Il mea culpa del cardinale che smonta la difesa della chiesa sugli abusi

24 gennaio 2013 – ore 14:53
Il mea culpa del cardinale che smonta la difesa della chiesa sugli abusi

“Tiene davvero un basso profilo”, confessa Elizabeth Johnson, vicina di casa del cardinale Roger Mahony, emerito di Los Angeles, ora residente a North Hollywood, appena dietro la chiesa di San Carlo Borromeo. La conferma di uno stile, quello di sua eminenza, da sempre coltivato nonostante oggi gli sia impossibile fuggire dai riflettori dei media. Tutti, infatti, adesso parlano di lui, a cominciare dal New York Times che in un pezzo di Laurie Goodstein spiega come le nuove sorprendenti rivelazioni – uscite poche ore fa e confermate dallo stesso porporato – in merito agli abusi sessuali commessi dai preti nella sua diocesi “macchino indelebilmente la sua figura”. Mahony ha sostanzialmente confermato non solo di aver in qualche modo coperto gli abusi dei preti su alcuni minori, ma di aver fatto in modo che un suo sacerdote accusato di pedofilia non tornasse in diocesi dopo un breve soggiorno in New Mexico perché “sarebbe stato processato”.
Piaccia o no, questo era fino a pochi anni fa il modus operandi di molti vescovi di fronte a un problema, quello della pedofilia, sul quale la chiesa ha dimostrato enorme impreparazione. Solo che a Los Angeles, a differenza di Boston e di altre diocesi dove i vescovi hanno pagato un caro prezzo (basti pensare al cardinale Law), i fedeli non hanno mai sospettato azioni d’insabbiamento, e per questo hanno sempre difeso Mahony dalle accuse. Oggi però le nuove rivelazioni su Mahony, che nel 2011 è stato sostituito da José Gomez, parlano di fatti che molti ignoravano e cambiano l’idea che i fedeli si erano fatti di lui.

La diocesi di Los Angeles è terra da tempo martoriata. Come risarcimento nei confronti di 508 persone che avevano denunciato abusi, la chiesa locale aveva accettato di pagare la cifra record di 660 milioni di dollari. Ma nonostante il pagamento per molto tempo sono rimasti dubbi sulla reale consapevolezza dei vertici, almeno dal punto di vista giudiziario, di quanto accadeva nel territorio. Fino a quando, negli scorsi giorni, sono stati presentati in tribunale alcuni rapporti prima sconosciuti, come parte della causa contro l’arcidiocesi. Pubblicati dal Los Angeles Times, i documenti mostrano in modo chiaro come l’arcidiocesi americana abbia cercato di coprire gli abusi dei sacerdoti prima che lo scandalo scoppiasse. Ma invece di rimuovere dall’incarico chi aveva commesso i crimini e contattare le forze dell’ordine, l’arcidiocesi si è limitata a inviare i sacerdoti responsabili in centri di trattamento. Nel 1986 lo stesso Mahony scrisse a un istituto del New Mexico, dove era stato inviato padre Peter Garcia che ammetterà poi di aver abusato di una dozzina di ragazzini: “Credo che se monsignor Garcia dovesse riapparire qui, nella nostra arcidiocesi, correremmo il rischio di azioni legali, a causa delle sue azioni”. Parole che mostrano come egli fosse a conoscenza dei crimini del sacerdote, la maggior parte compiuti contro ragazzi provenienti da famiglie di immigrati clandestini.

Eppure Mahony non era l’unico a sapere: in una lettera del 1987 scritta da monsignor Thomas J. Curry sulla situazione del reverendo Michael Baker (inviato anche quest’ultimo per un trattamento in New Mexico dopo aver ammesso di aver abusato di ragazzi giovani), il primo si rivolge allo stesso arcivescovo emerito, affermando “di essere consapevole del fatto che ciò che era stato fatto rientrava tra i reati perseguiti dalle legge in California”. Per questo invitava a non far rientrare il prete che si era macchiato degli abusi. Un modo di fare consueto nelle diocesi americane fino a qualche anno fa, azioni che hanno portato Mahony a dire poche ore fa: “Soltanto due decenni più tardi, quando ho incontrato oltre cento vittime delle violenze, ho capito quanto abbiano potuto soffrire”.

di Paolo Rodari – @PaoloRodari

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