Bergoglio, Ratzinger e l’amore per gli esseri umani. Di Federico Tulli

Il cappellano della Saint John’s School di Milwaukee, Lawrence Murphy, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Intorno alla metà degli anni Settanta fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove, a suo dire, non commise più abusi. In base a un dossier segreto reso pubblico nel 2010 dal New York Times, è emerso che solo nel 1996 l’arcivescovo di Milwaukee, monsignor Weakland, aveva informato del caso il cardinale Ratzinger, all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo.

Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure». Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998, al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a

Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata da Tarcisio Bertone, che era ancora il braccio destro di Ratzinger all’ex tribunale dell’Inquisizione, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba, e monsignor Fliss, vescovo di Superior.

Il resto è storia; Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime. Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento vaticano ‘confidenziale’ protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa».

È questo uno dei tanti esempi di ‘ragion di Stato’ che hanno contribuito a insabbiare migliaia di casi di pedofilia nella seconda metà del Novecento permettendo che venissero stuprati decine di migliaia di minori che altrimenti si sarebbero potuti salvare.

Ma per una volta – con il caso Murphy – non fu il ‘bene della Chiesa universale’ a prevalere all’atto della decisione finale. A calare la pietra tombale sulla vicenda del pedofilo serial killer ci pensò il cardinal Bertone osservando, in quella stessa sede, che il processo era inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti». Una lungimiranza politica e una – si fa per dire – umanità che furono premiate anni dopo, nel 2006, da Joseph Ratzinger divenuto Benedetto XVI, assegnando a Bertone la carica di Segretario di Stato.

Perché racconto questa orrenda storia di pedofilia oramai sepolta negli archivi della cronaca nera e scarsamente indagata anche all’epoca dai nostri media? Perché è una delle tante che ruotano intorno alla figura di Ratzinger, colui che per primo invocò la “tolleranza zero” nei confronti della pedofilia.  Mi è tornata alla mente leggendo la seguente dichiarazione di papa Francesco I durante il suo intervento alla Pontificia accademia delle scienze: «Benedetto XVI è stato un grande Papa. Grande per la forza e penetrazione della sua intelligenza, […], grande per il suo amore nei confronti della Chiesa e degli esseri umani, grande per la sua virtù e la sua religiosità».

Senza dubbio, l’amore di Ratzinger per la Chiesa, e per il potere che conferisce, è certificato anche da come ha permesso di gestire la vicenda di Lawrence Murphy. Tuttavia per comprendere cosa intenda il gesuita argentino per «amore nei confronti degli esseri umani» e quindi la sua sintonia con l’agghiacciante fatuità e cinismo del suo predecessore che è tra i principali responsabili della diffusione della pedofilia clericale nel mondo (come si evince anche dalle considerazioni conclusive della Commissione Onu sui diritti del Fanciullo pubblicate il 5 febbraio 2014), occorre ricordare l’intenso momento di religiosità e soprattutto – si fa per dire – di umanità sgorgato dal cuore di Jorge Mario Bergoglio quando all’udienza generale dell’8 gennaio 2014 ha tenuto a precisare che «un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato».

Tale discriminazione, unita all’idea perversa che l’abuso sia un’offesa a Dio prima che lo stupro di una persona umana inerme – pensiero, anche questo, che accomuna il pontefice e il papa emerito –, rappresenta la chiave di volta per scoprire le radici culturali della complicità morale e materiale dei gerarchi vaticani, tutti, nei casi di pedofilia clericale. Perché in questa frase di Bergoglio c’è l’idea che in fondo il bambino non sia ancora un essere umano – diviene tale con il battesimo – pertanto gli si può fare quel che si vuole. Salvo poi confessarsi per aver violato il VI Comandamento (e nel caso tornare a “peccare” dopo aver fatto penitenza).

Federico Tulli

(28 ottobre 2014)

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/10/28/federico-tulli-il-demerito-di-papa-ratzinger/

L’approfondimento di Federico Tulli.

 

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