Pedofilia, la Chiesa sudafricana: “Collaboriamo con i media”

Dopo l’uscita del film ‘Il caso Spotlight’ sullo scandalo nella diocesi di Boston, una nota dei vescovi sudafricani chiede “apertura e trasparenza” sugli abusi. Il teologo Egan: “no alla cultura dell’insabbiamento”.

DAVIDE MAGGIORE

“Il film Il caso Spotlight, prima ancora che un documento dei tempi, è un’opera che parla del valore dell’impegno per la verità”. Padre Anthony Egan, oggi uno dei più noti teologi sudafricani, era a Boston quando, nel 2002, un’inchiesta del quotidiano locale Globe fece scoppiare nel mondo lo scandalo dei preti pedofili americani. Una storia ripresa oggi dalla pellicola candidata a sei premi Oscar e di cui si è tornato a parlare anche per le dichiarazioni recenti dell’attuale arcivescovo della città statunitense, il cardinale Sean O’Malley. “Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare i sospetti di abusi” sui minori “alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società”, ha spiegato a metà febbraio il porporato. Parole a cui ha fatto eco Papa Francesco durante il viaggio di ritorno dal Messico, definendo tra l’altro “una mostruosità” e “un sacrificio diabolico”  il comportamento dei religiosi colpevoli di pedofilia.

“Ringrazio Dio che si sia scoperchiata questa pentola, e bisogna continuare a scoperchiarla”, aveva poi aggiunto il Santo Padre e proprio a queste parole sembra riallacciarsi Egan nel suo ragionamento sulla pellicola di Tom McCarthy. “Parla delle conseguenze morali dell’occultare qualcosa e non si rivolge solo ai religiosi, ma anche al sistema giudiziario e agli stessi media. – spiega – Denuncia una cultura dell’insabbiamento, che è presente in molte realtà sociali e non riguarda soltanto il problema della pedofilia, o soltanto la Chiesa”. Proprio la conferenza episcopale dell’Africa australe (a cui fanno riferimento i vescovi sudafricani, insieme a quelli del Botswana e dello Swaziland) è stata però una delle realtà che hanno fatto dell’uscita del film un’occasione per riflettere sul tema e sull’atteggiamento della Chiesa in questi anni. Una Chiesa che “continua a chiedere perdono per il male che il crimine dell’abuso sui minori ha causato”, come hanno scritto i presuli in un comunicato. “La Chiesa cattolica – prosegue il testo – si impegna ad assumersi la responsabilità per le sue mancanze ed a riformarsi in modo da affrontare atti vergognosi e tenuti nascosti”. L’accento, infine, è stato messo anche sul ruolo svolto dalla stampa nel far emergere i crimini: “Apertura e trasparenza sono gli unici modi in cui si possono affrontare i casi di abuso”, chiarisce il documento.

“Se qualcuno parte dall’idea che la stampa lavori per ‘scoprirlo’, comincia col piede sbagliato; gran parte dei media esistono per raccontare una storia, i giornalisti sono pagati per fare del loro meglio per ricostruire la verità”, commenta anche Anthony Egan. E prosegue: “Per questo bisogna parlare con loro in modo che scrivano la verità, dando loro informazioni esatte sul contesto e questo vale per tutte le questioni controverse, dentro e fuori dalla Chiesa. Tentare di mettere a tacere la stampa o rifiutare di parlarci non aiuta la causa di nessuno, semmai fa nascere nella mente di alcuni la domanda ‘cos’hanno da nascondere?’. Mostrarsi aperti e disponibili anche a discutere temi difficili, invece, fa guadagnare reputazione e credibilità”. Chiesa e mezzi di comunicazione dovrebbero sempre “lavorare insieme, tanto più in questo periodo in cui la Chiesa è spesso  oggetto delle attenzioni dei media” e nel momento in cui stampa e istituzioni ecclesiali si trovano sulla stessa linea su molti temi, “ad esempio quando si parla di corruzione”, nota ancora il sacerdote.

“Anche la collaborazione con le autorità statali è essenziale”, continua il teologo, e delle norme in vigore per prevenire e combattere il fenomeno “in accordo con le leggi civili” si occupa anche la nota della conferenza episcopale. Si tratta di disposizioni, riassume Egan “che servono ad assicurare che tutti i vescovi siano sulla stessa lunghezza d’onda” nell’affrontare eventuali casi futuri e di un codice di condotta etico applicato non solo a religiosi e religiose, ma anche ai laici impiegati stabilmente nelle strutture della Chiesa. “Quando lo scandalo è scoppiato la Chiesa ha capito che la maniera con cui era stato affrontato fino a quel momento non era accettabile moralmente né da un punto di vista pratico”, valuta il teologo. Sotto entrambi questi punti di vista, conclude, ora la priorità “è la giustizia”.

http://www.lastampa.it/2016/02/22/vaticaninsider/ita/nel-mondo/pedofilia-la-chiesa-sudafricana-collaboriamo-con-i-media-xXF45NEcYeTdZGPyLeDcSJ/pagina.html

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