Chiesa e pedofilia: il grande bluff di papa Francesco

Una 14enne violentata da un prete, vittima rimasta senza verità e senza giustizia da parte della Chiesa cattolica e del suo capo, che ha preferito tacere e non agire.

Una delle novità del pontificato di Bergoglio più diffusamente riprese dai media italiani e stranieri sono le telefonate che il nuovo papa compie a persone comuni di qualsiasi ceto sociale e condizione, uomini, donne, ragazze e ragazzi, sia che scrivano al capo della chiesa cattolica, sia che non gli si rivolgano, ma siano da lui stesso cercati per le ragioni le più diverse. Questa pratica fa indubbiamente parte dell’ampia gamma di strategie di propaganda e informazione messe in atto dal nuovo pontificato per rispondere alla profondissima crisi del cattolicesimo istituzionale contemporaneo. A questo proposito, non sono neppure da trascurare le conseguenze dell’assunzione presso la Segreteria di Stato come advisor alla comunicazione (già durante il pontificato di Ratzinger) del giornalista americano dell’Opus Dei Greg Burke.

In quest’ottica, a mio parere, vanno inquadrate iniziative quali la diffusione delle prediche quotidiane tenute da Bergoglio a S. Marta (sull’esempio delle famose “chiacchierate al caminetto” di Roosevelt a partire dagli anni trenta negli Stati Uniti). Oppure l’insistenza su temi come il ritorno all’evangelizzazione degli albori del cristianesimo, immagine che allo stesso tempo rimanda indirettamente alla situazione critica, specialmente in occidente, della religione cattolica. Da questo punto di vista, è possibile paragonare, con tutte le differenze del caso, Bergoglio alla figura di Gorbacëv, ma in un senso diverso da come è stato fatto da parte di molti commentatori: come lo statista sovietico cercò, senza successo, di rinnovare il comunismo tornando alla spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre, così Bergoglio tenta di richiamare i fedeli alla “spinta propulsiva” (per rimanere nel linguaggio marxista) dell’invito evangelico di Cristo ai suoi seguaci di annunciare la fede.

Ovviamente, perché tale paragone funzioni è necessario possedere un’autentica visione storica di questi eventi: Gorbacëv non ebbe alcuna intenzione di abbandonare il comunismo, ma cercò di rinnovarlo e “aggiornarlo” in una situazione di assoluta emergenza del sistema, in preda a una crisi strutturale oramai irreversibile, tornando alle origini leniniste (posizione assai chiara nei suoi discorsi e nelle politiche da lui perseguite). Nell’Europa occidentale la sua azione fu invece letta come una proposta di trasformazione radicale dell’Unione Sovietica, dando così vita al mito del Gorbacëv democratico che ha intenzionalmente prodotto il crollo del comunismo. Così Bergoglio a più riprese ha insistito sulla volontà di rispettare l’attuale struttura istituzionale e clericale della chiesa cattolica, presentandosi come “figlio della Chiesa”, operando solo alcuni minimi cambiamenti, spesso più d’immagine che reali, e promuovendo il ritorno all’evangelizzazione senza mettere in discussione il sistema cattolico, ma agendo totalmente entro di esso. Come del resto è naturale per una persona educata, cresciuta e promossa da tale struttura, membro, egli stesso, del governo della chiesa a livello locale e designato come capo dell’intera chiesa cattolica dai suoi colleghi cardinali.

Anche in questo caso si è diffuso il mito di un papa “democratico”, nel senso di rivoluzionario o riformatore radicale, innovatore e promotore di un sistema e di una struttura differenti, immagine ampiamente sfruttata sia dalla sfera clericale (ma anche laica) della chiesa, sia da molti commentatori e organi d’informazione laici, a tutto vantaggio e interesse della prima (anche se con declinazioni non sempre coincidenti). Diversi segnali fanno tuttavia ritenere che la conclusione potrebbe essere analoga a quella della vicenda del leader sovietico, seppur non con uguale tempistica: l’implosione del sistema clericale e istituzionale che governa la chiesa cattolica di fronte alle esigenze di libertà, dignità, trasparenza e diritti umani che ovunque emergono in maniera sempre più pressante e insistente. Questa divaricazione tra l’immagine propagandata, quella percepita e l’azione reale di papa Francesco appare evidente proprio se si analizzano attentamente le “telefonate papali”, mezzo efficace di promozione del mito. Infatti, a meno di pensare a fantomatiche “intercettazioni” da parte di giornalisti esterni al Vaticano, quando non sono rivelate dagli stessi protagonisti queste chiamate telefoniche del papa a illustri sconosciuti sono abilmente diffuse dall’interno stesso del governo centrale della chiesa cattolica, con una selezione attenta della tipologia dei destinatari e un significativo silenzio sulle chiamate non fatte, sempre in funzione dell’immagine pubblica da coltivare e proiettare.

