UGANDA: SOSPESO PRETE CHE CONTESTA IL CELIBATO. «SUSCITA ODIO CONTRO LA CHIESA».

KAMPALA-ADISTA. Il celibato dei preti cattolici è «più una forzatura che una libera scelta, e i suoi effetti sono tutt’altro che positivi». Lo scrive, nero su bianco, don Anthony Musaala, sacerdote ugandese, in una lunga lettera aperta, inviata il 12 marzo a vescovi, consacrati e laici per suggerire l’avvio di una riflessione interna sul «fallimento del celibato tra i preti diocesani», «che potrebbero diventare uomini felicemente sposati, prima o dopo l’ordinazione, piuttosto che restare tristi e soli».
Un’opinione probabilmente scioccante – soprattutto per i cattolici africani tendenzialmente conservatori – ma inderogabile: continuare a far finta di niente non farà altro che provocare danni sempre più gravi, prosegue Musaala, legati tanto alla sofferenza dei preti quanto a derive “scandalose” e criminali. L’«auto-inganno», la negazione del problema, spiega ancora il sacerdote, si può protrarre ancora per una decina d’anni, ma poi troppi scandali verranno alla luce e allora il sistema imploderà, provocando l’abbandono della Chiesa cattolica e la migrazione di larga parte dei fedeli verso altre comunità di fede, «i cui pastori non saranno certo migliori, ma sembreranno comunque meno ipocriti». Il tutto in un contesto ecclesiale di crescente disaffezione, soprattutto da parte dei ceti medi.
Tutti in Uganda parlano delle relazioni amorose dei preti, si legge nella missiva: dal parrucchiere o al bar, in confessione o in casa. Si tratta di legami più o meno nascosti che i sacerdoti intrattengono fugacemente o stabilmente con parrocchiane, cameriere, studenti, preti, suore, anche religiosi che offrono sesso in cambio di denaro. E – è la triste postilla – purtroppo anche con minori, senza che in Africa lo scandalo pedofilia desti pubblica indignazione come è accaduto in Europa e Nord America. Completa il quadro un’imprecisata quantità di figli sparsi in giro per il Paese o abortiti per non “sporcare” l’immagine dello stesso prete. «Emerge così tutta una debolezza umana – conclude Musaala – dalle conseguenze catastrofiche sia per il sacerdote che per il partner. Debolezza che non può essere nascosta dietro un voto di celibato, riti e preghiere».
È «la nuda verità» che la Chiesa africana tratta come polvere sotto il tappeto, ben rappresentata da alcuni “casi” che don Anthony racconta nella lettera: un ragazzo di 21 anni che ha tentato il suicidio, figlio di un prete che finge di essere lo zio e che esercita nell’arcidiocesi di Kampala; un suo amico, nato della violenza di un padre bianco ormai deceduto, che non ha mai superato l’ingiustizia subita dalla madre, nonostante il risarcimento economico da parte della congregazione; una ragazza di Old Kampala caduta in miseria e poi raggirata e messa incinta da un prete; una donna che andava a confessarsi solo per farsi accarezzare nel buio del confessionale; lui stesso infine, che da giovanissimo ha scoperto il trafficato mondo del sesso tra gli studenti delle scuole cattoliche. «Casi non isolati, sintomatici di un sistema malato che ha perso la sua integrità, ma non intende ammetterlo».

La proposta
I casi di abuso su minore devono essere trattati con azioni legali alla stregua di tutti gli altri delitti, scrive Musaala, ricordando che nel frattempo – e ovviamente in totale autonomia dalla Chiesa – ha deciso di dar vita ad una rete di figure professionali in sostegno alle vittime della pedofilia ecclesiastica.
«Si rende necessaria – aggiunge – una campagna di sensibilizzazione per il celibato facoltativo», «visto che non esistono argomenti teologici», «ma solo vincoli di tradizione e disciplina della Chiesa». «Sono consapevole del fatto che la lotta sarà dura. Sfortunatamente il celibato serve anche alcuni interessi nella struttura di potere della Chiesa, e, naturalmente, per l’autorità ecclesiastica i sacerdoti celibi sono meno costosi, più facili da gestire e anche da manipolare. Credo che nel tempo saremo liberati da questo giogo inutile e tanto più grave in Africa, dove i legami familiari sono cruciali per l’equilibrio psicologico delle persone». Una regola, conclude togliendosi un sassolino dalla scarpa, che tra l’altro vale solo per quei preti che non hanno abbastanza potere da godere della copertura compiacente delle gerarchie cattoliche locali.

La risposta
Secondo l’arcivescovo di Kampala Cyprian Kizito Lwanga – il testo della sua risposta, del 19 marzo, è disponibile sul sito del quotidiano ugandese Daily Monitor, 20/3 – lo scritto di don Anthony Musaala ha provocato grande turbamento tra i fedeli e ha gettato in cattiva luce la Chiesa ugandese, da sempre impegnata nella difesa dei diritti dei minori e dei più deboli. Il celibato è un obbligo previsto dal codice di diritto canonico, ma anche un giuramento del diacono che prende i voti, aggiunge il prelato. Nessuno è costretto a farsi prete e, quindi, le critiche mosse da don Musaala sono scorrette. Il suo insegnamento, inoltre, dice ancora l’arcivescovo, «suscita l’odio e il disprezzo contro la Chiesa», e quindi «egli incorre nella sospensione ferendae sententiae come prescritto dal Can. 1314». (giampaolo petrucci)

http://www.adista.it/?op=articolo&id=52656

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