Chiesa cattolica e diritti umani: inconciliabili

Oltre a coprire la pedofilia, la religione nega la sessualità e la libertà di scelta riproduttiva, denuncia l’Onu, mettendone in dubbio la compatibilità con la democrazia.

Cecilia M. Calamani

C’è un aspetto importante della replica della Santa Sede al Rapporto Onu sulle numerose violazioni della Convenzione sui diritti del fanciullo da parte della Chiesa. Mentre da un lato il Vaticano ribadisce il suo impegno nella protezione dell’infanzia, facendo ovvio riferimento alle migliaia di casi di pedofilia clericale su cui l’Onu chiede conto, dall’altro mostra stupore e addirittura rincrescimento perché in alcuni punti del Rapporto si intravede «un tentativo di interferire nell’insegnamento della Chiesa Cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa».

Leggendo il Rapporto, non è difficile capire quali siano questi punti: l’Onu chiede una revisione del diritto canonico e dell’insegnamento morale della Chiesa riguardo alla pedofilia, alla confessione (il cui inviolabile segreto, pena la scomunica latae sententiae, ha permesso il proliferare indisturbato degli abusi), alla contraccezione, all’aborto, e alle discriminazioni verso l’omosessualità. Ciò che fa infuriare Oltretevere, in sostanza, non è tanto la richiesta di rimuovere immediatamente e consegnare alla giustizia i responsabili delle violenze o chi li ha coperti, né di adottare misure più restrittive per individuare i colpevoli. Al Vaticano non va giù la richiesta di modificare la legislazione interna e la dottrina, e giustifica l’irritazione denunciando un presunto tentativo di ingerenza e di violazione della libertà religiosa da parte delle Nazioni Unite.

Il che porta a farsi un paio di domande. La prima: è possibile che la libertà religiosa di alcuni, un aspetto fondamentale della libertà personale, possa comportare la violazione dei diritti di altri? La risposta è facile: sì. Non serve guardare all’Islam perché, come l’Onu ci fa notare, anche il cattolicesimo non rispetta alcuni diritti umani. La seconda domanda invece è insidiosa: si può istituzionalmente tollerare una religione che promulga la condanna della libera scelta su sessualità e maternità e la discriminazione di intere categorie di persone – i gay ma anche le donne, che non possono accedere agli ordini sacerdotali – contro la legislazione nazionale e tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani?
Qualsiasi risposta è un autogoal per la democrazia. Se si risponde sì si sta creando una zona franca del diritto, una sfera protetta, quella religiosa appunto, in cui sono lecite la discriminazione e la violazione delle libertà fondamentali. Se si risponde no, invece, si infrange il principio di libertà religiosa, come ci ricorda la replica all’Onu del Vaticano. L’argomento, insomma, è spinoso, perché nell’alveo “religione” può essere compreso tutto e il suo contrario.

In Italia in particolare siamo in un vicolo cieco, perché riconosciamo l’ordinamento giuridico e morale della Chiesa addirittura nella nostra Carta costituzionale e le permettiamo, in virtù del Concordato, di insegnare ai ragazzi delle scuole pubbliche che l’omosessualità è un inaccettabile «disordine morale», che l’aborto è un peccato tale da portare alla scomunica immediata – anch’essa latae sententiae – della donna e, invece, che l’abuso su un minore è solo un “delitto contro la morale”, come lo definisce il diritto canonico, e non un orrendo crimine su un bambino. E questo per restare nell’ambito delle osservazioni dell’Onu, perché potremmo anche parlare della demonizzazione di altre libertà personali e persino delle distorsioni scientifiche che compromettono la conoscenza e quindi la capacità di scelta, ma lasciamo perdere.
Ora, che la religione cattolica promuova la discriminazione è un fatto. Perché condanna chiunque scelga in libertà, e contro gli insegnamenti della Chiesa, sulla sua vita. Perché crea un discrimine tra chi è “giusto” e chi non lo è. Perché instilla nelle menti che gli appartenenti alla seconda categoria non possono avere gli stessi diritti degli altri. Perché mischia la morale privata con l’etica pubblica. E a poco valgono esternazioni quali «Chi sono io per giudicare un gay?» di papa Francesco quando a giudicare i gay ci pensano proprio il Catechismo e i documenti della Congregazione della dottrina per la fede. Peraltro il “rivoluzionario” Bergoglio è la stessa persona che non più tardi di un mese fa ha tenuto a precisare che «un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato».

Ma torniamo alla seconda domanda, e proviamo a superare l’impasse della risposta con una formulazione diversa: uno Stato democratico che sancisce, giustamente, l’irrinunciabile diritto alla libertà religiosa, può accettare che questa libertà sia lesiva di altri diritti?
Nel mondo dei sogni una strada per salvare la libertà degli uni e i diritti degli altri c’è. La fede è personale, e come tale rientra nella libertà di opinione garantita da ogni democrazia. L’istituzionalizzazione della fede, invece, se va contro i principi di autodeterminazione e non discriminazione che uno Stato garantisce tramite le sue leggi e la ratifica di convenzioni internazionali, non può essere in alcun modo riconosciuta.
Ma siamo nel mondo dei sogni, appunto. Al solo immaginare che il parlamento italiano depenni l’articolo 7 della Costituzione e rescinda il Concordato, ci si sveglia.

Cecilia M. Calamani

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