La fabbrica dei preti: le storie necessarie di Giuliana Musso

Video: estratto de La fabbrica dei preti (© Giuliana Musso). Visibile solo da desktop foto di scena (© Luciano Paselli)

Viaggio nella vita dei seminari anni ’50 e ’60. Tra regole disumanizzanti e abusi. Una narrazione civile basata su documenti e testimonianze. La recensione.

Il fascino di una storia raccontata ad alta voce ha origini lontane, lontanissime è forse la forma di intrattenimento primeva. Ma le storie non sono sempre solo divertenti, quellebelle sono umane e dunque felici e infelici al contempo, cupe e vitali, lente ma anche dinamiche. La bellezza delle storie sta poi nel recuperare alla memoria frammenti di passato spesso volutamente tenuti nascosti oppure, se divulgati, ritenuti osceni, indecenti e quindi spostati in fretta e furia in un dimenticatoio pieno zeppo di racconti troppo umani.

Il teatro di narrazione civile in Italia è andata a frugare in quei dimenticatoi, ha ricomposto la Storia, quella che viene censurata o negata, spesso anche raccogliendo testimonianze dirette. Giuliana Musso con il suo La fabbrica dei preti – andato in scena venerdì 6 febbraio 2015 al Teatro dell’Archivolto di Genova fa proprio questo: porta sul palcoun contesto storico troppo in fretta archiviato, quello del Concilio Ecumenico del 1965, ma soprattutto le vicendeindividuali, altrettanto storiche, di piccoli uomini avviati al sacerdozio all’età di 10/11 anni e chiusi in seminari minori prima e poi maggiori fino all’età di 24 anni.

Alternando una voce cronachistica, che racconta e legge, a tre principali voci caratterizzate di altrettanti parroci, Giuliana Musso ci conduce dentro un contesto storico rivoluzionariosia dal punto di vista religioso che laico: la metà degli anni ’60; ma anche dentro un ambiente immutato e immutabilecome quello dei seminari. Regole rigidissime che toccano orari, azioni, compiti, relazioni, possibilità o meno di parlare riportano ogni minima traccia di comportamento istintivo dentro una griglia disumanizzante che estirpi l’umano secondo precisi fini alti che richiedono l’annientamento totale del sé.

In una società davvero civile, si bollerebbero questi contesti come luoghi di tortura, esplicite forme di violazione e abuso dei diritti sui minori. Sì, appunto abuso. In tutte le sue forme: dalle più insidiose, morbose e psicologiche alle più esplicite, risultato di una frustrazione sessuale e di una privazione al contatto perverse e oscene. Ma almeno della pedofilia all’interno della chiesa da un po’ di tempo si parla e si fa emergere il dolore restituendo un po’ di dignità a quanti ne hanno sofferto. Di tutto il resto invece non si dice.

Tratto da La fabriche dai predis di Don Pietrantonio Bellina oLibris di pre Toni Beline, il lavoro di Giuliana Musso porta in scena le «quattrocento pagine in friulano – come scrive Paolo Rumizdi un libro semiclandestino e mai tradotto: La fabriche dai predis. La fabbrica dei preti, cioè il seminario, descritto come struttura immutabile, iperconservatrice e sessuofobica. Un micidiale pamphlet, gonfio di una lingua schietta fino alla truculenza, scritto non da un politico anticlericale, ma un indomabile prete carnico, il fu Antonio Bellina» nato nel 1941 e morto nel 2007.

Mentre Papa Giovanni XXIII, Angelo Roncalli, colui che dissela mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi divenuto padre per volontà di nostro signore, la notte precedente l’apertura del Concilio Ecumenico, che aveva fortemente voluto e organizzato in tempi rapidissimi su temi cruciali, faceva il suo famoso Discorso alla luna (11 ottobre 1962), quello in cui ricordava agli adulti di tornare a casa e non scordarsi di dare una carezza ai loro bambini e di asciugare le lacrime e avere parole consolatorie; d’altra parte i seminaristi – che erano appunto solo bambini – dovevano assecondare regole nate nel 1500. Quelle stesse maturate in seguito al Concilio di Trento in piena controriforma ovvero quando, in risposta alla riforma protestante, furono fondati i seminari.

Discorso sconveniente fu la risposta del Cardinal Siri, presidente dei vescovi italiani, all’intervento notturno del Papa buono, che rimase in vita solo altri 8 mesi. E così seppure si proseguirà la riflessione e l’apertura verso grandi temi e le altre religioni, con Paolo VI, Giovan Battista Montini, nessuna scossa reale scardinerà il concetto di gerarchia a favore di quello di comunione, di sudditanza a favore di un’idea di far parte di, e la libertà di coscienza resterà possibilità praticata da pochi all’interno della chiesa – a Genova certamente dal nostro caro Don Gallo.

Il teatro in questa narrazione civile è utilizzato nella sua forma più elementare: uno spazio vuoto, un interprete, pochissimi oggetti, la luce, la musica, qualche foto. È l’estrema accuratezza della composizione a creare efficacia,trasformando il semplice in complesso. La Storia con la Smaiuscola, Giuliana Musso ce la offre a mezza sala e in proscenio in una voce diretta. Il libro di pre Toni Beline viene interpretato da un leggìo con una voce cronachistica, che si affretta, questa volta impaziente – come quella lingua friulana dell’originale di cui ci ricorda Rumiz – una lingua che è portavoce intima di un vissuto che non si può più tenere dentro.

Le foto dei seminaristi, in bianco e nero, in formazione davanti al seminario, ma anche in gita o in momenti vagamente ludici, scorrono su appositi schermi per diapositive portati sul palco.Come se fosse proprio il libro esploso dei ricordi e vissuti di pre Toni Beline che, aprendo il suo album, ci mostrasse sé stesso e tutti i suoi compagni: bambini, ragazzi e giovani uomini in ambito talare. Mentre le foto scorrono musiche e canzoni accuratamente guidano la visione delle immagini invece che restare colonne sonore, come poesie suscitano associazioni intense e profonde. Con tre voci, poi, tre distinte posture, gestualità e curatissimi toni e timbri del parlare,Giuliana Musso entra negli idioletti di tre diverse persone, tre pronunce con cadenze dialettali, ovvero mette i panni di tre preti speciali e lei sparisce. No, non si è cambiata d’abito. No, non ha messo una maschera. Solo una vocale e una del movimento del corpo (tra tempo e ampiezza del gesto)

Riesumare i vissuti nascosti. Restituire voce a chi non ha potuto parlare. Ridare spazio ai fatti attraverso le vicende di tanti. Come scrive Walter Ong citando l’antropologo polacco, naturalizzato britannico, Bronis?aw Malinowski: «il linguaggio è un modo dell’azione e non semplicemente il contrassegno del pensiero». E se questo teatro riuscisse a smuovere le coscienze anche al di là dei fatti specifici e ricordarci quanto si gioca nell’educazione affettiva e relazionale dei bambini, maschi e femmine, ma soprattutto maschi, perché a loro è spesso negato di essere morbidi, sensibili, fragili. Umani.

Laura Santini

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