Le vittime di Maciel Degollado accusano Benedetto XVI. Protesse i crimini del prete pedofilo, Viaggio in Messico

Le vittime di Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, alla vigilia del viaggio di Benedetto XVI in Messico diffondono un manifesto pubblico per chiedere chiarimenti e limpidezza sul ruolo dei vertici della Chiesa, messicana e romana, a cui si erano rivolti per denunciare il comportamento dell’uomo responsabile di crimini odiosi contro di loro.

MARCO TOSATTI

Le vittime di Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, alla vigilia del viaggio di Benedetto XVI in Messico diffondono un manifesto pubblico per chiedere chiarimenti e limpidezza sul ruolo dei vertici della Chiesa, messicana e romana, a cui si erano rivolti per denunciare il comportamento dell’uomo responsabile di crimini odiosi contro di loro. “Sono venuti a mancare ormai, come le nostre speranze di verità e di giustizia nella Chiesa, vari degli ex legionari di Cristo che insieme con i firmatari della lettera aperta al vostro predecessore speravano dal 1997 di ricevere una risposta invece di essere ignorati o rimproverati dall’autorità ecclesiastica”. Le vittime ricordano che il 17 ottobre del 1998 presentarono a Roma una domanda canonica, presentata dall’allora nunzio apostolico. Justo Mullor Garcia, indirizzata a Giovanni Paolo II. In essa si offrivano di presentarsi per essere interrogati e giudicati; e di essere sottoposti, sia loro che Marcial Maciel, a un processo canonico, “affinché apparisse la verità, per il bene della società e della Chiesa”. Erano costernati, ricordano, dal fatto che “una saggezza tanto antica come quella della Chiesa abbia potuto essere ingannata tanto facilmente, a livelli gerarchici tanto alti, per tanto tempo, in tanti luoghi, nonostante tante vittime e tante denunce”. E il nodo, mai risolto, di chi, fra i collaboratori più stretti di Papa Wojtyla, e perché, possa aver contribuito a proteggere Maciel. Il manifesto ricorda che Benedetto XVI, nel suo libro intervista a Peter Seewald, parla di Marcial Maciel come di un enigma. “Per noi il problema è la labilità della saggezza millenaria di una Chiesa che non ha risolto a tempo questo enigma, né ha risolto la metastasi istituzionale delle sue opere”. E le vittime non usano termini diplomatici: “Una Chiesa intimidita da poteri occulti ma molto reali. E’ ragione di scandalo, Sanità, la presenza nell’alto clero di pastori dalla vita sregolata vergognosamente tollerata dalla Chiesa, da parte dei quali fummo oggetto di attacchi empi, perché abbiamo manifestato la verità di Marcial Maciel”. E aggiungono: “L’episcopato messicano, costituito da uomini timorati, che sono la sua grande maggioranza, si è mostrato in questo caso non impegnato, irresponsabile e persino servile”. Le vittime puntano poi il dito sul più grave de problemi, e cioè su chi in Vaticano ha insabbiato le accuse. “Lo studio minuzioso dei documenti ecclesiastici” ha mostrato che le denunce “sono state mantenute nascoste deliberatamente nel Vaticano, anche se è umanamente inconcepibile che il prefetto e il personale responsabile dei dicasteri incaricati di accuse tanto gravi potessero in buon fede ignorarle”. “Non abbiamo mai ricevuto una risposta alle nostre proteste giuste formulate in base al diritto canonico stabilito dalla Chiesa stessa”, dicono le vittime di Maciel, e avanzano delle critiche all’operato del card. Joseph Ratzinger, perché hanno presentato la loro denuncia il 17 ottobre del 1998, e solo due anni più tardi, secondo l’intervista di Benedetto XVI a Seewald, la Congregazione avrebbe avuto elementi concreti; e rimproverano la modifica della norma 1378 del decreto “De delictis gravioribus” sulla non prescrizione, dei crimini, che ha potuto favorire Marcial Maciel.

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