Preti pedofili in Calabria. Emilio Grimaldi, giornalista. Le coraggiose denunce di una vittima, Scrittore e blogger antimafia: “La logica della Chiesa è il silenzio”

Emilio Grimaldi, blogger, giornalista e scrittore. Certamente ha un debole per le parole, ma ancora di più ce l’ha con la verità. La sua è una ricerca spasmodica. Destinatario di una montagna di querele non si tira indietro, va avanti lo stesso. Probabilmente quella verità che non riuscì ad urlare quando era bambino ora è diventata la sua ossessione. Non per nulla il suo blog l’ha intestato così: “l’Url di emilio grimaldi” http://emiliogrimaldi.blogspot.it/

Oggi la Rete l’Abuso incontra Emilio Grimaldi, che è qualcosa in più di una vittima. Un giornalista che ha scelto di occuparsi in prima linea di fatti e misfatti della sua bellissima terra, la Calabria

Mi piace scrivere. E questo lo capii quando, a Roma, lavorando per una cooperativa sociale mi dissero di scrivere delle relazioni sui ragazzi, disabili fisici e psichici che seguivo sia a casa che a scuola. Mettendo su carta le mie riflessioni mi accorsi che la scrittura mi stava consegnando qualcos’altro rispetto ai pensieri puri e semplici. E da allora cominciò a rafforzarsi la passione, che non coltivai subito, ma lo coccolai per un po’. Ritornando in Calabria mi venne naturale inizia a scrivere per un giornale locale. Mi ci fiondai come fanno i bambini con la nutella. E poi il blog. E poi le querele, ne ho una quindicina sparse per tutta Italia. Cosa posso dire di me? Non saprei, esattamente. Sono sempre alla ricerca di qualcosa. Che so che c’è da qualche parte. Cosciente che non sono io il centro del mondo mi confronto con tutto ciò che succede e mi succede.

Ma prima del giornalismo un passato in seminario. Ce ne parli?

Divento chierichetto ad otto anni. Finisco la scuola elementare ed entro in seminario. Il primo anno fila liscio. Poi nel secondo anno di scuola media arriva un signore di una certa età, 50 anni, a fare il vicerettore. Un signore distinto, ex impiegato di banca, che stava lì per concludere gli studi in vista dell’ordinazione sacerdotale. Ecco, fu lui ad approfittarsi di me. E non solo, anche di altri. Il resto lo racconto nel libro.

Ritieni che l’istituzione del seminario minore abbia un senso per una scelta matura e consapevole, come dovrebbe essere il sacerdozio?

Il seminario è un’Istituzione come tante ce ne sono nel mondo. Collegi, scuole, strutture protette. La bontà delle strutture non dipende dall’Istituzione in sé, ma dagli uomini. In questo la Chiesa è responsabile degli uomini che manda a fare gli educatori dei futuri sacerdoti. Lo è stata in passato e lo è oggi. Il guaio è quando la Chiesa vi manda i peggiori che ha. Persone che non sa dove piazzare, per tanti motivi, nelle parrocchie e li scarica in seminario come se fosse il posto meno influente e meno decisivo della diocesi. Non hanno avuto e non hanno – se il fenomeno ancora continua – la sensibilità di pensare che i seminari sono il luogo più sacro e più intoccabile di tutte le realtà ecclesiastiche. Laddove ci sono bambini dovrebbe essere così. Lo dice anche Gesù…

Quale è stato l’atteggiamento dei superiori del sacerdote quando hanno avuto conoscenza degli abusi?

Non sono a conoscenza se i superiori hanno saputo o meno degli abusi di
“don C.” (come lo chiamo nel libro. Per la cronaca è diventato prete in un’altra diocesi italiana, non quella di Crotone dove stavamo, dopo un po’ di anni). Da parte mia non dissi niente a nessuno, neanche al confessore.

Le vittime spesso hanno bisogno di anni per aver consapevolezza dell’abuso e trovare la forza di raccontarli. Nel tuo caso?

