“Processo in piazza” contro i preti pedofili. Sotto tiro Nello Giraudo i suoi familiari e i vesovi

SAVONA. Il cuore della città, ieri pomeriggio, tra corso Italia e piazza Sisto, ha fatto da scenario a una sorta di processo pubblico nel corso del quale l’associazione Rete l’Abuso ha denunciato il dramma della pedofilia nella diocesi di Savona.

Un processo, di fatto, senza contraddittorio, perché non era presente nessuno della curia o in sua rappresentanza. Si è così assistito a un lungo “j’accuse” del coordinatore della Rete, Francesco Zanardi, affiancato da Christian Abbondanza della Casa della Legalità. I due hanno presentato il docu-film “Parole, opere e omissioni” che, attraverso documenti della Procura di Savona, testimonianze, ma anche colloqui riservati, registrati e riprodotti, racconta anni bui in cui le violenze sui minori sono state perpetrate da parte di sacerdoti, due dei quali, don Nello Giraudo e don Giorgio Barbacini, sono stati condannati, mentre un terzo, don Pietro Pinetto, è risultato colpevole, salvato dalla prescrizione.

Oltre alle responsabilità dei sacerdoti pedofili, Zanardi e Abbondanza hanno puntato il dito contro il vero imputato della giornata: l’omertà.

Il docu-film, infatti, è percorso da un leitmotiv che ritorna in modo costante in entrambe le due parti di narrazione, della durata complessiva di un’ ora: la chiesa, i superiori dei sacerdoti, sapevano e hanno coperto. Un’accusa, peraltro, non nuova visto che la Procura di Savona, nel febbraio 2012, prelevò dalla cassaforte della Curia savonese documenti che dimostrano come il papa emerito Benedetto XVI, nel 2003, prima dell’elezione a pontefice, fosse stato informato dei casi savonesi. Direttamente dall’allora vescovo monsignor Domenico Calcagno che, come il suo predecessore, monsignor Dante Lafranconi, sapeva ma ha taciuto. Lafranconi, tra l’altro, è stato indagato per questo motivo ma salvato dalla prescrizione.

Il documentario, tuttavia, va oltre chiamando in causa anche l’attuale vescovo don Vittorio Lupi. Per lui l’accusa sarebbe la stessa Zanardi utilizza colloqui tra lui e il vescovo, riservati, quindi “rubati”, registrati e qui ripresentati. I colloqui sarebbero riferiti ad anni prima dell’esplosione pubblica del caso di don Nello Giraudo. Dai dialoghi emerge che il vescovo Lupi era effettivamente a conoscenza dei casi denunciati da Zanardi, nonostante avesse dichiarato il contrario nelle successive interviste rilasciate al Secolo XIX e alla trasmissione “Le Iene” che, il 18 marzo del 2012, il giorno della festa patronale di Savona, aveva effettuato una incursione intervistando Lupi.

Anche in quel caso il vescovo aveva assicurato di essere venuto a conoscenza dei fatti soltanto a seguito delle azioni della Procura. Nell’ occasione aveva anche garantito “tolleranza zero” nei confronti della pedofilia, oltre all’avvio di un processo canonico nei confronti di don Pietro Pinetto. Nel docu-film si chiede direttamente alla curia perché tale processo, non sia stato avviato e perché le vittime non siano state contattate dal vescovo.

Altre figure vengono citate nel documentario, come soggetti a conoscenza dei fatti. Tra queste compare l’assessore Isabella Sorgini, cognata di don Giraudo, chiamata in causa per una vicenda per cui, è bene precisarlo, non è stato ravvisato, ad oggi, alcun reato. Interpellata dal Secolo XIX, la stèssa Sorgini, si è dichiarata estranea ai fatti e ha ribadito di non essere mai stata convocata dalla magistratura. L’entourage dell’assessore ha letto le parole di Zanardi come «un chiaro attacco politico». Il documentario porta in scena alcune vittime: molte chiedono di parlare celate nella voce e nel volto.

Il concetto che ritorna è sempre lo stesso. Il perpetrarsi delle violenze, l’arrivo alla denuncia, dopo lunghi anni di sofferenza silenziosa, infine quelle che dalle vittime stesse vengono definite, senza mezzi termini, vere e proprie ritorsioni. Nel docu-film, a questo punto, viene inserito lo spezzone di un ampio lavoro . di documentazione, girato e trasmesso alcuni anni fa dalla BBC, “Sex crimes and Vaticans”, dove si dimostrerebbe come la tecnica utilizzata dal Vaticano, nei confronti degli abusi sessuali compiuti da presti pedofili in tutto il mondo, sarebbe lo stessa: negare, nascondere e punire le vittime.

Due vittime savonesi, nel documentario prodotto dalla Rete L’Abuso, denunciano di avere subito lo stesso trattamento: dopo una travagliata denuncia, invece dell’appoggio, dalla curia, soltanto ritorsioni.

Quindi Zanardi; in particolare, porta avanti una vicenda personale, legata allo sfratto dalla casa di proprietà della diocesi in cui viveva, subito, secondo quanto da lui denunciato, ingiustamente. Durissime anche le parole di Abbondanza che ha definito i fatti, “semplicemente vergognosi”.

Ieri, di fronte alla libreria Ubik dove è stato proiettato il film, erano una trentina i savonesi seduti, mentre altrettanti, passando, si sono fermati. Chi stupito, chi perplesso, chi già era a conoscenza dei fatti. Ma l’evento non è passato inosservato: i fatti, molti dei quali già noti, sono stati per la prima volta letteralmente messi in piazza.

Silvia Campese per Il Secolo XIX

 

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