Padova, abusi nel seminario minore Il rettore finisce a processo

Don Temporin accusato di violenza. Il legale: «È estraneo e prova dolore per il ragazzo». La vittima: «Mi ha fatto giurare di mantenere il silenzio davanti alla Madonna»

PADOVA – Tredici anni e i primi dubbi sul futuro: nel suo caso, su una chiamata di Dio a seguirlo. Così dalla provincia di Venezia quel ragazzino aveva preso la valigia e raggiunto Rubano, a pochi chilometri da Padova, perché lì – lungo la strada che collega la città del Santo con Vicenza – ha sede il seminario minore vescovile, dove i ragazzi possono frequentare la scuola media e capire un po’ di più della loro vocazione. Ma quel luogo di preghiera e formazione in cui il tredicenne, figlio di un avvocato e politico del Veneziano, cercava una risposta, si è rivelato la peggiore prigione possibile e lui, giovane seminarista, si è ritrovato vittima di chi doveva crescerlo e fargli capire la sua strada. Perché ad essere accusato di violenza sessuale e atti sessuali con minorenne è un nome noto della chiesa padovana: don Gino Temporin, 66 anni, monsignore, insegnante di filosofia morale al seminario maggiore, storico rettore del seminario minore di Rubano (incarico che ha lasciato per raggiunti limiti d’età in ottobre) e ora a processo (le udienze si stanno svolgendo a porte chiuse) con le accuse più infamanti per un uomo di Dio.

In udienza ha deposto la vittima, che ai giudici ha ricostruito la vicenda secondo la sua denuncia, la stessa utilizzata dalla procura patavina per costruire il capo d’imputazione con cui il sacerdote è stato rinviato a giudizio. I fatti, venuti a galla quando la vittima era ricoverata in un istituto in provincia di Como (come avrebbe ammesso mattina lo stesso ragazzo) risalgono al 2004, anche se la denuncia è arrivata al quarto piano del palazzo di Giustizia di Padova solo cinque anni più tardi. Il giovane, diventato nel frattempo maggiorenne, si era confidato con un’assistente e con i medici del reparto dov’era ricoverato, dopo avere lasciato il seminario alla conclusione della V ginnasio – il secondo anno del liceo classico – e avere trascorso alcuni anni in un centro dei Colli Euganei. Ai medici che lo aiutavano a superare il difficile momento, il giovane aveva raccontato che quando aveva 13 anni monsignor Temporin, rettore del seminario minore di Padova, aveva abusato di lui con carezze nelle parti intime, obbligandolo in un caso a subire anche un rapporto sessuale completo. Scrive nel capo d’imputazione il pubblico ministero Maria Ignazia D’Arpa, titolare del fascicolo d’indagine, che don Temporin «agendo con abuso di autorità spirituale e con minaccia» avrebbe fatto giurare il silenzio al tredicenne «su quanto stava per accadere » con una promessa solenne «su una Madonnina in legno », avvertendolo sulle conseguenze a cui andava incontro se avesse raccontato le violenze subite.

Oltretutto, si legge ancora nel capo d’accusa, il rettore del seminario avrebbe approfittato della labile condizione psichica dello studente, facendo leva sulla grande differenza d’età, sulla soggezione psicologica e sul fatto che il ragazzino «versava in condizioni psichiche debilitate, anche in ragione delle pratiche sessuali in cui era stato coinvolto da altri seminaristi, alle quali non era avvezzo». Queste pratiche, durante la sua deposizione in aula, sono tornate alla luce, aprendo uno squarcio anche su quanto accadeva tra i giovani seminaristi all’interno delle camere da letto della struttura di Rubano, nonostante – è bene chiarirlo – non ci sia su questo fronte alcun risvolto penale. Le violenze che avrebbe messo in atto monsignor Temporin, sono aggravate nell’imputazione dal fatto di avere abusato di un minore di 14 anni che gli era stato affidato per ragioni d’istruzione e formazione, e di «aver agito con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto». Sarà quindi compito del tribunale collegiale di Padova, presieduto dal giudice Claudio Marassi, accertare come sono andati i fatti e cercare la verità. Intanto però l’avvocato Paolo Marson, legale del sacerdote, spiega che «don Gino Temporin prova un grande dolore per le difficoltà del ragazzo». Non c’è nessuna rabbia nel sacerdote, conferma ancora il penalista, «perché il mio assistito si sente estraneo alla vicenda. L’unica cosa che prova è un grande dolore per il ragazzo, per la sua storia e per i problemi che ha e che deve affrontare ogni giorno».

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2013/9-maggio-2013/padova-abusi-seminario-rettore-finisce-processo-2121050220807.shtml

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