Il lato oscuro di don Gelmini

La vita del controverso prete non è stata solo lotta alla droga, ma anche scandali e guai giudiziari.

I funerali di don Pietro Gelmini.

La lunga esistenza terrena di don Pietro Gelmini, celebrità mediatico-ecclesiastica e fondatore della Comunità Incontro, si è conclusa il 12 agosto 2014 dopo 89 anni di pensieri, parole, opere, guai giudiziari e accuse infamanti.

La destra italiana, verso la quale Gelmini aveva una spiccata (e ricambiata) simpatia, si è profusa in lodi sulla persona e l’operato di don Pierino. Carlo Giovanardi l’ha definito “un gigante dell’impegno sociale e civile, in prima linea da sempre per strappare i tossicodipendenti e le loro famiglie dall’incubo della droga.” E anche per Gianni Alemanno abbiamo avuto l’onore di trovarci di fronte a un “gigante che ha fatto del bene in tutto il mondo”, sfidando “senza riserve il mostro della droga.”

La stampa si è prontamente unita al coro di lamenti e celebrazioni, parlando di Don Gelmini come di un “guerriero della vita”, una specie di Martire Del Bene impegnato in una lotta senza quartiere alle storture del mondo. Certo, la maggior parte delle testate hanno ricordato (quasi con fastidio) che Gelmini era finito in una “complessa inchiesta” per presunte molestie sessuali su decine di “ospiti” della sua comunità—con la scontata postilla: “comunque non c’entrava nulla, come ha ribadito più volte”—ed era comunque “una figura discussa” o un “prete controverso”, senza naturalmente andare troppo a fondo sul perché la sua figura fosse discussa o controversa.

Lo sbianchettamento a reti unificate della vita del prete, condotto con grande zelo e aiutato dalla pausa di Ferragosto, ha rimosso praticamente tutte le zone d’ombra che negli anni hanno offuscato le imprese di don Gelmini. Se si ricostruisce la sua reale biografia, infatti, il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo molto attaccato alla materialità e tutt’altro che “santo.”

Pietro Gelmini nasce a Pozzuolo Martesana, provincia di Milano, il 19 gennaio 1925. Viene ordinato prete nel 1949, nella diocesi di Grosseto. È fratello del più celebre (almeno all’inizio) padre Eligio, frate che “preferiva il cachemire al ruvido panno francescano”, “confessore e assistente spirituale di vip e calciatori” nonché “precursore di tante figure di preti mediatici e mondani che frequentano salotti, feste e studi televisivi.” Tra le altre cose, Padre Eligio aveva un’autentica passione per le auto di lusso—una passione che in un’intervista spiegò in questo modo: “L’auto per me è un’occasione di stare con Dio.”

Negli anni ’60 Gelmini diventa segratario del cardinale Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires fino al 1959, e si inserisce nella comunità di Casal Palocco a Roma. La svolta nella vita del sacerdote—così narra l’epica sul personaggio—avviene il 13 febbraio del 1963 a seguito dell’incontro con Alfredo, un giovane della borgata romana che “smaltiva la sbornia del suo compleanno” sui gradini della chiesa di Sant’Agnese a  piazza Navona. “A zì prete, damme ‘na mano,” gli dice Alfredo. “Nun vojo soldi. Nun vedi che sto male?” Alfredo viene poi accolto in casa da don Gelmini, che “da quel momento cominciò il suo impegno con i tossicodipendenti.”

In parallelo a quell’episodio vagamente pasolinano, però, sempre in quegli anni arriva una diffida dalla Curia per abuso di titolo: Gelmini, infatti, andava in giro facendosi chiamare “monsignore.” Oltre ai problemi con le autorità ecclesiastiche, don Pierino inizia ad avere grossi grattacapi anche con la giustizia dello Stato italiano.

