“Don Francesco Rutigliano è colpevole di abuso su minore”

Per l’ex parroco di Bivongi e Pazzano giunge al termine il processo con una sentenza che lo condanna, che potrebbe peggiorare se…

SIDERNO (RC) – Un rapporto di amore ed odio. Più odio che amore, per la verità, durato esattamente quaranta mesi. Dal giubilante 8 ottobre 2006 al mestissimo 17 febbraio 2010, allorquando egli fisicamente se ne andò per sempre dalle comunità dei fedeli di Bivongi e Pazzano, cuore dell’entroterra reggino. Ed oggi anche nella mente e nel cuore, per quel briciolo di contrastanti ricordi che ne erano rimasti, spazzati via dal documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, licenziato dal Palazzo del Sant’Uffizio in data 20 giugno 2011, con cui “il Rev. Rutigliano è dichiarato colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio”.

Commesso ai danni di C. A. da don Francesco Rutigliano, oggi 36enne sacerdote nonché ex parroco delle due sopraccitate cittadine, che dunque scrive la parola “Fine” alla sua complessa storia nella vallata dello Stilaro. Che quindi si è svegliata stamattina alle prese con una riluttante stagione estiva, nel senso che non vuole proprio andarsene più via, ma con quell’amarissima quanto scandalosa verità più volte sussurrata ma mai provata. Lo si diceva a denti stretti, nel frenetico rincorrersi di voci di corridoio, più o meno attendibili, oggi ce n’è la conferma più lampante che si potesse ottenere, peraltro a sole ventiquattr’ore dalla visita ufficiale di Sua Santità, Benedetto XVI, che domani sarà qui in Calabria, raccolta in preghiera per il Santo Padre ma funestata da questa devastante notizia.

E quindi, don Rutigliano è stato riconosciuto “colpevole” dal Tribunale ecclesiastico all’uopo convocato e formato dal delegato Carlo Dezzuto; da Mons. Dott. Robert Deeley, assessore, ed infine Mons. Dott. Krzysztof Nykiel, anch’egli assessore che hanno sottoscritto il predetto documento con tanto di doppio timbro posto in bell’evidenza sul lato sinistro in calce al quinto ed ultimo foglio, che reca nel suo seno anche “il divieto per anni quattro, a partire dalla notifica del presente Decreto, di esercitare qualunque ministero pubblico – si afferma – rimane unicamente consentita la celebrazione in forma privata della S. Messa, nello stesso periodo in cui egli si sottoponga ad un adeguato percorso psicologico di durata quadriennale, di cui verrà data tramite il centro specializzato (p. es. i Padri Venturini di Trento), mirante al consolidamento della maturità psico-affettiva e vocazionale del chierico e concordato con il Vescovo stesso”.

Già, il vescovo. Al momento della sua intronizzazione in Bivongi e Pazzano che era sua eccellenza reverendissima, monsignor Giancarlo Maria Bregantini; oggi, così come al momento della sua ultima celebrazione eucaristica, padre Giuseppe Fiorini Morosini: due figure di uomini, ancor prima di alti prelati, che sono stati attraversati da quel “vagabondaggio vocazionale” di don Francesco, chiaramente rimarcato dal Tribunale apostolico, e che hanno con ogni probabilità cercato di riportare sulla diritta via che era stata smarrita. Ma, ahiloro ed ahinoi, in maniera del tutto irreparabile, nel preciso momento in cui il giovane parroco viene ufficialmente accusato, il 12 giugno del 2009, davanti all’anzi menzionato tribunale, “per abuso di minore avvenuto a di C. A., nel periodo fra il 2006 e il 2008, con le accuse che avevano riguardo a ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni” – è l’espressione chiave che viene utilizzata.

Da far tremare letteralmente i polsi. E non solo quelli. Per un prete, originario di Altamura, in provincia di Bari, che sin dall’esordio del suo ministero sacerdotale ebbe le sue “gatte da pelare”, allorché nel santuario di Maria Santissima “Mamma Nostra” bivongese avvenne un furto, cosa che colpì molto la comunità bivongese. Gesto inconsulto nuovamente perpetratosi di lì a qualche mese più tardi; e che dire dell’abbandono della processione, proprio in occasione della festa della patrona di Bivongi, un fatto eclatante che venne addirittura ripreso dai grandi media nazionali: questione di posizioni da tenere, centimetri più avanti o indietro, rispetto alla banda musicale. Eppure…

Eppure, don Rutigliano fu l’autore materiale di grandi eventi religiosi, nelle due cittadine dello Stilaro nel momento in cui invitò alla partecipazione, sempre e comunque in occasione della festa patronale, di personalità del mondo ecclesiastico dallo spiccato profilo quali il cardinal Ersilio Tonini, nel settembre 2007, ed il cardinale Salvatore De Giorgi nell’anno successivo, 2008, per dei brevissimi ma assai intensi periodi di raccoglimento e preghiera che ne hanno certamente segnato il suo mandato sacerdotale, quantunque non si possono obliare delle continue burrasche che hanno attraversato un po’ tutti i gruppi parrocchiali: ma anche in tal caso interviene il Tribunale apostolico per sancire come tutto ciò sia da blindare in senso negativo poiché in “assenza di una verifica costante ed approfondita del percorso di maturazione da parte dei formatori e direttori spirituali e forte rischio di autoreferenzialità – dice esplicitamente il tribunale nella circostanza formato – il bisogno di sentirsi costantemente confermato dall’approvazione degli altri, le affermazioni di autorità effettuate mediante l’esibizione di amicizie potenti o altolocate, depongono nella direzione di un quadro di debolezza e fragilità personale dell’accusato, profilo in cui ben si inquadra il bisogno di relazioni impari vissute in maniera totalizzante”.

Com’è stata quella, chiaramente dimostrata ed ammessa dall’accusato, don Francesco Rutigliano, instauratasi tra lo stesso e la presunta vittima.

Antonio Baldari

*tratto da “Calabria Ora” dell’8 ottobre 2011                

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