Diocesi-shock: «Su don Marco media cannibali e coprofagi»

Mercoledì 06 Giugno 2012
La Chiesa nella bufera – L’ex parroco di San Giuliano arrestato per cinque violenze sessuali. Per monsignor Angelo Riva a farla da padrona è stata «la civiltà del gossip»
Parole durissime da parte del “Settimanale” su come giornali e televisioni hanno seguito la vicenda
«Può darsi che il silenzio del “Settimanale” abbia deluso qualche lettore, ma dal cannibalismo (per non dire coprofagia) di certa informazione noi intendiamo smarcarci». Dunque, giornali e televisioni della città definiti mangiatori di uomini e di escrementi in nome dell’audience o delle copie vendute. Sono queste le ultime, pesantissime parole usate dal direttore editoriale della voce della Chiesa comasca, monsignor Angelo Riva, per rispondere a un lettore che gli chiedeva conto delle pagine rimaste mute per mesi nonostante la vicenda di don Marco Mangiacasale stesse scuotendo la Diocesi.
Un prete, nonché ex economo proprio della Diocesi, in carcere e oggi ai “domiciliari” in una struttura protetta in Piemonte dopo essere stato accusato dalla Procura di violenza sessuale su ragazze della parrocchia di San Giuliano, non solo minorenni ma addirittura sotto i 14 anni.
Più episodi, protratti nel tempo e con cinque denunce piovute sul palazzo di giustizia, che in nome del «silenzio istruttorio» – scrive don Angelo – avrebbero meritato un suo editoriale nell’imminenza dell’arresto – datato 7 marzo – e poi più nulla.
Tutto il contrario di quanto fatto dalla «civiltà del gossip», come la definisce lo stesso monsignore, che ad una simile spinosa questione ha dedicato pagine di quotidiani nonostante della stessa vicenda si sia scritto (ed è giusto sottolinearlo perché nessuno abbia modo di travisare) solo una minima parte. Per il “Settimanale”, invece, la risposta giusta a cinque violenze sessuali di un ex parroco è stato il silenzio, anzi, un editoriale e null’altro. E questo «per non contribuire alla gazzarra mediatica che si è scatenata attorno a questo caso, con il diritto di cronaca a varcare spesso e volentieri il confine della diffamazione personale».
Tacere, dunque, ma «non certo per omertà o per volontà di insabbiamento ma per umana saggezza e discrezione, perché certi drammi personali vanno fasciati di pudico silenzio. Senza omettere – beninteso – tutto ciò che è necessario e opportuno dire perché la giustizia umana faccia il suo corso, e perché il diritto di cronaca venga onorato».
Poi una domanda legittima: «Abbiamo percezione del danno arrecato alle giovani vittime della vicenda dallo stillicidio di esposizione mediatica assai blandamente protetto dal velo di un fragile anonimato?». Meno legittimo, a nostro avviso, è il secondo quesito posto, perché il «perimetro della correttezza» non crediamo sia mai stato varcato, e soprattutto non si è mai parlato o scritto di «fatti talvolta penalmente irrilevanti» bensì solo di ciò che è poi finito nell’avviso di conclusione delle indagini della Procura di Como: cinque violenze sessuali su ragazzine della parrocchia che non avevano ancora compiuto i 14 anni e su cui, per il “Settimanale”, era giusti rimanere in silenzio in quanto «spetta alla giustizia ripulire le ferite, ma è proprio della misericordia rimarginarle».

Mauro Peverelli

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