Il 13 novembre del 1969 arriva il primo arresto. I carabinieri prelevano don Gelmini nella sua villetta all’Infernetto con le accuse di bancarotta fraudolenta e appropriazione indebita per il fallimento della cooperativa edilizia “Tre Fontane” (collegata alle Acli), di cui il sacerdote era presidente e liquidatore. Nel giardino della sua abitazione le forze dell’ordine trovano una fiammante Jaguar—probabilmente utilizzata per attenersi più strettamente ai precetti evangelici—che gli vale il soprannome di “padre Jaguar.”

Tra le persone che denunciano Gelmini per appropriazione indebita ci sono anche Ngô Ðình Thuc, arcivescovo della città di Huè e fratello di Ngô Ðình Diêm (dittatore assassinato nel 1963) e la signora Nhu, vedova dell’ex presidente. Stando a un articolo del 1971, Nhu era fuggita dal suo paese ed era approdata a Roma “con i figli e notevoli conti in banca.” Decide di comprare una villa e, tramite il cognato Thuc, conosce don Gelmini. “Il prelato,” continua la cronaca, “si incaricò di trovarle una villa con parco dal valore di 300 milioni [di lire].” L’arcivescovo dalla Svizzera comincia a inviare soldi a Gelmini per pagare le rate del mutuo, ma i due si accorgono che qualcosa non torna. Secondo i vietnamiti, infatti, il sacerdote italiano “si sarebbe appropriato di 60 milioni di lire dell’arcivescovo Thuc e di 13 milioni della signora Nhu.”

Ritaglio de La Stampa del 14 marzo 1976.

Don Pierino viene condannato in primo grado a quattro anni di reclusione per i reati addebitatigli e inizia a scontare la pena in carcere. In un articolo sul Messaggero dell’epoca si legge: “Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi.” Nel 1974 la Corte d’Appello di Roma dimezza la condanna a due anni di carcere (l’appropriazione indebita, nel frattempo, è stata estinta per l’amnistia del 1971), e l’anno successivo la Cassazione la conferma rendendola definitiva.

Scontata la pena, il Vaticano gli impone “un periodo di ‘esilio’ a Grosseto.” Finito l’“esilio”, Gelmini torna a Casal Palocco e si trasferisce in una villa più spaziosa, che La Stampa descrive così: “Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto bianco, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera.”

Ma i guai con la giustizia non finiscono qui. Nel 1976 è arrestato nuovamente, insieme al fratello e all’avvocato siciliano Carmelo Conte, dipinto da La Stampa come “ostentatore di ricchezza” nonché “spalla in campo giuridico” degli affari del “clan” Gelmini. I tre sono accusati di “aver ricevuto una bustarella di 50 milioni da Vito Passera, un imprenditore in difficoltà, per farlo diventare console onorario della Somalia ed avere facilitazioni nel commercio di burro tra gli Usa e il paese africano.” Le accuse si rileveranno poi infondate e il procedimento si chiuderà senza conseguenze.

La ricostruzione della storia giudiziaria di don Pierino fatta dal programma Matrix nel 2007.

Nel 1979 don Gelmini disse di aver rinunciato alla “carriera per salire su una corriera di balordi”—ossia la Comunità Incontro. In quell’anno, infatti, Gelmini rileva un frantoio abbandonato, il Mulino Silla ad Amelia, e ne fa la sede della sua comunità. Il recupero dei tossicodipendenti è imperniato sulla Cristoterapia, un metodo in cui—ha detto lo stesso Gelmini—“si pone l’accento principale sul potere risanatore di Cristo.”

Il comune di Amelia concesse il frantoio in comodato d’uso, ma la relazione con la giunta si incrinò quando Luciano Lama, ex leader della Cgil, venne eletto sindaco nel 1988. “Erano gli anni del boom delle comunità,” scrive Marco Lillo su l’Espresso, “e don Pierino non badava troppo al codice urbanistico. I piccoli casali abbandonati diventavano imponenti ostelli. Mensa, campo di calcio, sotterranei, tutti edificati a fin di bene, ma tutti abusivi, furono immediatamente segnalati da Lama alla Procura.” Alla fine, sempre secondo Lillo, tutto sarebbe stato sanato “grazie anche ai socialisti della giunta.”