La consapevolezza è una parola “grossa”. Vuole dire essere coscienti di quanto le persone hanno vissuto, visto e sentito, vuol dire quanto sanno di sé e degli altri. E penso che sia quasi impossibile essere realmente consapevoli delle cose subite contro la propria volontà, a maggior ragione quando si è bambini. Le esperienze che uno fa poi le conserva nel proprio bagagliaio e ogni tanto le tira fuori per ricordare, raccontare, o anche per capire come se fossero dei fossili, non più vive. Purtroppo, ed è questo il vero bandolo della matassa, queste continuano a condizionare l’IO, volenti o nolenti. Da piccolo pensavo che ciò che avevo subito fosse ormai morto. Che, chiudendo a chiave la porta di dove l’avevo costipato, l’avessi lasciato morire soffocato. Ecco, non è così che funziona. E questo l’ho capito solo scrivendo. Scrivendo ho aperto quella porta e, con mio stupore, ho scoperto non un feticcio ma “qualcosa” che, nonostante il buio dalla luce, era riuscito a farsi strada all’interno della mia sensibilità, personalità e libertà. Ho visto un essere che non ne voleva sapere di morire. E certamente morirà solo insieme a me. La salvezza dal “mostro” si ha solo guardandolo in faccia per governarlo perché non possa far più del male. E mi dichiaro anche fortunato. Non tutti fanno in tempo nel corso della loro vita a rendersi conto quanto male può fare l’intimità rubata, violentata e venduta ai propri piaceri senza che l’altro sia consenziente. In questo contesto l’educazione religiosa, del peccato e del perdono, non mi ha aiutato molto. A spingere quella porta per chiuderla al mondo esterno è stato il pensiero che il peccato, commesso dal don, non potesse intaccarmi, non potesse toccare la mia anima perché io, in quanto bambino, ero puro e incontaminabile.

Cosa ne è stato di quel sacerdote? Ha avuto provvedimenti disciplinari? E ancora in attività?

È diventato sacerdote. Probabilmente in qualche diocesi dove ha operato si è sparsa la voce dei suoi problemi, ma verso di lui non credo la Chiesa abbia adottato dei provvedimenti, né canonici né civili. E’ molto anziano e vive in una casa del clero.

Ti sentiresti di dare un consiglio a chi subisce un abuso del genere?

Parlarne. Con i propri genitori. Denunciare subito presso le autorità competenti, senza ripensamenti. E farsi aiutare.

Sappiamo però che il tuo personale non è l’unico caso di abuso sessuale da parte di un sacerdote di cui ti occupi

Sì, sono a conoscenza che lui a Crotone abusò anche di altri.

Poi c’è la tua attività di giornalista. Ci hai parlato di tutte le querele ricevute. Ma c’è anche una tua inchiesta sulla diocesi di Catanzaro che ti ha portato a rischiare un’altra querela

Le querele fanno parte dell’ordinamento giuridico civile. Se una persona si sente diffamato è giusto che lo denunci. Ormai sono così abituato che non me ne preoccupo, piuttosto sto più attento quando scrivo. Sì, la diocesi di Catanzaro mi “ha fatto chiamare”, cioè ha contattato un paio di sacerdoti che mi conoscono per chiedermi di cancellare un post, che è più che altro un racconto, una storia su alcuni casi di pedofilia che hanno colpito una famiglia di Catanzaro. Dinnanzi alle mie resistenze mi ha scritto un legale su mandato della Chiesa. E, niente, manco stavolta l’ho tolto. Al momento nessuna comunicazione mi è giunta dagli organi inquirenti. Non so, forse ci avranno rinunciato.

In questo periodo ti sei interessato di un’altra vicenda di abusi sessuali denunciati a Catanzaro

Forse ti riferisci al caso di Belcastro della diocesi di Crotone. Questa vicenda la seguo da quando è sorta, dal 2010. Dalla fuga del prete… Tuttavia, non sono del tutto certo che sia stato io a scegliere di occuparmi di questa storia, è possibile che sia stato io ad essere scelto.

In che senso?

Nel corso delle mie ricerche ho scoperto che ci sono molte coincidenze che mi legano a questa pagina nera della chiesa di Crotone e che mi auguro un giorno di portare alla luce.

Ci vuoi parlare della vicenda del seminario di Catanzaro?

Si tratta di una storia che vede coinvolti alcuni ragazzi appartenenti alla stessa famiglia. Due presunte vittime di abusi da parte del loro catechista e un altro fratello che è stato allontanato dal Seminario perché, secondo i genitori, hanno avuto il coraggio di denunciare (per giunta l’inchiesta è partita d’ufficio dalla Procura in seguito alla segnalazione di uno psicologo dell’infanzia) pubblicamente, cioè all’interno del movimento religioso a cui appartenevano, ciò che avevano subito i loro figli. Il Tribunale ha aperto due inchieste, una che si è appena conclusa con la classica formula “il fatto non sussiste” e l’altra che si accinge a sentire i testimoni. Ne scrivo su: http://emiliogrimaldi.blogspot.it/2014/06/…el-peccato.html.

