilio, come un’appestata, sono stata io. Al mio fidanzato non ho mai confessato nulla, ho paura che possa lasciarmi. Per il mio passato. Per quelle 5 dita. Che, a distanza di anni, continuano a stringere e a farmi male».


Noi, vittime di preti pedofili

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