La consolidazione e l’ascesa della Comunità Incontro—che ufficialmente conta 164 sedi residenziali in Italia e 74 all’estero (anche se i dati sono stati contestati dalla giornalista Stefania Nardini)—vengono accompagnati da critiche piuttosto feroci sulla trasparenza finanziaria e sulla gestione degli ospiti.

Nel 2004 esce il libro Mara come me del giornalista Marco Salvia, uno dei più vocali accusatori di Gelmini, che racconta la difficile vita all’interno di una comunità di recupero. La storia è romanzata e i nomi sono cambiati, ma l’anno dopo l’autore pubblica una lettera in cui dichiara che i fatti narrati nel libro sono reali e autobiografici, e che il personaggio di “don Luigi”, capo supremo della comunità, è in realtà “ispirato direttamente” a don Gelmini.

Ricordo bene don Gelmini, urlare come un folle al minimo accenno di dissenso, il lavaggio del cervello, i soprusi,” ha scritto Salvia. “Il mio soggiorno presso la comunità Incontro fu un incubo ad occhi aperti, pieno di eventi crudeli e arbitrari.” In un’intervista su Il Manifesto pubblicata nel 2011, il giornalista ha ribadito che all’interno della comunità di Gelmini si eserciterebbe “un grande controllo carismatico su persone molto fragili come i tossicodipendenti e le loro famiglie.”

In parallelo alla fiorente attività della Comunità, che Gelmini ha sempre descritto come un’associazione “laica” e non religiosa, ci sono i rapporti con il Vaticano e quelli con la politica. I primi sono sempre stati piuttosto tesi. Negli anni ’70, ricorda l’articolo de La Stampa del 1976, “denunce e proteste giungono al vicariato di Roma anche da parte del parroco di Casal Palocco,” e per due volte don Pierino è convocato, “diffidato dall’usare la veste che non gli spettava e sospeso ‘a divinis’.”

La notizia del falso arresto di don Gelmini, da La Stampa del 5 gennaio 1997. La beffa mediatica era stata orchestrata da Luther Blissett.

Per risolvere una volta per tutti i problemi legati all’uso indebito di titoli ecclesiastici, nel 1988 Gelmini riesce a farsi insignire del titolo di Esarca Mitrato della Chiesa cattolica greco-melkita. Questa investitura, dice la biografia ufficiale, “gli apre le porte del Medio Oriente” e gli dà il diritto di usare l’anello, la mitra, la croce e la pastolare, pur non essendo vescovo.

I rapporti con la politica, invece, sono sempre stati eccellenti e hanno sicuramente contribuito all’espansione del piccolo impero del sacerdote. Don Gelmini, che è considerato uno degli ispiratori della legge Fini-Giovanardi recentemente bocciata dalla Corte Costituzionale, è sempre stato molto vicino a Udc e Alleanza Nazionale.

Il 4 marzo 2000 don Gelmini partecipa alla presentazione del “manifesto” di AN, “Valori e idee senza compromessi”, in qualità di illustre testimonial anti-droga. A un certo punto don Pierino allarga il suo intervento ed evoca scenari apocalittici e scontri di civiltà: “I musulmani tra poco in Italia saranno il 10-15% della popolazione e metteranno a rischio la purezza dei nostri valori. Un tempo venivano per predare le nostre città, oggi hanno una parola d’ ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all’ Islam. Bisogna bloccare questo germe.” Le cronache dell’epoca riportano l’“imbarazzo” di Gianfranco Fini, la platea che “va in delirio” e le mani che si spellano per don Pierino.

All’80esimo compleanno di don Gelmini viene organizzata una megafesta che probabilmente racconta meglio di ogni altro episodio gli appoggi politici di cui poteva godeva il sacerdote. Tra gli invitati ci sono diversi ministri (Maurizio Gasparri, Rocco Buttiglione e Pietro Lunardi), una sfilza di sottosegretari, parlamentari come Gustavo Selva (il cui nome venne ritrovato tra le liste della P2, anche se ne ha sempre smentito l’iscrizione) e volti noti di Tangentopoli quali l’ex Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, condannato in via definitiva per associazione a delinquere e corruzione. Alla festa non può mancare nemmeno Silvio Berlusconi, grande amico personale di don Gelmini, che come regalo gli stacca un assegno da 5 milioni di euro per costruire una comunità in Thailandia.