In effetti, questa strategia di propaganda entra in crisi e mostra tutte le proprie debolezze nel momento in cui si dimostra incoerente: quando cioè non viene fatta una telefonata che invece moltissimi cattolici (e non solo) si attendevano che avvenisse, anche in tempi celeri. Crisi tale che richiede il silenzio su questo “non evento”, altrettanto significativo quanto gli altri “eventi”. Mi riferisco alla vicenda di don Pietro Tosi. Come è noto, don Tosi, il prete violentatore di una ragazza di 14 anni, è morto impunito a metà gennaio scorso. Ed è morto da sacerdote perché, a norma del diritto canonico e delle norme specifiche vigenti, non è stato ridotto allo stato laicale. In realtà, è sempre possibile per le autorità religiose cattoliche, volendolo, spretare simili criminali, ma ciò, in questo come in altri casi, non è avvenuto. A quanto risulta dalle notizie diffuse, il funerale è stato concelebrato da circa una ventina di sacerdoti, circostanza certamente non consueta. Durante la cerimonia è stata letta una vergognosa lettera del prete violentatore, in cui don Tosi si rivolgeva al proprio vescovo e si diffondeva in considerazioni sulla funzione consolatoria del suo sacerdozio.

Lettera quanto mai significativa, perché indirizzata alla gerarchia e imbevuta della consapevolezza di essere membro della casta che lo aveva, di fatto, difeso e protetto nonostante il suo crimine. E anche perché piena della convinzione di dover rendere conto solo ai suoi superiori religiosi e al soprannaturale, non a quella ragazza che aveva violentato, né a suo figlio nato dalla violenza, esseri umani devastati nella loro dignità e offesi in modo permanente senza alcuna riparazione. E neanche a tutti i parrocchiani e i fedeli per anni ingannati da un sacerdote abusatore di una minorenne, lasciata completamente da sola senza alcun aiuto economico ad affrontare una terribile violenza e una maternità all’età di 14 anni. Sempre secondo le cronache, don Andrea Turazzi, celebrante principale del funerale e qualche giorno dopo consacrato vescovo della diocesi di San Marino-Montefeltro, durante l’omelia si è riferito al presunto incontro tra il prete Tosi e dio nel “dolore” e nella “polvere”.

Tralasciamo il fatto che dolore e polvere sono, se mai esistite, conseguenze della scoperta pubblica del crimine compiuto, non del crimine stesso al momento in cui fu commesso. Ciò che colpisce in queste affermazioni è l’assoluta mancanza di consapevolezza della gravità delle violenze e di tutto quanto ne è seguito. Come anche, in filigrana, la persistente volontà di assolvere i criminali solo perché preti. Prova evidente di ciò è il comunicato emesso dal vescovo di Ferrara in occasione della morte di don Tosi. Negri infatti, pur riferendosi alle enormi sofferenze causate da Tosi, ha ricordato anche le opere di bene compiute dal prete. Affermazione sconcertante, se si tiene conto del fatto che proprio quel presunto bene ha consentito a don Tosi di potersi mascherare da persona onesta, compiere indisturbato il crimine ripugnante della violenza su una minorenne, negarlo proteggendosi dietro quella maschera e l’istituzione che per trent’anni l’ha coperto, rimanere impunito per decenni e fino alla morte, una volta che l’abuso è stato pubblicamente provato. Inoltre, il silenzio e l’omertà delle autorità religiose locali e centrali ha impedito di approfondire altre eventuali circostanze: è stato quello l’unico abuso compiuto da quel prete o, come accade in questi casi quasi sempre, ve ne sono altri? La Santa Sede, governo centrale della chiesa cattolica, è stata informata di questo crimine, come farebbero pensare le ripetute dichiarazioni di alcuni protagonisti della vicenda di aver sempre seguito le istruzioni che provenivano da Roma? E soprattutto, si può parlare di dolore e polvere per un simile criminale che ha sempre negato le proprie responsabilità? Ha senso farlo di fronte al vero dolore delle vittime e alla giustizia loro negata?

Proviamo a immaginare per un momento quale sarebbe stata la reazione della cosiddetta opinione pubblica di fronte ad affermazioni del genere (ha provocato grandi sofferenze, ma anche procurato molto bene) se, invece di un sacerdote, si fosse di un violentatore laico. Ora, le considerazioni sul significato di questa vicenda e di questa morte da impunito di un prete violentatore sono numerose e tutte rilevanti. La storia di don Tosi dimostra che nella chiesa cattolica (come è accaduto in altri casi quali quello di padre Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, di padre Murphy e dei religiosi dell’Istituto Provolo di Verona violentatori di bambini e bambine sordi e muti) chi stupra una minorenne può morire rimanendo prete. Il fatto che esistano altri casi in cui alcuni sacerdoti vengono invece ridotti allo stato laicale, spinge ad altre considerazioni.

