Pedofilia nel clero: Ratzinger rimane in Vaticano «così eviterà i processi»

Pedofilia nel clero: Ratzinger rimane in Vaticano «così eviterà i processi»
Dopo il 28 febbraio l’ex papa manterrà la cittadinanza vaticana e l’immunità di Capo di Stato. In base ai Patti del 1929 potrà circolare tranquillamente solo nel nostro Paese.
Federico Tulli
lunedì 18 febbraio 2013 15:50

Non è solo una questione di privacy e sicurezza. La decisione di Joseph Ratzinger di vivere in Vaticano dopo essersi dimesso da papa il 28 febbraio prossimo gli assicurerà la protezione legale necessaria a rimanere al riparo da ogni tentativo di procedimento giudiziario in relazione ai casi di pedofilia clericale verificatisi nel mondo sia durante il suo pontificato sia mentre – da cardinale – era alla guida della Congregazione per la dottrina della fede. Fonti interne al Vaticano esperte in questioni legali interpellate dalla Reuters ne sono certe.
«È necessario che Joseph Ratzinger rimanga in Vaticano, in caso contrario la sua posizione non sarebbe difendibile» ha affermato un funzionario vaticano che vuole mantenere l’anonimato. Di fatto, fuori dalle Mura leonine l’ex papa non godrebbe dell’immunità diplomatica. Il pensiero corre immediatamente a due denunce particolarmente delicate che lo riguardano in prima persona.
Nel settembre del 2011 un dossier di oltre 10mila pagine è stato presentato alla Corte penale internazionale de l’Aja dall’associazione di vittime statunitense Snap (Survivors network of those abused by priests) e dalla Ong americana Center for constitutional rights. Destinatari dell’accusa «di crimini contro l’umanità per aver coperto i reati di pedofilia, il Vaticano e i suoi vertici: papa Benedetto XVI, il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, il suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, e l’allora prefetto della Congregazione della dottrina della fede, cardinale William Levada. Assistiti dagli avvocati dall’Ong i responsabili di Snap presentarono una «richiesta di dichiarazione di competenza giurisdizionale» presso la Corte. Secondo l’associazione di vittime fondata a Chicago nel 1988 da Barbara Blaine (e che oggi conta migliaia di interventi di sostegno alle vittime in tutti gli Stati Uniti), il Vaticano rappresentato dalle sue gerarchie «ha tollerato e reso possibile la copertura sistematica e largamente diffusa di strupri e crimini “sessuali” contro i bambini in tutto il mondo». Alla denuncia – ancora oggi ferma sul tavolo dei giudici de L’Aja in attesa di un riscontro o di una archiviazione – fu allegata una voluminosa documentazione con l’esposizione dei numerosi casi di pedofilia clericale in tutto il mondo.

«L’ammissione di responsabilità da parte delle autorità ecclesiastiche che pure c’è stata in questi anni è stata troppo tiepida e soprattutto è avvenuta troppo in ritardo», racconta a Cronache Laiche, Mary Caplan, responsabile Snap per l’area di New York. «Sono state pronunciate spesso parole vuote – aggiunge – a cui non sono seguiti mai fatti concreti. Mentre un fatto è che nel 2005 Benedetto XVI ha invocato l’immunità di capo di Stato per evitare di comparire in un processo in Texas. Noi pensiamo che se il papa in tutta onestà si sentisse innocente, avrebbe colto l’opportunità di presentarsi in tribunale a difendere il proprio operato. Invece, il fatto che lui e i suoi avvocati siano disposti a sfruttare scappatoie legali anziché affrontare direttamente le accuse contro, la dice lunga sulla complicità in questi terribili crimini». Le parole della Caplan rimandano direttamente a un’altra situazione critica, probabilmente quella in cui Ratzinger rischia di più in prima persona.
Nel 2010, quando era ancora alla guida dell’ex Inquisizione, il futuro Benedetto XVI è stato imputato in una causa civile in qualità di firmatario del De delicti gravioribus, un’epistola indirizzata (il 18 maggio 2001) ai vescovi di tutto il mondo per informarli sulle procedure da adottare nei casi di violenza “sessuale”, anche su minori, compiuta da persone appartenenti al clero cattolico. In quella lettera, che dava esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II, Ratzinger ribadiva il vincolo del segreto pontificio da mantenere durante tutta la procedura investigativa e processuale stabilito nel 1962 dal Crimen sollicitationis. Pena la scomunica.

Divenuo capo di Stato nell’aprile del 2005, tramite il ministero degli esteri vaticano Benedetto XVI ha immediatamente avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti, George Bush. Nel settembre 2005, il vice ministro della Giustizia, Peter Keisler ha bloccato la procedura giudiziaria facendo ricorso alla cosiddetta suggestion of immunity, una misura che, via Corte Suprema, deve necessariamente essere recepita dai tribunali di grado inferiore. In quella occasione il vice ministro Usa sottolineò che l´avvio di un procedimento giudiziario nei confronti della Santa Sede sarebbe stato incompatibile con gli interessi della politica estera statunitense.
In otto anni molte cose sono cambiate, non solo all’interno della Chiesa d’oltreoceano (che nel frattempo ha visto dichiarare bancarotta undici diocesi, in seguito ai risarcimenti extragiudiziali o giudiziali nei casi di pedofilia). Anche alla Casa Bianca siede un altro inquilino, Barack Obama. Il quale, se non altro non dorme con la Bibbia sotto il cuscino.
Ci sono sufficienti elementi per considerare veritiere le affermazioni del funzionario interpellato dalla Reuters. Dopo il 28 febbraio Joseph Ratzinger continuerà a vivere all’interno del Vaticano per continuare a godere dell’immunità diplomatica. La gendarmeria, che già conosce il papa e le sue abitudini, sarà in grado di garantirgli privacy e sicurezza senza doverle affidare a forze dell’ordine straniere, la qual cosa sarebbe necessaria in caso di un suo trasferimento in un altro Paese. «Vedrei un grosso problema se si trasferisse in qualsiasi altro luogo» precisa il funzionario anonimo alla Reuters. «I servizi segreti della Santa Sede non dispongono delle risorse necessarie a garantire l’incolumità di un ex capo di Stato». Dopo essersi dimesso, Benedetto XVI non sarà più il capo supremo dello Stato Città del Vaticano, ma conserverà sia la cittadinanza che la residenza. Ciò continuerà ad assicurargli l’immunità, in base alle norme dei Patti Lateranensi, anche se si recasse per brevi visite nel nostro Paese.

Federico Tulli

http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_…ane-in-Vaticano

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