Nel 2007, quando la procura di Terni inquisisce Gelmini per presunti abusi sessuali nei confronti di una decina di ospiti della comunità, l’impero sembra sul punto di crollare. Don Pierino nega tutti gli addebiti e grida al complotto ordito nei suoi confronti da “toghe rosse”, “poliziotti infami” e dalla lobby “ebraico-radical chic” che punta a “indebolire la Chiesa tutta.”

Il riferimento alla lobby ebraica scatena un putiferio, e Gelmini si vede costretto a correggere il tiro: “Chiedo scusa agli ebrei. Io ho molto rispetto e molta considerazione per loro. C’ è questa loggia massonica-radical chic, invece, che sicuramente combatte la Chiesa su tutti i fronti.” Nonostante le polemiche e la gravità della accuse, Gelmini viene difeso a spada tratta dai suoi sponsor politici e anche da una parte del mondo cattolico. Il saggista Vittorio Messori, ad esempio, in un’intervista arriva a dire una cosa del genere: “Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora?”

In realtà, già prima del 2007 giravano accuse piuttosto scabrose nei confronti di don Pierino. Nel 1991 venne ritrovato sgozzato a Rimini Fabrizio Franciosi, che anni prima era stato ospite della Comunità Incontro. Durante le indagini il fratello gemello della vittima afferma che, poco prima di morire, Franciosi gli aveva “confidato di essere venuto a conoscenza di molestie compiute all’interno della comunità di Amelia; e per questo motivo sarebbe stato picchiato, minacciato e cacciato dal centro.”

Nel 2003 don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, riceve la lettera di un ragazzo che dice di aver subito molestie sessuali da don Gelmini nel 1993, quando era ospite della sua comunità. Oltre a questi casi, ci sono anche le accuse fatte da Bruno Zanin nell’autobiografia Nessuno dovrà saperlo, in cui afferma di aver subito molestie dal sacerdote quando era minorenne.

Vittorio Sgarbi difende don Gelmini e attacca i “ragazzotti” che si sono “fatti stoccazzare”.

Per difendersi meglio dall’inchiesta della procura, nel marzo del 2008 don Gelmini ottiene dal pontefice di essere ridotto allo stato laicale. “Papa Benedetto XVI ha fatto bene ad accogliere la mia richiesta,” dichiara Gelmini, “perchè credo che la libertà dell’individuo venga prima di ogni cosa.” Qualche giorno dopo, però, don Pierino si scaglia contro il Vaticano: “L’inferno non esiste nell’aldilà: esiste qui, su questa terra, dovrebbero capirlo quelli che stanno nei palazzoni, laggiù, in Vaticano, dove c’è il migliore paradiso possibile, quello dei ricchi e dei potenti.”

A giugno del 2010 don Gelmini viene rinviato a giudizio, ma il processo—che comunque andava molto a singhiozzo per i continui rinvii dovuti alle condizioni di salute di Gelmini—non si farà mai, mettendo una pietra sopra all’accertamento (o meno) delle responsabilità di “padre Jaguar.”

Quello che rimane, dunque, è la figura di personaggio adorato e odiato in egual misura, un “giusto” per alcuni e un impostore per altri, un uomo perfettamente inserito nella società dello spettacolo e in un preciso milieu politico, un prete in rotta con le gerarchie vaticane e insofferente alle restrizioni imposte dal codice penale.

“Don Gelmini è buono come Dio,” disse una volta il fondatore di Comunione e Liberazione, Don Giussani. “Se penso a un esempio vivente di Cristo vedo lui.” Ecco, qualcosa mi dice che Dio e Gesù Cristo potrebbero non essere entusiasti di questo paragone.

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