Se si analizzano attentamente quei casi, è possibile parlare non solo e non tanto di eccezioni, ma anche di decisioni opportunistiche in relazione al contesto locale o nazionale, alla preoccupazione per lo scandalo pubblico, all’età dei criminali coinvolti (criterio per cui praticamente sempre si cerca di attendere la morte dei sacerdoti già anziani riconosciuti colpevoli, piuttosto che spretarli), al potenziale coinvolgimento di altri personaggi oggettivamente complici delle violenze (in particolare dei vescovi e delle autorità religiose non solo locali). Ossia: i criteri in base ai quali la chiesa cattolica decide della gravità o meno di una violenza sono molto diversi da quelli vigenti nelle società democratiche, per quanto imperfette, incomplete e lacunose possano essere le leggi corrispondenti di queste ultime. Inoltre, vicende come quella di don Tosi costituiscono, nel caso specifico, l’ennesimo esempio della violenza contro le donne (con tutte le sue conseguenze) e sui minori da parte di una struttura patriarcale e maschilista mai messa in discussione, come la chiesa cattolica di fatto è. Non vi è dubbio, infatti, che vi sia una responsabilità istituzionale senza la quale un prete violentatore non sarebbe rimasto impunito così a lungo. E’ proprio grazie alla considerazione, allo status sociale garantito dall’essere sacerdote e dall’istituzione di cui ha fatto parte, all’omertà istituzionale di cui ha goduto che don Tosi ha potuto cavarsela e ricevere l’omaggio di un simile funerale al momento della sua morte.

Non da ultimo, la grave situazione della chiesa italiana, in cui continuano a emergere casi di abusi su minori compiuti dal clero, nella persistente volontà dei suoi vertici di non procedere ad alcuna denuncia una volta che se ne abbia conoscenza. Per tornare al discorso con cui si è aperto questo articolo, è importante prendere in considerazione un altro aspetto di questa vicenda: il grande silenzio di Bergoglio, direttamente chiamato in causa da Erik Zattoni, il figlio della vittima di don Tosi, e anche dal vescovo Negri, nel tentativo, in realtà maldestro, di allontanare le responsabilità dai vescovi che lo precedettero e di rifugiarsi nell’applicazione rigorosa delle norme canoniche previste in questi casi. Si tratta, a mio parere, di un abituale gioco delle parti tra autorità religiose locali (i vescovi) e autorità suprema (il papa), tipico di una struttura altamente gerarchizzata e priva di qualsiasi riferimento efficace ai diritti umani. Ma anche di una smentita clamorosa dell’immagine che il papa sta cercando di presentare di se stesso e della propria istituzione. Infatti, Bergoglio telefona a preti, suore, seminaristi, laici e laiche, amici, persone comuni che spesso gli presentano i propri problemi e le difficoltà che attraversano, ma non a Erik. Papa Francesco, apparentemente così disponibile verso tutti, non ha trovato il tempo di chiamare personalmente il figlio di una ragazza violentata da un prete all’età di 14 anni che reclamava il proprio diritto a una forma di giustizia, per quanto imperfetta, con la riduzione allo stato laicale di quel sacerdote. Di tempo il papa ne ha avuto, essendo stata resa pubblica la richiesta di Erik diversi mesi prima della morte di don Tosi.

Eppure, è mancato qualsiasi intervento pubblico del capo di una chiesa che a livello locale, ma anche centrale, ha una chiara responsabilità in vicende come questa, se non altro proprio per la mancanza di un simile intervento. Tuttavia, Bergoglio ha trovato invece il tempo di promuovere uno dei vescovi a pieno titolo responsabili della copertura di don Tosi, cioè Paolo Rabitti, a membro della Congregazione dei vescovi. Quale sarà mai la competenza dimostrata da don Rabitti per meritare questa carica? E soprattutto, quali i criteri che utilizzerà nella scelta, insieme ai suoi colleghi, dei candidati all’episcopato (la principale competenza di questa Congregazione)? Forse la fedeltà istituzionale, ossia l’omertà e il silenzio di fronte ad analoghi crimini? Evidentemente, intervenire pubblicamente sulla vicenda di don Tosi, secondo queste strategie di propaganda, avrebbe significato esporsi oltre ogni limite in una questione così delicata per la chiesa cattolica come gli abusi commessi dai suoi preti e dalle sue suore. Anche solo operare in silenzio la riduzione allo stato laicale di quel prete, sarebbe stata una manifestazione di attenzione “esagerata” e un precedente pericoloso, che magari avrebbe aperto la strada ad altre richieste di giustizia in tanti altri casi. Vengono in mente le parole che De Andrè mise in bocca al ladrone sulla croce accanto a Gesù: «ma forse era stanco, forse troppo occupato e non ascoltò il mio dolore. Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano».

Con una grande differenza: qui non c’è nessun ladrone, nessun dio e nessun cristo crocefisso, ma solo due vittime (una ragazza di 14 anni violentata da un prete rimasto impunito e coperto dai suoi superiori, divenuta madre a causa dello stupro, e suo figlio, rimasto di fatto senza padre per la vigliaccheria, l’arroganza e l’impunità del sacerdote criminale), un colpevole (il prete violentatore) e molti complici (tutti coloro che a diversi livelli lo hanno coperto e protetto). Le vittime sono rimaste senza verità e senza giustizia da parte della chiesa cattolica e del suo capo, il papa, che ha preferito tacere e non agire.

Tommaso Dell’Era, Fondazione Critica Liberale

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