Ai giudici rivela l’inferno del fidanzato «Mi disse quando il prete lo violentò». Caso seguito dalla Rete L’ABUSO

«Un giorno mi confessò: “da piccolo sono stato violentato da un prete, ha abusato di me anche mentre giocavo a nascondino”. In quel momento capii perché il nostro rapporto era così difficile». È lei, Arianna, la ragazza che ha dato la forza a Vincenzo (nome di fantasia) di denunciare gli abusi che avrebbe subito per 11 lunghissimi anni dal sacerdote che lo aveva preso in affidamento da piccolo. Ieri è stata sentita la sua testimonianza davanti ai giudici dell’ottava sezione penale del Tribunale di Roma nel processo che vede impututo don Vito Beatrice per violenza sessuale continuata e aggravata. La Procura contesta al religioso della Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca di aver abusato dell’autorità che gli derivava dall’essere precettore e padre spirituale di Vincenzo nel commettere le violenze sul minore. Erano stati infatti i genitori, originari del Frusinate, ad affidare nel 1995 il bambino, che all’epoca non aveva ancora compiuto 9 anni (ora ne ha 29), all’educazione e all’istruzione del prete, presso la chiesa di Sant’Alessio all’Aventino. Gli abusi sessuali si sarebbero consumati fino al 2006, quando il ragazzo aveva ormai compiuto 20 anni.

«L’ho conosciuto verso la fine del 2008: all’inizio eravamo soltanto amici, poi ci siamo fidanzati – ha spiegato Arianna ai giudici – La nostra relazione è finita a gennaio del 2014. Inevitabilmente sul nostro rapporto hanno influito quegli abusi. Sfido chiunque dopo 10 anni a non avere ripercussioni. Lui però inizialmente non mi aveva detto nulla. L’ha fatto un giorno mentre passeggiavamo in un parco. Di punto in bianco mi ha detto: “Da piccolo sono stato violentato da un prete”. Successivamente mi ha raccontato dell’episodio in cui questo sacerdote avrebbe abusato di lui mentre giocava a nascondino nella casa della sua famiglia o degli abusi durante i viaggi». Oltre che nella dimora del prelato, secondo l’accusa, infatti, le violenze sarebbero avvenute anche all’interno di strutture ecclesiastiche. A Roma, a Genova e in varie località estere, «approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la privata difesa – si legge nel capo d’imputazione – in ragione non solo della minore età della persona offesa, ma anche della sua condizione di soggetto a lui affidato per la cura, la crescita e l’evoluzione esistenziale». Arianna, sentita nell’aprile 2011 dai carabinieri, riferì che Vincenzo era molto amareggiato perché «non riusciva a capire mentalità contorta» del suo educatore.

Don Vito, 71 anni compiuti, è a giudizio solo per le presunte violenze commesse tra il 2000 e il 2004. Quelle che si sarebbero consumate nel periodo precedente, ossia dal 1995 al 2000, quando Vincenzo aveva meno di 14 anni, risultano prescritte. Mentre quelle successive, protrattesi fino al 2006, sono state giudicate dal giudice dell’udienza preliminare improcedibili per tardività della querela. La denuncia, infatti, è stata presentata soltanto il 27 gennaio 2011. La verità è emersa soltanto quando, nel febbraio del 2010, Vincenzo ha tentato di togliersi la vita gettandosi in un torrente nella zona di Frosinone, vicino al pub dove era andato a cena con i suoi amici e Arianna. «Quella sera, dopo essere stato tratto in salvo, mi disse: “Mi volevo uccidere”. Io – ha spiegato la ragazza – il giorno dopo lo spronai a raccontare tutto ai suoi genitori».

Valeria Di Corrado

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