Che idea complessiva ti sei fatto del complesso delle vicende di abusi denunciati nelle diocesi calabresi a te vicine? C’è un filo comune? Come credi che le diocesi abbiano gestito i casi?

E’ più che altro una constatazione. C’è una procedura che va per la maggiore da noi e in molti altri posti. Ed è il silenzio. Mantenere il silenzio. E pur di ottenerlo si industriano con tante strategie. Se, poi, questo si rendono conto che non è possibile, perché magari i fatti sono sul tavolo del magistrato, passano al “silenzio stampa”, cioè non se ne deve parlare in giro. Se qualcuno li accusa adottano anche qui il silenzio, che possiamo chiamare il “silenzio istituzionale” Come? Non rispondendo alle “provocazioni”.

Quindi, come noi, ritieni che parlarne sia uno dei mondi per combattere gli abusi?

Penso sia il primo, da cui parte tutto. Gli aiuti, la denuncia sociale e soprattutto la giustizia, la condanna per i reati.

Ci parli un pò del tuo libro? Perché hai deciso di scriverlo?

Non c’è un motivo in particolare. Ad un certo punto della mia vita ho pensato che fosse giunto il momento di scrivere e di capire, per me, cosa mi fosse successo. E ho scritto. Ho iniziato a scrivere sapendo, anche se non ero del tutto sicuro, che le parole mi avrebbero aiutato a capire. Inizialmente non ero certo che ci sarei riuscito (anche se nemmeno adesso lo sono del tutto) a mettere su carta qualcosa che mi avrebbe aiutato a sapere, a conoscere ciò che ho vissuto in “in gioventù”. Per “gioventù” intendo – si tratta di qualcosa che nessuno mai mi ha chiesto: “Il giovane Emilio”, pur essendo un libro su un ragazzino dagli otto e poi dagli 11 anni in sù, se mai: l’adolescente Emilio – giovialità, la freschezza che hanno i ragazzi quando si affacciano alla primavera della vita. E sono sorridenti. Per questo ho scritto. Ma il libro non è solo una denuncia. E’ la panoramica su un disincanto, quello di un bambino che si avvicina alla Chiesa per dedicare la sua vita ad essa, per sposarsi con essa. Il disincanto di un bambino che forse si aspettava qualcos’altro. Dal punto di vista religioso potrei dire che, se fossi stato santo, avrei brillantemente superato tutte le difficoltà, e anche le mie, per dimostrare la grandezza della divinità. Evidentemente, non lo sono. Eppure, pur nella diversità, c’è la giustizia universale, di tutti, che esula dagli steccati terreni, quella divina. E, come la metti la metti, non può non andare d’accordo anche con la nostra.

Qual è il tuo rapporto con la religione oggi?

Ho un rapporto sereno. Non penso che tutti i preti siano pedofili. Nella Chiesa ci sono delle persone speciali, Non bisogna dimenticarlo. Ma è anche vero che per rendere migliore qualsiasi cosa è dal male che si comincia. Per estirparlo e non farlo crescere più.

www.cdse.it/index.php?id=745

Emilio Grimaldi
Il giovane Emilio

anno 2013, 104 pagine, ISBN 978-88-7351-683-5
collana: LA VITA NARRATA
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A volte il ricordo della giovinezza può far male. Lo sa bene Emilio, che proprio in tenera età si trova a stretto contatto con una realtà perversa, una realtà così tanto lontana e differente da quei valori che lo hanno condotto a intraprendere il cammino seminariale. Per questo, come nei compiti di italiano alla scuola media. Emilio non riesce a trovare il “filo conduttore” che lega la sacralità delle materie religiose alle violenze sessuali. Ma diventare prete per il giovane seminarista è un impegno davvero importante: “Non aveva scelta: era il compromesso della sua vita. Nessuno sapeva all’infuori di loro due”. Come in un diario, l’autore confessa il suo segreto:un inferno con il quale è stato costretto a convivere, un universo scabroso da denunciare.

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