Quei padre Murphy d’Italia

I nomi dei responsabili e le sconcertanti “condanne” loro inflitte dal Vaticano al termine dell’unica commissione d’inchiesta sulla pedofilia clericale in Italia. Le analogie con il caso statunitense del pedofilo seriale che violentò oltre 200 bambini sordomuti, raccontato da Alex Gibney nel docu-film Mea maxima culpa

Federico Tulli, Left 11 del 23 marzo 2013

«Una vita unicamente dedita alla preghiera e alla penitenza; divieto di qualsiasi contatto con i minori; assidua sorveglianza da parte di responsabili individuati dal vescovo di Verona». È la pena più pesante inflitta ai sacerdoti protagonisti di una delle più agghiaccianti vicende di pedofilia clericale mai emerse in Italia. Il destinatario del «precetto penale» comminato dalla Santa Sede è don Eligio Piccoli, come si legge nella lettera (di cui left è in possesso) inviata il 24 novembre 2012 dal vicario giudiziale, monsignor Giampietro Mazzoni, all’avvocato delle vittime riunite nell’Associazione sordi Provolo. Per gli abusi pedofili compiuti nell’Istituto per bambini sordi Provolo di Verona, nel quale era educatore, Piccoli è stato riconosciuto colpevole al termine di una inchiesta indipendente unica in Italia, affidata dalla Santa Sede a un magistrato “civile”, Mario Sannite. Le accuse formulate dai giovani ospiti dell’Istituto sin dalla metà degli anni 80 e inascoltate per quasi 30 anni, riguardano 25 persone tra sacerdoti e fratelli laici. Al termine dei tre anni d’indagine Sannite ha ravvisato elementi di colpevolezza solo per tre di loro: don Piccoli, don Danilo Corradi e frate Lino Gugole. Per Corradi le accuse «non risultano provate», ma «stante il dubbio, la Santa Sede ha formulato nei suoi confronti un’ammonizione canonica, che comporta una stretta vigilanza da parte dei responsabili dei suoi comportamenti». Corradi dunque, rimane prete e viene controllato da chi per anni ha ignorato le accuse nei suoi confronti. Ancor più sconcertante, se possibile, il paragrafo relativo al terzo uomo. «Gugole – si legge nel testo – è affetto da una grave forma di alzheimer che lo rende del tutto incapace di intendere e di volere. È ricoverato in una casa di riposo presso l’ospedale di Negrar. Nessun provvedimento, stante la sua condizione, è stato preso nei suoi confronti».

In realtà sarebbe difficile anche solo recapitargli di persona un telegramma, poiché, come ha raccontato a chi scrive il portavoce dell’associazione, Marco Lodi Rizzini, «Lino Gugole è morto nel 2011, con tanto di necrologi pubblicati sui giornali locali e i gazzettini parrocchiali». Riguardo gli altri accusati la Santa Sede liquida la faccenda affermando che su alcuni di loro si continuerà a indagare mentre per altri non è possibile perché deceduti oppure perché dimessi dall’Istituto. Tra i “prosciolti” c’è l’ex vescovo di Verona, oggi in odor di canonizzazione, Giuseppe Carraro. Il suo accusatore non è stato creduto nonostante la minuziosa descrizione della stanza in cui era costretto a «masturbazioni, sodomizzazioni e rapporti orali». La vicenda dei sordi di Verona, anche per le analogie con il caso Murphy, è stata descritta da Gibney nel suo film Mea maxima culpa. Il silenzio nella casa di Dio appena uscito nelle sale italiane. A condurre il regista premio Oscar sulle tracce di questa tipica storia di pedofilia clericale, fatta di omertà, reticenze e disprezzo per delle persone indifese, è stato l’esponente dei Radicali Maurizio Turco, che prima da parlamentare europeo e poi da deputato in Italia è stato uno dei pochissimi politici a puntare il dito contro le responsabilità della Chiesa, in particolare della Conferenza episcopale italiana: «Il caso del Provolo non è isolato. Chiediamo al neo papa Francesco di non fare pulizia a occhi chiusi come i suoi predecessori. In Italia sono avvenute cose gravi e diffuse, non singole vicende. L’auspicio è che nel nome della trasparenza Bergoglio obblighi la Cei di Bagnasco a istituire una commissione d’inchiesta indipendente su scala nazionale. Come è già avvenuto in Irlanda, Belgio e Germania».

 

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