Disposto l’incidente probatorio Il prete ritornato da Napoli a Oria

Da Senzacolonne del 20 novembre 2011

La presunta vittima scrive a un giornale online:«Ha maltrattato me e i miei fratelli»
Un’altra bambina accusa il sacerdote indagato per pedofilia

«Quel prete ha fatto del male anche a me»

di EMILIO MOLA
BRINDISI – E’ come un velo squarciato, uno strappo su un manto di silenzio che ha avvolto un indicibile orrore su cui solo ora, timidamente, si proietta un incerto fascio di luce. C’è un’altra bambina nel novero delle possibili vittime del sacerdote oritano indagato dalla Procura di Brindisi per presunti abusi su una piccola di 4 anni. Toghe, inchieste e divise stavolta non c’entrano. E’lei a farsi avanti, a parlare. Anzi a scrivere. La sua lettera è comparsa ieri sul sito di informazione locale online “La Voce di Manduria”. Parole e pensieri affidati di getto a una email con un solo nome in calce: Eleonora. Probabilmente non è il suo vero nome. Preferisce non divulgarlo, non rivelare la sua identità. Ma la sua storia sì, quel passato con cui si è trovata nuovamente a fare i conti quando sfogliando giornali e pagine web ha letto di quel prete rogazionista finito nel
mirino della magistratura brindisina con l’accusa di pedofilia.
Avrebbe cioè abusato, o comunque rivolto “attenzioni particolari” a una delle bambine ospiti della comunità rogazionista di Oria. Un centro cui vengono affidati i bambini sottratti dai tribunali ai genitori naturali, per difficoltà giudiziarie o sociali di varia natura.
Lei, Eleonora, in quel centro ha trascorso un lembo della sua giovane esistenza. E ne è certa: “Il sacerdote che ha abusato di questa bambina – scrive – deve essere lo stesso che mio padre ha denunciato più volte e che la Procura di Brindisi ha sempre archiviato il caso; finalmente adesso è scoppiata la bomba”.
Eleonora non ha la certezza che il suo presunto molestatore e il giovane sacerdote indagato a Oria siano le stessa persona. Ma per lei i conti tornano così.
L’alternativa, ancora più agghiacciante, è che di presunti preti pedofili in quel centro ve ne siano più di uno. E una simile eventualità forse non vuole neanche metterla sul piatto.
“Io auguro a questa a bambina – scrive ancora Eleonora – che per il futuro abbia una grande felicità. Da parte mia spero che il tribunale di Taranto non faccia più errori nel definire i sacerdoti come persone buone quando ecco i risultati”. E conclude: “Voi sapete bene sul mio caso di maltrattamento a me e hai miei fratelli”.
Quindi non solo lei. Ma per Eleonora la giustizia non ha fatto il suo corso. Almeno nel suo caso, quello dei suoi fratelli, e di chissà quanti altri bambini.
Forse tanti, forse nessuno. Perchè quel che conta, e cioè la prova, manca. Il castello indiziario costruito in questi mesi di indagini attorno al giovane sacerdote oritano è debole, debolissimo. Gli investigatori hanno mosso i primi passi dalla denuncia fatta dai genitori cui la piccola di quattro anni era stata in affidamento, che le avevano sentito dire in riferimento al sacerdote: “Lui è un
monello”. Poi il racconto confuso di gesti, atteggiamenti, che potrebbero celare molestie, violenze. Ma nulla di più. Niente di concreto, di certo. In paese la caccia al nome del sacerdote oggetto dell’indagine è durata poche ore. Dopo un giorno di smarrimento e nomi estratti al caso dal calderone del pettegolezzo, in tanti sono certi d’aver capito chi sia il r o g a z i o n i s t a inquisito. A Napoli, dov’è stato trasferito alcuni mesi fa, per mera coincidenza in concomitanza all’avvio delle indagini, non è più nella comunità rogazionista del capoluogo partenopeo. E’ tornato a Oria: indice di come non esista alcun provvedimento di “esilio” nei suoi confronti. Così come non v’è traccia sul corpo della bambina di alcun segno di violenza.
Le indagini tuttavia proseguono, condotte a Oria dai carabinieri coordinati dal comandante Roberto Borrello. Il pubblico ministero Valeria Farina Valaori ha
disposto l’incidente probatorio 
per sgomberare il campo da ogni dubbio e chiudere al più presto una vicenda che tante ombre e sospetti getta su una comunità, quella dei padri rogazionisti, fin’ora distintasi per meriti riconosciuti da ogni tribunale.
E forse anche per questo gli stessi responsabili, come il vescovo Vincenzo Pisanello, preferiscono tacere, commentare, lasciare che la giustizia faccia il suo corso. Qualunque sia la strada imboccata.

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