Processo alla suora, è il giorno di don Alessandro

Il parroco che seguiva le attività oratoriane della parrocchia di Sant’Edoardo aveva un rapporto strettissimo con la giovane che sarebbe stata vittima di abusi e atti persecutori da parte di Mariangela Farè.

Nel processo alla ex-suora Mariangela Farè, accusata di stalking, violenza privata e abusi sessuali nei confronti di una parrocchiana, è stato il giorno del teste principale, don Alessandro Bonura, il prete confidente della vittima Eva Sacconago, morta suicida nel giugno del 2011. Il parroco è stato chiamato a ricostruire il complesso rapporto che ha definito “come tra fratello e sorella” costruito con la giovane oratoriana dal 2004 fino all’ultimo giorno della sua tormentata vita. Per ben 6 ore si è sottoposto alle domande dell’accusa, della parte civile e della difesa.

La sua testimonianza era talmente importante, nella ricostruzione della vicenda, che la stessa presidente del collegio giudicante, Renata Peragallo, è intervenuta più volte per chiarire alcuni aspetti. «Eva mi raccontò almeno tre episodi di violenza sessuale subiti dalla suora – ha detto don Alessandro al pm Cristina Ria – risalgono tutti al 2011». Parole che hanno gelato l’aula e che raccontano di una vera e propria sottomissione da parte della ragazza nei confronti della suora che avrebbe imposto rapporti violenti, una volta con un cuscino i faccia, un’altra volta con l’uso di manette alle caviglie e un’altra ancora con i polsi legati: «Mi fece vedere i segni più volte – racconta il parroco – una volta mi disse: suor Mariangela ha voluto provare un nuovo giochino, riferendosi alle manette alle caviglie». L’accusa ha anche trattato il tema dei fax che giornalmente Eva inviava a don Bonura, centinaia di fax contenenti confidenze alternate a strisce di fumetti dei peanuts che per Eva avevano un senso: «In alcuni casi traspariva la restrizione della sua libertà personale da parte della suora – racconta – mi scriveva che Mariangela Farè si presentava a casa sua anche a sorpresa e soprattutto di notte. Erano notti insonni che lasciavano il segno sul viso di Eva». Anche lui ha confermato il fatto che la suora avesse le chiavi di casa di Eva e le numerose telefonate con le quali avrebbe tempestato la giovane: «Spesso mi faceva ascoltare quello che le diceva, i suoi pianti, le urla, i messaggi in cui insultava chiunque si metteva tra di loro».

Don Alessandro, negli ultimi anni, dormiva a casa della giovane quasi tutti i venerdì sera: «Era il nostro rito del venerdì – racconta – mangiavo con lei, parlavamo, un po’ di tv e poi dormivamo». Un rito che aveva sottoposto i due al chiacchiericcio di alcuni frequentatori dell’oratorio, come ha sottolineato la difesa della suora che su questo punto ha incalzato il prete: «E’ vero che Eva non sopportava più questa situazione negli ultimi giorni prima del suicidio? – ha chiesto Fabrizio Busignani – e non è forse vero che poco prima di quel terribile gesto lei aveva detto ad Eva che stava valutando di trasferirsi?». Don Alessandro ha confermato entrambe le circostanze: «Dissi ad Eva che non dovevamo più frequentarci per mettere a tacere quelle voci e le dissi anche che stavo valutando il trasferimento». Ma la difesa non ha risparmiato riferimenti anche ad un atteggiamento affettuoso oltre il rapporto di fratellanza che li legava, soprattutto da parte di Eva nell’ultimo periodo, un fatto non smentito dallo stesso don.

Don Alessandro ha anche parlato a lungo del primo tentativo di denunciare la suora alla Polizia nel 2009, inizialmente attraverso un colloquio con un’agente del commissariato di Busto Arsizio: «Eva inizialmente collaborò a far emergere sia gli abusi di quando era minorenne, risalenti al ’98-’99, di cui mi aveva parlato, sia gli atti persecutori più recenti ma poi si spaventò. Era preoccupata delle conseguenze sulla suora e su di lei, perchè avrebbe dovuto riaprire ferite di cui faceva fatica a parlare». Voleva aiutarla ma questa volontà si scontrava con il comportamento definito “ambivalente” da parte di Eva che da un lato voleva uscire dal giogo che la suora gli avrebbe imposto e dall’altro la proteggeva con tutte le conseguenze che ne derivavano. E proprio su questa sottile linea psicologica si gioca il processo: Eva era viva, dinamica, coinvolgente e partecipativa, amorevole e allegra ma anche fragile e debole davanti ad una figura di donna che avrebbe segnato la sua vita sin da quando aveva 15 anni e fino alla fine: «La suora è entrata nella sua vita prima come madre spirtuale, poi come madre surrogata in sostituzione di mancanze che lei riteneva ci fossero state da parte dei suo genitori e, infine, come schiava dei desideri della suora». Ma la difesa vuole scardinare questo disegno cercando di definire un quadro più ampio che coinvolgeva l’intero oratorio, le sue amicizie, la famiglia e lo stesso don Alessandro. Tutti sarebbero chiamati in causa nel grande disordine organizzato in mille fogli di diari, conversazioni via fax, lettere, chat, sms che Eva conservava metodicamente.

http://www3.varesenews.it/busto/processo-alla-suora-e-il-giorno-di-don-alessandro-307679.html

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