Il «mea culpa» dei vescovi del Canada per le violenze ai nativi

L’arcivescovo di Ottawa Prendergast alla «marcia della riconciliazione» con inuit e metis sulle «scuole residenziali» dove 150mila bambini vennero strappati alle famiglie.

In Canada è giunta al termine dei suoi lavori la Commissione per la Verità e la Riconciliazione sulle «scuole residenziali», gli istituti gestiti da Chiese cristiane dove – a partire dalla metà dell’Ottocento e per quasi tutto il XX secolo – il governo federale trasferì forzatamente circa 150mila bambini delle tribù native per perseguire la politica dell’assimilazione forzata. Per domani è attesa la presentazione del rapporto finale, con i racconti dettagliati delle violenze subite e il numero sconvolgente di almeno 6mila bambini morti in queste strutture. Ma già ieri a Ottawa si è svolta una «marcia della riconciliazione» per riconoscere la verità di una barbarie che solo a partire dagli anni Ottanta in Canada si è cominciata a riconoscere come tale. E tra le migliaia di persone che hanno preso parte alla marcia di Ottawa c’erano anche l’arcivescovo cattolico della città, monsignor Terrence Prendergast e una rappresentanza ufficiale dei vescovi canadesi.

Quella delle violenze nei confronti dei piccoli inuit e metis strappati alle loro famiglie per farli diventare «veri canadesi» è una pagina nera della storia di tutto il Canada: già nel 2008 il premier Stephen Harper aveva presentato scuse formali alle comunità aborigene per questa vicenda, avviando il processo della Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Questo organismo ha raccolto le testimonianze delle vittime di questo sistema, protrattosi fino ad anni recentissimi (l’ultima delle «scuole residenziali» è stata chiusa nel 1996). Ed è una vicenda che ha chiamato in causa in prima persona anche la Chiesa cattolica che – forte della sua tradizione in ambito scolastico – gestiva molte di queste strutture. E sotto accusa non c’è solo il fatto di aver collaborato con il governo federale in quest’opera di sradicamento della cultura nativa, ma anche i casi non isolati di violenze fisiche e psicologiche gravissime – compresi abusi sessuali – commessi nei confronti di questi piccoli all’interno delle scuole.

«Guardiamo al passato e chiediamo perdono», ha scritto l’arcivescovo di Ottawa in una lettera pastorale indirizzata alla sua diocesi in occasione della «marcia della riconciliazione». «Molte delle scuole residenziali erano gestite da enti cattolici e riconosciamo di avere una responsabilità morale in ciò che è successo, insieme all’obbligo di pentirci per questi errori. Con la vostra consapevolezza di questa vicenda – ha aggiunto Prendergast rivolgendosi ai fedeli – con la vostra presenza agli eventi e con la preghiera, aiuterete la Chiesa nel suo desiderio di collaborare con le comunità aborigene per costruire un futuro condiviso nel rispetto reciproco».

In questo stesso percorso di presa di coscienza e purificazione della memoria da parte della Chiesa canadese, va anche ricordato che nel 2009 in Vaticano era già avvenuto un incontro tra papa Benedetto XVI e il «Grande capo» dell’Assemblea dei nativi del Canada, Phil Fontaine, organizzato dall’allora presidente della Conferenza episcopale canadese, monsignor James Weisgerber. In quell’occasione – spiegò un comunicato della Sala stampa vaticana – Ratzinger manifestò «il suo dolore e l’angoscia causata dalla deplorevole condotta di alcuni membri della Chiesa» in questo sistema delle scuole residenziali, aggiungendo che «atti di abuso non possono essere mai tollerati nella società» e pregando perché le vittime potessero ricevere conforto.

http://www.lastampa.it/2015/06/01/esteri/vatican-insider/it/il-mea-culpa-dei-vescovi-del-canada-per-le-violenze-ai-nativi-DuOyLqfB63TaAil5cmwbZI/pagina.html

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