L’unico obbiettivo della chiesa è stato quello di raggiungere la prescrizione.

La procura al lavoro da anni: i risultati delle inchieste. Il provvidenziale salvagente della prescrizione. Molti casi mai arrivati davanti al giudice.

Di Giovanni Ciolina – Secolo XIX

SAVONA. Don Giraudo, don Pinetto, don Barbacini, don Massaferro, l’ex assistente nella parrocchia di Lavagnola Franco Briano: sono sicuramente i casi più delicati e spinosi che hanno turbato la serenità della chiesa savonese sul tema della pedofilia. Se Briano ha fatto apertamente outing sulle sue malefatte,.ma solo a prescrizione intervenuta, per altri due casi è stata la magistratura a indagare e far luce in seguito alle denunce di Francesco Zanardi.

Il sostituto procuratore Giovanni Battista Ferro ha lavorato per anni al fenomeno pedofilia nel mondo della chiesa, con coinvolgimenti sia nella diocesi di Savona-Noli che in quella di Albenga, scoperchiando una realtà rimasta a lungo nascosta e temuta. Un lavoro che ha trovato parecchi ostacoli e impedimenti, ma che ha portato alla condanna di Nello Giraudo, l’ex parroco di Noli, per abusi sessuali nei confronti di un ragazzino in un campo scout. L’episodio, risalente al 2005, è costato caro al prete che era stato messo persino alla guida di una comunità di giovani nell’intento di sottrarlo all’eco dello scandalo. Un anno: è la condanna patteggiata da Giraudo. Ma l’inchiesta della magistratura aveva messo di mezzo anche l’allora vescovo Dante Lafranconi indagato dalla procura in concorso nella pedofilia e che il gip Fiorenza Giorgi ha bacchettato nella motivazione che aveva portato alla sua richiesta di archiviazione.

“La sola preoccupazione dei vertici della Curia era quella di salvaguardare !’immagine della Diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamen-te) per tale ragione l’allora Vescovo di Savona non avesse esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli “ era stato uno dei passaggi forti della motivazione.

Molti altri episodi hanno invece goduto del salvagente della prescrizione. Intervallo di tempo che recentemente ha salvato pure don Pinetto, anche lui parroco nel ponente e da qualche anno trasferito nella chiesa di San Michele Arcangelo a Celle. L’inchiesta sollevata dall’intervista concessa al Secolo XIX da parte di una delle vittime, ha spalancato una seconda terribile finestra sul mondo degli abusi in seminario. Erano gli anni ’70 quando alcuni ragazzini vennero molestati dal prete, allora responsabile del seminario. Il pm Ferro la scorsa estate si è recato addirittura in Sardegna, in un paesino nel centro dell’isola, dove vivono ancora gli anziani genitori di una delle vittime. Sono saltati fuori, lettere, testimonianze e drammi personali immani per quelle morbose atten-zioni di don Pinetto verso i giovani seminaristi.

Tutto prescritto, ma non la calunnia. Don Pinetto aveva infatti denunciato la vittima, i giornalisti che raccolsero il suo sfogo e Francesco Zanardi per diffamazione. E non contento aveva scritto al Vescovo Lupi gridando la sua estraneità ai fatti. Le indagini hanno dimostrato l’esatto contrario e il pm Ferro ha chiesto il rinvio a giudizio del prete per calunnia.

Ma c’è anche chi, come don Giorgio Barbacini e più recentemente don Luciano Massaferro, il conto con la’ giustizialo ha pagato pesantemente: rispettivamente tre anni e sette anni, mentre don Luigi Fusta, parroco in pensione di san Nicolò a Pietra deve rispondere di favoreggiamento verso un frequentatore della parrocchia che aveva riservato attenzioni ad una dodicenne.

Giovanni Ciolina

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